Il Volo
GIANLUCA GINOBLE: NON PERDERE MAI LA MAGIA DEL BIMBO CHE SOGNA, PER NON PERDERE MAI LA SEMPLICITA’...

Alla vigilia dell’esordio di Taormina, una intervista del 20 febbraio 2014. Conservata per un’occasione speciale.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 19 Luglio 2014 - Ore 19:29
Come ho conosciuto Gianluca Ginoble l’ho già scritto, qui su ROSETO.com, nel 2012. E siccome non è che il tempo, passando, cambi le cose, questo è ciò che scrissi.
 
Ho conosciuto Gianluca Ginoble all’auditorium del Centro Piamarta (o Campo dei Preti, per chi non è più giovanissimo) di Roseto degli Abruzzi.
Era, se ben ricordo, il 2007. Conducevo un Premio di Poesia organizzato dalla Scuola Media Unificata D’Annunzio-Romani, diretta da Daniela Magno. Fui chiamato da lei e da Franca Prosperi – professoressa e poetessa – per occuparmi del pomeriggio poetico. Daniela fu chiarissima: non c’era un euro per il mio lavoro. E quando non c’è un euro, io faccio come Zorro: dove serve corro. Per la scuola, per i ragazzi, per la poesia, decisi che si poteva fare.
Che poi fu carino e divertente, con tanti giovanissimi ragazzi – fra elementari e medie, se ben ricordo – a sciorinare poesie di insospettabile profondità.
Il concorso poetico ebbe un intermezzo musicale. D’un tratto, un premuroso signore con i capelli sale e pepe si occupò della base musicale, montò una telecamera non professionale per riprendere l’evento e accompagnò al centro della scena un ragazzino tendente al paffutello, ma con occhi grandi e determinati. Mi dissero il nome e io lo presentai.
Quello che mi sembrava un pulcino bagnato prima di cantare – credo studente della Scuola Media che organizzava il premio di poesia – diede voce alla sua giovinezza e lo stanzone del Campo dei Preti ammutolì. Tanto era piccolo, tanto era vigoroso.
La canzone finì e gli applausi si sprecarono. Io, che non ho competenze specifiche, ma come tutti gli esseri umani ho orecchio per sentire, mi permisi una digressione nel campo musicale chiosando: «Ecco, un ragazzo con questa voce meriterebbe una ribalta nazionale, la Rai, oltre che questi palcoscenici cittadini. E invece i talenti veri ormai ci tocca scoprirli su YouTube».
Terminata la mia intemerata, la giornata finale del concorso di poesia riprese e andò liscia fino alla fine con le premiazioni.
Al termine della manifestazione chiesi chi fosse quel ragazzo. Mi risposero che era di Montepagano e si chiamava Gianluca Ginoble. Il preciso factotum era invece suo padre Ercole.
 
Poi, sempre in quell’articolo, scrissi dell’Italia matrigna in fatto di talenti artistici. E cioè...
 
Qualche sera fa ho visto un documentario di Franco Maresco su come l’Italia della musica riuscì a distruggere Tony Scott, il più grande clarinettista del mondo venuto in Italia. Per un attimo, un solo attimo, ho pensato a Gianluca Ginoble... e al fatto che se fosse rimasto intorno a Roseto, oggi forse farebbe serate nei ristoranti della Provincia e della Regione. Che va anche bene (massimo rispetto a chi le fa), ma se uno si merita palcoscenici internazionali, è giusto che vada a prenderseli. E siccome il successo è anche fatto di scelte, complimenti anche a chi sta gestendo la sua carriera.
 
Passano quasi due anni e, la sera tardi del 19 febbraio 2014, in chat su facebook, Ercole Ginoble, papà di Gianluca, mi chiede: «Da quanto tempo non rivedi Gianluca di persona?».
E io: «Ercole, credo che sia dal 2009, quando il sindaco Di Bonaventura lo premiò in Municipio».
Ercole ribatte e propone: «Siamo a Roseto, Gianluca vuole rivedervi. Troviamoci domani, dillo anche al sindaco e fammi sapere quando e dove, così ci risalutiamo».
Chiamo l’ex sindaco Franco Di Bonaventura (gli anni volano!), e ci mettiamo d’accordo, poi ricontatto Ercole: «Domani pomeriggio, ore 15, Pontile a Mare di Roseto. OK? Vorrei approfittare per fare quella famosa intervista a Gianluca e scattargli qualche foto».
Ercole avverte: «Va bene, ma occhio che Gianluca con le foto è esigente, te la vedi tu poi».
Ribatto: «E ci mancherebbe altro che non fosse esigente! Porto un fotografo vero, lascio la macchinetta che ho a casa».
 
