Storie Rosetane
ENZO CORINI: UN QUADRO IN ONORE DEL MARESCIALLO PORZIO.

Il racconto di un bel gesto, nell’intervista al figlio del Maresciallo, Giampiero Porzio.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 04 Luglio 2012 - Ore 14:30
Uno pensa sempre di averle viste tutte nella vita, invece poi non ne ha viste mai abbastanza.
 
Così, lunedì 2 luglio 2012, intorno alle ore 11, nella Caserma dei Carabinieri di Roseto degli Abruzzi, Enzo Corini – ex “ragazzo turbolento” di qualche decina di anni fa – ha donato un suo quadro all’Arma, per impreziosire una parete della Stazione rosetana.
Il quadro – che si chiama “La Tormenta” – è dedicato alla memoria del Maresciallo Carlo Porzio, per tanti anni Comandante della Stazione dei Carabinieri di Roseto.
 
Cosa c’è di strano? Che Enzo Corini era un giovane che – qualche anno fa – le mani non le usava come oggi, per dare vita con i pennelli a splendidi quadri o per scrivere libri o racconti per il teatro premiati a livello nazionale. Enzo era un birbone – a sentire i rapporti dell’epoca, tramandati oralmente – e quindi il Maresciallo Porzio era l’uomo addetto a impedirgli di fare casini.
 
Ecco allora che, dopo anni, Enzo si trasforma. Franti diventa Garrone, riunendo un gruppo di amici in Caserma, con il beneplacito del Comandante Procida, e organizzando un momento che ha avuto toni commossi, al quale – oltre ai diretti interessati – hanno partecipato i Carabinieri, gli amici del Maresciallo Porzio e del figlio Giampiero e il Sindaco di Roseto degli Abruzzi, Enio Pavone.
 
Al termine della cerimonia, Venturino Marini – ex Dirigente di Ragioneria del Comune di Roseto e migliore amico del Maresciallo, così lo ha presentato il figlio Giampiero – ha detto che il Maresciallo Porzio è stato un po’ un padre per tante famiglie di rosetani, arrivando a trovare lavoro ai più bisognosi. Il Comandante è stato un uomo talmente rispettato da aver gestito, con pochi uomini, anche le proteste delle maestranze della Monti, come racconta un commosso Venturino, che ha parole di fraterno affetto per la memoria del Maresciallo.
 
Dopo la toccante mattinata, abbiamo voluto sondare i sentimenti di Giampiero Porzio, figlio del Maresciallo Carlo, intervistandolo.
 
Giampiero, se l’ex “ragazzo turbolento” Enzo Corini regala un quadro alla Stazione dei Carabinieri di Roseto, dedicandolo alla memoria di tuo padre, il Comandante dei Carabinieri di Roseto Carlo Porzio, che anni fa gli “correva dietro”… a suo modo è una nemesi storica?
«Enzo è una persona speciale, molto sensibile. Con il suo quadro, ha voluto ricordare il rapporto paterno che mio padre aveva con i Rosetani e, in particolare, con alcuni giovani dell’epoca, diciamo così, un po’ “discoli”. Preferiva un paio di sonori ceffoni, piuttosto che il classico “Ti sbatto dentro!”. E, almeno a sentire tanti racconti, forse era meglio così. Enzo mi ha commosso ed emozionato e, di questo, gli sarò sempre grato».
 
Quali grandi amori ha avuto tuo padre, oltre alla moglie?
«L’Arma e Roseto! Credo che mio padre, arrivando nell’Aldilà, si sia presentato dicendo: “Sono un Carabiniere di Roseto.” Era un Carabiniere, prima di essere padre, marito, amico. Ogni tanto, diceva che Dio aveva prima creato l’Arma e poi l’Italia, in modo da poter dare ai Carabinieri modo di operare. E poi, Roseto! Roseto, per mio padre, era “il posto delle fragole”, il paese più bello del mondo. Ma questo è normale! Trovatemi uno che non si innamora di Roseto e lo segnalo al Ministero della Salute come caso clinico».
 
Cosa ti ha trasmesso tuo padre del suo essere Carabiniere?
«Lo riassumo in due parole: Dovere e Servizio. Il Dovere, prima ancora dei diritti. Come ti ho detto tante volte, questo è il male dell’Italia: tutti hanno almeno un centinaio di diritti da esigere; pochissimi un Dovere da compiere. Il Servizio, verso la gente, in particolare i più deboli. Lo dice bene il Capitano Ultimo: “Essere Carabiniere significa servire la gente”. Questo concetto di “Servizio” cerco di tenerlo presente nel mio essere medico. La mia soddisfazione non è nella carriera o nel guadagno, ma nella consapevolezza di aver fatto del mio meglio per “servire” i pazienti ed i loro familiari. Pensa alla politica: quando smette di essere “servizio” e diventa “carriera” è la fine. Bisognerebbe ricordarlo sempre: la nostra dimensione, il nostro valore sta in quanto sappiamo dare agli altri, ogni giorno. Solo in base a questo io misuro le persone. E questo, l’ho imparato da mio padre».
 
Per concludere, il tuo pensiero sulla bella mattinata di lunedì…
«Ho vissuto 23 anni in una Caserma dei Carabinieri e, lunedì, mi sono passati davanti tanti ricordi, tanti volti. I Carabinieri di Tortoreto: il grande Appuntato Abrusci, Mega, Tesoniero, Cuccuru, Angelini, Alessi. Loro mi hanno insegnato ad andare in bicicletta senza le rotelle, a giocare a scopa e a briscola. Quando andavano ai “tiri” (esercitazioni al poligono), mi portavano i piccoli paracadute dei bengala; io ci attaccavo i soldatini e facevo i lanci dal balcone della Caserma. E poi i Carabinieri di Roseto: fra tutti, Lino Di Pauli e Tano Labianca. Furono loro a spiegarmi come fare con le ragazze. Avevo 15 anni e loro, sull’argomento, erano dei veri “top gun”. E poi il Maresciallo Turco, mancato da poco, Longobardi e tanti altri che erano e sono parte della mia vita. Molti di loro, come disse il Generale Dalla Chiesa, “adesso, riposano nel Paradiso degli Eroi dell’Arma.” Eroi quotidiani che hanno fatto, semplicemente, il loro Dovere, “usi ad obbedir tacendo!”. E poi, mi è piaciuto passare una mattinata con il Maresciallo Procida. Mi piacciono il suo tratto umano, il suo essere accanto alla gente. Mi sono emozionato nel vedere un bambino piccolissimo in braccio ad un giovane Brigadiere. Forse, tanti anni fa, ero anch’io così, in braccio a mio padre, nella Caserma di Tortoreto!».
 






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