Sport – Calcio
IL SEGNO DI ZEMAN

Intervista a Oscar Buonamano, intenditore del calcio di Zdenek Zeman, sull’attuale allenatore del Pescara.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Luned́, 06 Febbraio 2012 - Ore 18:00
Oscar Buonamano, se il calcio fosse fare l’amore, il gol sarebbe l’orgasmo. Vista così, Zdenek Zeman è il più grande provocatore di piacere del calcio moderno, visti i gol realizzati dalle sue squadre?
«Il Pescara di Zeman e il Barcellona di Pep Guardiola giocano, in questo momento, il miglior calcio al mondo. Non lo penso solo io, ma lo ha detto anche Arrigo Sacchi rispondendo alle domande dei giornalisti e durante il commento ad alcune partite di Champions League. Lo ripetono quasi tutti gli allenatori che settimanalmente affrontano il Pescara nel campionato di Serie B. E in ogni caso è un giudizio che può esprimere chiunque sia appassionato di calcio. Se posso dare un consiglio agli appassionati, direi di guardare i primi venticinque minuti della partita Pescara-Verona o la partita Nocerina-Pescara, sulla quale magari torneremo a fine intervista.»
 
Una volta Vittorio Gassman ha detto: “Mi sono invaghito di Roberto Baggio e forse lo sposerò”. Tu quando ti sei infatuato di Zdenek Zeman?
«È successo tanti anni fa, sono trascorsi ventisei anni, era l’estate del 1986. La mia prima partita allo stadio l’ho vista all’età di sei anni con mio padre e i suoi amici, era il 1968. Da quel momento in poi ho sempre seguito il calcio con una particolarità: non ho mai tifato per una squadra. Ho sempre tifato per un calciatore e di riflesso ho simpatizzato per la squadra in cui giocava. In principio fu Gianni Rivera poi Giancarlo Antognoni. Roberto Baggio e a seguire Francesco Totti per finire ad Antonio Cassano che è stato l’ultimo grande amore calcistico. Verso la metà degli anni ottanta il calcio in Italia era diventato insopportabile. Partite che terminavano sempre 0-0 con pochissime emozioni e per questo motivo seguivo sempre meno il calcio. Una sera d’estate, era appunto il 1986, incappai casualmente in una partita estiva del primo Foggia di Zeman e fu amore a prima vista. Dopo dieci minuti tutto lo stadio era incredulo. In campo la squadra si muoveva già come un’orchestra e giocava raccolta in trenta metri. Tutti attaccavano e tutti difendevano. Uno spartito che solo l’Olanda di Rinus Michels era in grado di suonare. Fu l’inizio di un amore (calcistico) che non ha mai avuto nessuna flessione. Da allora seguo solo le squadre di Zeman.»
 
Zdenek Zeman arriva nel 1968 in Italia, lasciando la Cecoslovacchia invasa dall’Unione Sovietica. Arriva 21enne a seguito dello zio Cestmir Vycpàlek, che avrebbe anche allenato la Juventus. Quanto questo suo essere ragazzo desideroso della libertà pensi sia distillato nel suo gioco?
«Non credo c’entri la politica con la sua filosofia di gioco. Piuttosto Zeman è sempre stato un grande sportivo e ha praticato molti sport. Il suo gioco nasce da riferimenti altri, tutti interni al mondo dello sport.»
 
Dal Palermo al Pescara, 18 squadre allenate, di cui 2 all’estero: Fenerbahce in Turchia e Stella Rossa in Jugoslavia. Una particolarità: ha allenato sia Lazio sia Roma, ma i tifosi gli vogliono bene ugualmente, cosa rarissima nella Capitale, parlando di calcio e di rivalità: segno che il suo carisma ha la forza di superare queste rivalità?
«Il calcio di Zeman esprime un’idea felice della vita. Gioca sempre all’attacco e cerca sempre di realizzare un gol in più dell’avversario. Tutto questo avviene in virtù di una profonda convinzione: il rispetto per il pubblico che assiste alle partite allo stadio. L’obiettivo di Zeman è far divertire il pubblico allo stadio perché senza pubblico allo stadio il calcio rischia di non essere più lo sport più bello e seguito del mondo. Questo è l’unico motivo per cui quando Zeman arriva in una città si stabilisce sempre un rapporto inscindibile con i tifosi, ma più in generale direi con gli abitanti di quel territorio. Zeman ti fa sentire vincente e soprattutto di appartenere a una comunità. Pensa che lo scorso anno quando allenava in Lega Pro il Foggia, in tutte le trasferte il pubblico delle squadre avversarie gli ha riservato sempre un’ovazione alla sua entrata in campo. Uno spettacolo commovente e che mi ha fatto, più volte, commuovere.»
 