Il giorno dopo, giovedì 20 febbraio 2014, siamo tutti puntuali al Pontile. Io arrivo un po’ prima con Cristian Palmieri, il fotografo. Poi ecco Franco Di Bonaventura e padre e figlio Ginoble.
 
Il primo impatto è devastante: ho lasciato Shirley Temple e mi ritrovo Elvis Presley!
Gianluca sorride, azzera le distanze abbracciandomi (io, irrigidito di fronte al personaggio, ero pronto a cavarmela con una stretta di mano) e in dialetto mi dice: «Come stai? Guarda che io mi ricordo tutto di quel pomeriggio in cui mi hai presentato, sai?».
Dio ti benedica, Gianlù. Dopo 5 anni la gloria intercontinentale non ti ha cambiato e io ne sono felice.
 
Tempo di abbracci con l’ex sindaco e di presentazioni con il fotografo. Guardiamo il libro che Franco scrisse nel 2011, al termine dei suoi 10 anni alla guida di Roseto degli Abruzzi e mostriamo a Gianluca la pagina in cui c’è la sua foto. Padre e figlio non avevano una copia del volume: eccone pronte due, griffate da Franco. È anche il mio turno, per una copia del mio libro “Samarcanda”.
 
Poi ci spostiamo sul pontile, per qualche foto. Cristian è il solito mostro di mutismo, sorrisi e disponibilità, Gianluca è un fiume in piena e mi fa: «Luca, tengo alle foto, devono venire bene, sbaglio?».
L’assist è troppo comodo per i miei 44 anni: «Gianluca, nella tua posizione sarebbe grave se non ti importasse. Credo che esigere belle foto sia una tua forma di rispetto verso il pubblico, verso le persone che ti seguono e vogliono bene».
Gianluca annuisce e chiosa: «Anche io la penso così, ma secondo qualcuno questo significa essere “montati”».
La chiudo così: «Fregatene, Gianlù. Sei un artista che ama il suo lavoro e rispetta il suo pubblico, tutto il resto è invidia inutile, di gente alla quale non starebbe bene neanche se tu donassi un milione di dollari al giorno ai poveri».
Cristian scatta le foto, Gianluca le guarda e approva, facendogli i complimenti. Artista e fotografo si piacciono: posso tirare un sospiro di sollievo.
 
Ancora qualche chiacchiera, poi il sindaco saluta mentre noi scegliamo di salire nell’antico borgo di Montepagano, dove Gianluca vive con la famiglia, per fare qualche altra foto e l’intervista. Arrivati nel borgo, qualche scatto nella zona della porta da piedi e del belvedere e poi ci sediamo a bere un caffé e fare le “quattro chiacchiere” che abbiamo in programma da qualche anno.
Eccovi l’intervista.
 
Gianluca, quando hai deciso che, nella vita, avresti fatto il cantante?
«Non l’ho deciso. È stata sempre la mia passione. Dimmi, Luca, tu volevi scrivere un libro e poi lo hai fatto? Ecco, io volevo cantare da quando avevo quattro anni e l’ho fatto».
 
Oggi sei un tenore con la voce in evoluzione, da quanto dicono quelli bravi...
«Un maestro di canto lirico mi ha detto che per lui sono un baritono, quindi studierò per una diversa impostazione vocale».
 
Tuo padre è il tuo angelo custode. Hai un aneddoto, un accadimento particolare per raccontare il vostro rapporto?
«C’è una cosa che non scorderò mai. Eravamo in America Latina, in un aeroporto, in mezzo all’eccezionale calore dei nostri fan. Mentre ero piacevolmente assediato, toccato come un idolo, ho avuto una folgorazione, pensando a come la mia vita fosse radicalmente cambiata in pochissimo tempo. Così sono andato incontro a mio padre, piangendo, l’ho abbracciato e gli ho chiesto: “Papà, ma se tutto questo un giorno dovesse finire?”. Lui mi ha sorriso e risposto: “Intanto vivi e goditelo”. Sai, penso che la paura che tutto questo possa finire ti dia la forza di continuare e fare sempre meglio».
 
Canti in modo professionistico dal 2010 e hai avuto una carriera folgorante con Il Volo. Cosa significa oggi, per te, cantare?
«Attualmente, è la mia forma più alta di espressione e comunicazione. Non canto perché penso di essere bravo o di farlo bene, canto perché ne ho bisogno, per esprimere i miei sentimenti e trasmetterli al pubblico».
 
