Il Critico Condotto
QUELLO CHE SO DI FEDERICA D’AMATO

Torna su ROSETO.com la rubrica di Simone Gambacorta.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedě, 07 Febbraio 2013 - Ore 08:00
Ho conosciuto Federica D’Amato nel 2011. Me l’ha presentata Massimo Pamio. Eravamo a Pescara, al Festival delle Letterature dell’Adriatico diretto da Giovanni Di Iacovo. C’era tanta gente e andavamo tutti un po’ di corsa: chi doveva cominciare una presentazione, chi l’aveva finita da cinque minuti, chi stava per andarsene e chi invece era appena arrivato. Massimo mi aveva parlato di Federica il giorno prima: «È bravissima», aveva detto. Mi aveva anche accennato alla sua curatela del “Il libro dell’amico e dell’amato” di Ramon Llull (Noubs). Un lavoro enorme, fatto sulla base dell’edizione critica di Albert Soler. Federica ha curato la traduzione dal catalano, le note e la bibliografia. In cose così o ci sai fare o non ci sai fare, mi sono detto qualche tempo dopo, sfogliando il volume. Non sono cose che si vedono tutti i giorni. Lei c’ha saputo fare, ha saputo recuperare un gioiello. 
 
Federica è una che si dà molto da fare. Lavora un sacco. Fa la giornalista, si occupa di cultura e scrive per «Il Centro». Per quel giornale mi ha fatto anche un’intervista. Mi è molto piaciuta. Non per le mie risposte, ma per come l’ha impostata e l’ha strutturata. Altrettanto mi sono piaciute quelle ben più importanti ad Anna Ventura e a Giuseppe Rosato, e infatti me le sono conservate. Di recente ne ha firmata una a Paolo Villaggio e anche quella mi pare dimostri che sa bene che cosa significhi porre domande non corrive. Poi organizza letture, incontri, rassegne e ha pure il vizio dei versi: ne legge e ne scrive e le sue “Poesie a Comitò” (Noubs) mi hanno molto colpito. Che abbiano colpito me non significa nulla, ma vorrà pur dire qualcosa quanto a testimonianza personale: perciò ne consiglio la lettura.
 
Ma perché dico che secondo me Federica è brava? Perché si impegna? Perché scrive bene? Perché è colta? Sì, certo, ma non solo per questo. Dico che Federica è brava (sperando di non sembrare uno che dà le pagelle agli altri) perché è una che ragiona in termini culturali, cioè una che interpreta il proprio lavoro nella cultura prima di tutto come occasione di riflessione e di analisi del sistema culturale nel quale noi tutti viviamo, vale a dire quello abruzzese. È una di quelle persone che applicano il proprio senso critico nei termini dell’esperienza diretta (che è un continuo farsi), nei termini della consapevolezza (che è un continuo domandarsi e un continuo delucidarsi) e nei termini dell’apertura (perché sa bene che il mondo non coincide con i confini della regione, come pure alcuni ritengono).
 
Credo che in questo consista il primo dovere di chi agisce culturalmente e credo che questo rappresenti un valore aggiunto se di mezzo c’è il giornalismo culturale. Però devo fare una precisazione: nel caso di Federica, il concetto di azione fa tutt’uno con quello di interazione. Voglio dire che, a fronte di sin troppi esercizi narcisistici di intellettualità vera o presunta, e che di solito implodono nell’autorefernzialità più insipida, lei è una che attraverso il proprio lavoro stabilisce relazioni. Il punto è che queste relazioni non le stabilisce “per sé”, né soltanto perché ne abbia voglia o le vada: le stabilisce perché ha capito, e non sono in molti ad averlo fatto, che senza una rete di scambio e confronto, senza una rete di dialogo, non c’è circolazione di idee, ma solo un insieme di solipsisimi e di assolo che non servono a un fico secco.
 


Stampato il 12-18-2017 11:54:55 su www.roseto.com