Il “4-3-3” è un modo di vivere, anche fuori da calcio?
«Direi di si. Credo lo sia anche per Zeman, una persona che ha dimostrato con i fatti, cosa rarissima in Italia, che si può vivere e vincere senza cercare scorciatoie e soprattutto senza barare. Ma dando sempre il massimo per puntare sempre al massimo. Quindi se per “4-3-3” intendevi questo, la risposta è senza dubbio affermativa.»
 
Zeman è laureato Isef ed ha grande competenza circa la preparazione fisica. Tanto da seguirla in prima persona. Questo, secondo te, aumenta il suo carisma presso i suoi giocatori, che oltre all’autorità gli riconoscono un’autorevolezza guadagnata sul campo?
«Zeman è l’unico allenatore al mondo che segue personalmente la preparazione fisica dei calciatori delle sue squadre. Questo gli consente di valutare con cognizione di causa il calciatore per tutte le sue qualità e certo aumenta il suo prestigio. Tutti i calciatori allenati da Zeman ne hanno sempre parlato bene e hanno riconosciuto i benefici di cui hanno goduto grazie ai suoi metodi di allenamento.»
 
Il suo modo di parlare è frutto di tanti anni di studio delle umane genti o è proprio naturale quel modo cantilenante, che invita a rasserenarsi e ad ascoltare? E forse un po’ paraculo, visto che porta, subliminalmente, a non interrompere né a polemizzare?
«È una persona abituata ad ascoltare e a parlare solo se ha qualcosa da dire. Questo vale anche per le interviste del dopo partita. È sempre disponibile con i giornalisti, ma risponde sempre e solo se ha qualcosa da dire e se le domande lo permettono. Il suo intercalare non è perciò un atteggiamento o frutto di uno studio di comunicazione.»
 
Quali gli ingredienti principali del calcio Zemaniano?
«Triangoli in velocità, tagli dalle ali al centro, la linea di difesa altissima quasi a centrocampo, e il regista davanti alla linea dei 4 difensori. E ancora: movimento continuo dei giocatori durante il non possesso palla e verticalizzazione dell’azione sono i presupposti del modo di giocare delle sue squadre. Non è importante chi ha la palla, ma chi gli sta attorno, chi si muove attorno, perché in questo modo si offrono al giocatore con la palla diverse soluzioni di gioco. Mario Sconcerti nel suo libro “Storia delle idee del calcio” scrive, tra le altre cose, a proposito del calcio di Zeman: “Ha inventato alcuni movimenti di ripartenza a triangolo che hanno fatto epoca […] e ha portato all’uso ufficiale e prolungato, cioè quasi all’invenzione, dei tre attaccanti”.»
 
Zdenek Zeman ama costruire il suo gioco, non distruggere quello avversario. Da questo primo, lampante e condiviso aspetto del suo gioco del calcio credo si possano già dipanare una serie di affermazioni in merito alla filosofia di vita e dello sport. Una persona con una visione aperta, piuttosto che ottusa. Tu che ne pensi?
«Zeman è un grande lavoratore e soprattutto una persona che crede nel lavoro che svolge. Una persona propositiva che, come sottolineavi tu, gioca per costruire il proprio gioco e non per distruggere quello dell’avversario. Quindi sicuramente una persona positiva con una visione aperta alla bellezza e alla vita.»
 
“Doppia Z” ha scoperto molti talenti. Dal suo Foggia – capace addirittura di far nascere il personaggio di Frengo e Stop – agli anni capitolini. Tanti i nomi, da Beppe Signori a Pavel Nedved. Quali sono le sue scoperte migliori o i giocatori che meglio hanno interpretato il suo credo, magari scegliendone uno per ruolo?
«Se per scoperte intendi giocatori che non erano conosciuti e che con Zeman hanno avuto i riflettori della ribalta, ti devo “obbligatoriamente” rispondere: quasi tutti i suoi giocatori. Perfetti sconosciuti che hanno avuto una carriera incredibile. Zeman è uno dei pochi allenatori che, con costanza, riesce a proporre calciatori che dopo aver giocato con lui esordiscono nelle varie nazionali. Per restare al tuo gioco, propongo la mia formazione ideale, compresa la panchina, scegliendo tra i giocatori allenati da Zeman. Non ci sono calciatori del Pescara perché è troppo presto per stabilire dove potranno arrivare questi nuovi ragazzi. Unica eccezione per il “primo violino” Lorenzo Insigne, che però, per il momento, faccio accomodare in panchina. Ecco l’undici titolare. Mancini, Cafù, Nesta, Aldair, Petrescu, Di Biagio, Nedved, Totti, Fuser, Baiano, Signori. In panchina Marchegiani, Chamot, Candela, Shalimov, Tommasi, Boksic, Insigne.»
 