Tu, Piero Barone e Ignazio Boschetto – Il Volo – portate gioia in qualsiasi posti vi capiti di cantare. Allora penso che non sia semplice canto, ma qualcosa di più. Senti sulle tue spalle la responsabilità di essere una sorta di “ambasciatore di un momento di felicità” per tanta gente che – soprattutto in questi anni – vive momenti non facili a livello economico?
«No, sinceramente non penso a questo. Canto perché cantando sono felice e perché cantando rendo gli altri felici: non è fantastico?».
 
In questi anni di ascesa del Volo nell’olimpo della musica mondiale, mi ha colpito molto la capacità che avete di fare il pieno sia nei teatri più esclusivi del Nord America sia nelle arene più popolari del Sud America. Credo che questa capacità di essere trasversali riesca solo ai grandissimi. A cosa imputi questa capacità che ha la vostra musica di unire tutti i ceti sociali, dal milionario di Los Angeles al proletario di Caracas?
«Bisogna essere bravi, avere talento, ma non basta. Bisogna avere fortuna e, soprattutto, avere manager di grande capacità, che pensano a te e ti lasciano esprimere al meglio e nelle migliori condizioni. Bisogna essere una squadra, affiatata e unita, altrimenti non vinci. In un mondo in cui anche chi non ha talento può avere il suo momento di successo, io credo che la cosa migliore sia essere sempre se stessi. Poi credo sia importante sottolineare che cantare non basta: bisogna trasmettere un’emozione, dare un messaggio di amore per la musica, far stare bene le persone che ti ascoltano. Senza cuore, tutto questo non puoi farlo, perché senza cuore non sei vero e non riesci a catturare il milionario e il proletario. Chi non ha talento e cuore può durare un paio di anni, ma chi ha talento e cuore dura per sempre».
 
Nel 2009, quando ti apprestavi alla prima esperienza in Rai con “Ti lascio una canzone”, ricevesti la Rosa d’Argento dal Sindaco di Roseto degli Abruzzi, Franco Di Bonaventura. Che ricordi hai di quel gesto, che oggi appare così lungimirante e simbolico?
«Ricevere un gesto d’affetto e considerazione nella città in cui vivo mi ha reso molto felice. Non scorderò mai le parole del sindaco Di Bonaventura. Io ero un bambino e non avevo ancora fatto nulla a livello artistico, ma lui mi sorrise e mi disse: “Vai e torna vincitore”. E vinsi davvero! Non potrò mai dimenticarlo».
 
Da Montepagano al mondo intero, diventando una specie di ambasciatore del bel canto italiano nel mondo...
«Luca, pensaci: le belle voci sono tutte di origine italiana. Frank Sinatra, Dean Martin, Perry Como, Tony Bennet. È impressionante!»
 
Sei italiano, ma ormai cittadino del mondo. Come vivi questa tua personalissima “internazionalizzazione”?
«In un anno e mezzo ho imparato due lingue straniere e, dai 13 ai 19 anni, ho appreso tante di quelle cose che oggi posso dire di essere ovviamente un’altra persona. Perché, giustamente, si cresce. Sono migliorato, per fortuna, anche quanto a timidezza e riservatezza iniziali. Oggi va meglio e ogni tanto capita persino di fare battute in dialetto, se durante l’intervista magari non comprendo bene la domanda».
 
Siete partiti da Antonella Clerici e siete arrivati a Quincy Jones e Barbra Streisand. Detto con tutto il rispetto per la Antonella nazionale...
«Antonella è stupenda, ancora ci sentiamo. Dobbiamo ringraziare lei e il regista Roberto Cenci, che mise insieme Ignazio, Piero e me. Poi, in effetti, ne son successe di cose. E pensare che noi c’eravamo fatti l’idea che dopo il programma “Ti lascio una canzone” tutto sarebbe finito! Invece, grazie a uomini dalle capacità eccezionali come Tony Renis e Michele Torpedine, è iniziata la nostra splendida avventura».
 
Hai 19 anni, ormai sei maggiorenne e un giovane uomo. Quali sono i valori sui quali fondi la tua persona?
«La famiglia, prima di tutto. Negli ultimi quattro anni ho imparato ancora di più a capirne l’importanza. Noi giriamo il mondo, facciamo ciò che amiamo e siamo dei privilegiati, ma ti prego di credermi: la mancanza di nonno, di mamma, di mio fratello – papà è spesso con me – a volte sono insopportabili. Magari ripensi a quando hai avuto una discussione e dici: magari potessi di nuovo discutere con loro, pur di averli vicino! Sono pensieri che ti prendono quando sei solo. Una volta, in Nuova Zelanda, pensai a questo perché, ti assicuro, mi sentivo come se fossi sulla luna. Ho imparato che la vita può offrirti tanto, ma ti chiede di essere sempre presente a te stesso e lucido. Quando sei famoso, la tua vita cambia velocemente, tutti sono gentili e le porte si spalancano, ma perdere la testa e rovinare tutto è un attimo. Per questo la solidità della famiglia è il primo e più importante valore».
 
Cosa ti manca di più, nei lunghi soggiorni all’estero, della tua terra?
«La famiglia e i miei migliori amici, che porterei in giro per il mondo con me. I veri amici sono pochi ma io – voglio dirlo – forse ho un dono: non ho mai sbagliato, finora, nel giudicare le persone. Le persone bisogna guardarle dritto negli occhi, per capire chi si ha di fronte. Negli occhi c’è scritto tutto».
 
Nella tua qualità di globetrotter, tieni il conto degli stati visitati e dei chilometri fatti?
«Oddio, non in modo maniacale. E però così, a braccio, ti direi: una cinquantina di stati, oltre cento grandi città del mondo, a New York almeno trenta volte. E poi i continenti: Europa, Australia, Asia, America. Ecco, ci manca l’Africa».
 
Hai cantato con Barbra Streisand, stretto la mano a Bill Clinton, preso un aperitivo con Quincy Jones, scattato selfie con Priscilla Presley. Tutto questo rischia di mandare una persona normale dallo psicologo. Che effetto ti sta facendo questa parte del successo?
«Io ogni giorno mi guardo allo specchio e a volte quasi non ci credo a ciò che mi sta accadendo. Mi sento... mannaggia, come si dice in italiano? Mi sento... oddio che vergogna, Luca, non te lo so dire neanche nella mia lingua. Mi sento... “blest”, come si dice in italiano? (“Benedetto”, n.d.r.)».
 
Per lavoro, ormai, la tua seconda casa è l’America, in particolare gli Stati Uniti. La cosa che ti piace di più?
«Sfondi una porta aperta: gli altri del gruppo mi chiamano “l’americano”! Io, compiuti i 21 anni, vorrei trasferirmi un periodo lì per studiare recitazione e acquisire il perfetto accento americano. Non perché io voglia cambiare ciò che sono, ma proprio perché amo la loro cultura e voglio imparare sempre più cose. Che poi il discorso è proprio continentale: è l’America intera ad affascinarmi nel suo complesso».
 
Pensi mai che Il Volo è una “macchina da guerra”, che dà lavoro a molte persone e che tu e i tuoi compagni non potete permettervi di mollare anche per tutte le persone che, direttamente o indirettamente, dipendono da voi e dal vostro successo per i loro stipendi?
«Io parto da un altro presupposto: non voglio mai deludere un’altra persona. Odio chi fa del male agli altri, perché fare del male non ha senso. La somma di queste due cose: non voler mai deludere nessuno e fare sempre del bene finché posso, fa sì che io sia sempre portato ad andare avanti con ottimismo e voglia di fare. Anche se sono cambiato molto, penso di essere rimasto una brava persona ed è così che voglio restare e continuarmi a sentire».
 
Ignazio e Piero: un aggettivo per ognuno di loro?
«Sono fratelli, ormai. Siamo tre fratelli e ci rispettiamo nelle nostre diversità. Loro sono siciliani, allegri, divertenti, sempre pronti a fare casino. E poi Ignazio ha un incredibile senso dell’umorismo».
 
Cosa ami fare nel tempo libero, per scaricarti?
«Adoro giocare a calcio e disegnare. Poi amo guardare film: quando non ho impegni posso guardarne anche cinque al giorno! Non amo uscire molto, non faccio vita mondana».
 
Sei un modello positivo, quindi un esempio da seguire, per tantissimi giovani. Salutaci rivolgendoti a loro...
«Vorrei dire ai miei coetanei, e ai giovani in generale, che bisogna credere in se stessi e in ciò che si fa. Qualsiasi cosa si stia facendo. Bisogna lavorare duro, senza mai smettere di sognare. E quando raggiungi un obiettivo, continuare a vivere la vita con la stessa voglia e determinazione di quando non lo avevi ancora raggiunto. Insomma: non perdere mai la magia del bimbo che sogna, per non perdere mai la semplicità».
 
E siamo a oggi, sabato 19 luglio 2014.
Domani, Il Volo si esibirà nella strepitosa cornice del teatro antico di Taormina. Una sorta di “esordio” per il gruppo, che ha rilevanza mondiale e raccolto allori ovunque, ma che in patria deve ancora abbracciare il grande pubblico.
E allora, siccome i tre ragazzi tengono molto a fare bella figura nella loro Italia e questa è una occasione speciale per Gianluca, mi sono tenuto questo pezzo per la vigilia.
È il mio modo di inviargli uno sportivissimo “in bocca al lupo”, in attesa di rivederlo a Roseto.
 






Stampato il 12-18-2017 13:43:47 su www.roseto.com