Io amo molto i cavalli e l’equitazione. E – metaforicamente – ho l’immagine del calcio come quella di un cavallo al quale hanno messo sopra un carico spesso insopportabile da portare. E questo carico gli impedisce i movimenti naturali, i più belli, i più graditi. Di cosa rischia, secondo te, di morire il calcio?
«Innanzitutto di doping. Tra farmacie e illeciti finanziari il calcio sta provando seriamente a mettere la parola fine alla sua epopea. In secondo luogo e, paradossalmente, la televisione. La tv a pagamento ha reso migliori i bilanci delle società di calcio ma peggiore, molto peggiore, lo svolgimento dei diversi campionati. È infatti assurdo che per esigenze televisive si facciano disputare partite alle 21.00 in inverno con i campi ghiacciati o comunque con condizioni meteorologiche spesso proibitive. E infine la scarsa attitudine delle squadre italiane a proporre un gioco offensivo in grado di far innamorare un numero sempre crescente di persone da riempire gli stadi.»
 
Pier Paolo Pasolini, da te citato nei tuoi articoli di calcio, diceva che il calcio ha sostituito il teatro. Cosa non riuscita al cinema, perché – come nel teatro – nel calcio c’è rapporto fra i protagonisti e il pubblico ed entrambe le componenti sono in carne ed ossa. Quanto manca, in termini educativi, al calcio una sorta di diaframma protettivo fatto di istruttori/educatori per far crescere i campioni di domani con valori forti per poi diventare modelli positivi di riferimento?
«Occorrerebbe valorizzare persone come Zdeněk Zeman o come Arrigo Sacchi o lo stesso commissario tecnico della nazionale italiana di calcio Cesare Prandelli. Persone che propongono innanzitutto un calcio rispettoso delle regole e dell’avversario. E che pongono l’atleta in quanto uomo, al centro di ogni progetto sportivo. Infondono una vera cultura del lavoro che certamente latita nel mondo dello sport, ma anche nella società italiana. E, infine, lavorano innanzitutto per la soddisfazione del pubblico pagante. »
 
Quanto è costata a Zeman la sua presa di posizione del 1998 su calcio e doping che ha scoperchiato l’ennesimo – ciclico – pentolone calcistico, in cui bollivano mefitici ingredienti?
«Una lunga e solitaria attraversata nel deserto. Praticamente è stato fatto fuori nel 1998, anno in cui allenava la Roma, e non è riuscito più ad avere una squadra decente da allenare. Gli hanno creato mille difficoltà e nessuno del mondo del calcio è corso in suo aiuto. È rientrato lo scorso anno, quando molti dei personaggi che lo avevano ostacolato sono stati estromessi dal mondo del calcio, ripartendo dalla Lega Pro e quest’anno, per nostra fortuna, è approdato al Pescara. Gli hanno “rubato” gli anni migliori della sua carriera.»
 
Aldo Biscardi ha detto: “Eriksson è un perdente un po’ meno perdente di Zeman. Non ha mai vinto neanche la Coppa del Nonno”. So che tu sulla questione "Zeman splendido perdente", date e numeri alla mano, non la vedi come Aldo il rosso. Ci spieghi?
«Zeman perdente? Niente affatto. Zeman ha avuto risultati strepitosi fino al 1998, sempre in crescendo. Prima portando il Licata dai campionati dilettantistici alla serie C. Poi l’epopea di Foggia con la nascita di Zemanlandia, dalla serie B alla serie A; disputando tre campionati consecutivi nella massima serie, arrivando a sfiorare le competizioni europee e ogni anno con una squadra diversa, composta da perfetti sconosciuti. Poi il salto nella Capitale, prima con la Lazio che porta al secondo posto - e prima degli investimenti miliardari di Cagnotti - e successivamente alla Roma, con il lancio in pianta stabile in prima squadra di Francesco Totti e un quarto posto al quale la Roma non era più abituata. In tutte queste società, quando è andato via, ha lasciato bilanci in attivo e un ricordo indelebile. Poi sul più bello gli hanno impedito di allenare. E in ogni caso in Italia quali sarebbero gli allenatori vincenti se si escludono quelli che hanno la fortuna di allenare Inter, Milan e Juventus?»
 
All’ultimo Pallone d’Oro FIFA, l’unico italiano era Simone Farina, terzino della cadetteria denunciante i brogli. È un segnale bellissimo da un lato, ma anche sconsolante dall’altro, non trovi?
«Grande calciatore non si diventa solo lavorando, molto spesso sono le doti innate che determinano questa eventualità. Messi, Ronaldo, Rooney, e prima Maradona, Platinì, Baggio, dimostrano che essere un numero uno nel calcio non dipende dalla carta d’identità. Con il lavoro puoi comunque diventare uno dei primi giocatori al mondo. In Italia, come già detto, si lavora poco e soprattutto non s’investe sui giovani. Anche in questo caso, purtroppo, la questione non riguarda solo il calcio e lo sport e questo è sicuramente un aspetto che ci pone, oggettivamente, in ritardo rispetto a nazioni come la Spagna, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda, la Francia.»
 
Zeman a Pescara: divertimento, gol a grappoli e il pubblico che torna allo stadio. Alla fine, a voler distillare, è tutto così semplice. Eppure se non gli avesse dato una chance il Pescara... come vive la città abruzzese questo “rinascimento calcistico”?
«Dopo l’iniziale euforia, ricordo che alla presentazione ufficiale di Zeman al Porto turistico di Pescara erano presenti alcune migliaia di tifosi, c’è stato un primo momento di attesa. I tifosi volevano capire cosa stava costruendo il boemo. Dopo le prime partite si è capito subito che si stava realizzando sotto i nostri occhi un bellissimo progetto. Una squadra che divertiva divertendosi. E i tifosi hanno apprezzato fin dal primo momento questa filosofia di gioco. Numerosi allo stadio, spesso anche durante gli allenamenti, e soprattutto sempre vicini alla squadra. Poi sono arrivati anche i risultati e l’osmosi è stata ed è totale. Anche la città vive con trasporto il momento felice della squadra, ricordiamo che attualmente il Pescara, contro ogni pronostico della vigilia, è primo in classifica, e spero che i successi calcistici influenzino in maniera positiva anche l’andamento complessivo della società pescarese e abruzzese in generale. Zeman tutta la vita.»
 
Torniamo al gioco di Zeman e alla tua prima risposta, per chiudere l’intervista. So che hai un’azione da commentare, relativa alla vittoriosa trasferta del Pescara contro la Nocerina. Un’azione che è la quintessenza del calcio zemaniano anche se – e forse è una ulteriore prova del “calcio bello” – non si conclude con un gol. Raccontacela e poi, grazie a YouTube, potremo vederla.
«E’ un’azione che ho descritto in un articolo per la rubrica Punto Z, sul blog della Gazzetta dello Sport, quasi rete.gazzetta.it. Ve la descrivo e poi potrete rivederla.
“Anania, il portiere, appoggia la palla all’esterno basso Balzano (o terzino se preferite la classicità) che controlla con il sinistro e appoggia a Cascione. L’esterno sinistro di centrocampo (o mezzala, sempre pensando alla classicità) con un tocco di prima restituisce la palla a Balzano che sempre di prima serve Lorenzo Insigne. Due tocchi in movimento e palla per Ciro Immobile che in questo istante è sulla linea di centrocampo spostato leggermente sulla sinistra. Il capocannoniere del campionato s’invola sulla sinistra per cambiare direzione e puntare verso il centro. Tutta la squadra, ad eccezione dei due centrali di difesa (lo stopper e il libero per i nostalgici) sale e segue l’azione con un movimento senza palla da manuale del calcio. Balzano corre lungo la linea destra del campo. Kone effettua un taglio magistrale dal centro verso destra incrociando proprio Ciro Immobile. Sansovini, il capitano, effettua un taglio da destra verso il centro. Nel frattempo sopraggiunge Lorenzo Insigne che riceve palla da Immobile e serve Damiano Zanon che ha appena effettuato una sovrapposizione sulla fascia sinistra del campo. La palla adesso non è più coperta, si è in mare aperto, e Zanon effettua un cross perfetto che Sansovini, clamorosamente, non trasforma in gol. Il tutto si svolge in 18 secondi. Questo è per me il calcio. Tutto il resto non conta. Nulla”.»
 

 






Stampato il 10-16-2017 23:52:08 su www.roseto.com