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Basket in carrozzina – Serie A1 – Caripe LAS Amicacci Giulianova
SIMONE DE MAGGI: L’AMORE PER IL BASKET E’ PIU’ FORTE DEL CANCRO.
Simone De Maggi al tiro, in canotta Amicacci Giulianova.

Teramo Basket, settore giovanile, 2006/2007. Simone De Maggi è il primo in basso a sinistra. In piedi, al centro della foto, si riconosce Achille Polonara.

Simone De Maggi con la coppa della qualificazione degli Amicacci Giulianova alla Final 8 di Coppa Vergauwen, che si svolgerà a Valladolid, in Spagna, dal 25 al 29 aprile 2012.

Giocava a basket col Teramo. A 17 anni, un tumore gli ha portato via una gamba. Lui non si è arreso e oggi gioca a basket in carrozzina. Il suo nome è Simone De Maggi e questa è la sua storia.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Lunedì, 02 Aprile 2012 - Ore 16:15

Se non hai visto il basket in carrozzina, non hai visto tutto il basket.
 
A livello umano, poi, quello in carrozzina è la NBA delle emozioni. Atleti sfrecciano su carrozzine, spinti da braccia poderose, scaricando sul parquet un’energia difficile da immaginare. La gara è uno spettacolo sportivo che diventa epico, quando il clangore delle ruote delle carrozzine che si scontrano fa scoppiare applausi di pubblico e compagni di squadra in panchina.
 
Roba forte in campo e fuori, roba che ti insegna a vivere meglio e che può arrivare a rimetterti in ordine le priorità e i valori.
 
Chi pensa di dare la propria compassione a gente che la vita ha ferito, lanciandola in fondo a profondi crepacci, non lo faccia con gli atleti del basket in carrozzina. Chi volesse compatirli, verrà gentilmente (e giustamente) mandato all’altro paese. Il paese del buonismo inutile e del politicamente corretto (una vera e propria iattura).
 
Il basket in carrozzina è uno sport tosto e senza pietismi inutili. Si gioca vigorosamente e si lotta in un modo che i “bipedi” fanno fatica a ritenere possibile. Per non parlare dei punteggi. La frase più udita, fra gli spettatori novelli, è: “Ma come fanno a segnare così tanti canestri? Sono bravi come quelli che giocano in piedi!”.
 
Il basket in carrozzina è lo sport che un giovane di 20 anni ha scelto, dopo che un cancro gli ha tolto la possibilità di giocare il basket in piedi. Un ragazzo di Teramo che si chiama Simone De Maggi e che da questa stagione gioca con gli Amicacci Giulianova.
 
Tramite questa intervista, Simone ci racconta la sua storia.
 
Simone, a quanti anni hai iniziato a giocare a basket?
«Abbastanza tardi, a 15 anni».
 
Hai fatto la trafila delle giovanili al Teramo Basket. I tuoi compagni più cari?
«Sicuramente quelli dell’Under 17 e dell’Under 19. Ricordo Achille Polonara, Alex Martelli, Silvio Marinaro, Vanni Laquintana, Andrea Cimini, Davide Di Curzio, Alessandro Baruffi, Lorenzo Battistella, Vladimir Pellegrino. Insieme ci siamo tolti diverse soddisfazioni, anche a livello nazionale. Lavorando come una squadra professionistica, siamo arrivati a giocare ad alto livello, contro giocatori che adesso sono in squadre della massima serie, come ad esempio Alessandro Gentile, oltre ovviamente allo stesso Achille Polonara».
 
Chi è stato il tuo maestro di basket?
«Francesco Raho. E’ stato un educatore, prima che il coach delle squadre in cui ho giocato. E’ stato lui a scoprirmi tra le giovanili e a permettermi di allenarmi e giocare con la Under 17 e la Under 19».
 
Hai un idolo nel basket?
«LeBron James. Ecco spiegato il soprannome (Giames), che mi hanno dato gli Amicacci!».
 
Perché hai dovuto smettere con il basket in piedi?
«Stagione 2008/2009, avevo 17 anni. Iniziò, in allenamento, a farmi male una caviglia. Praticando uno sport di contatto, pensai di non essermi accorto di una botta presa o di aver fatto un movimento sbagliato. Insomma, niente di preoccupante pensai e continuai ad allenarmi. Però il dolore non andava via, anzi aumentava e con esso il gonfiore. Così fui costretto a smettere di allenarmi e iniziai a fare solamente terapia con il fisioterapista della squadra. Purtroppo, non ci furono effetti benefici, quindi iniziai una serie di esami finche non mi diagnosticarono un osteosarcoma alla caviglia. Mi mandarono a Bologna, dove sono stato ricoverato e iniziai a fare dei cicli di chemioterapia. Poi arrivò l'intervento chirurgico, culminato con l'amputazione della gamba, e poi ancora cicli di chemioterapia».
 
Dal basket in piedi al basket in carrozzina. Com’è nata la possibilità?
«Grazie a facebook, mediante il quale gli Amicacci mi hanno contattato e fatto scoprire una realtà che non conoscevo, invitandomi a vedere le partite. Nella mia sfortuna, sono stato molto fortunato ad avere una società e una squadra come gli Amicacci Giulianova: di altissimo livello e vicino casa».
 
Quanto è stato difficile, tecnicamente, passare dal basket in piedi al basket in carrozzina?
«In tutta sincerità, devo dire che all’inizio è stato molto difficile, perché ero totalmente estraneo a questa realtà e non riuscivo neanche ad immaginare come si potesse giocare a basket su una carrozzina, poiché – purtroppo – ancora oggi questa ''sedia'' ci porta a pensare ai limiti nella vita quotidiana, figuriamoci in ambito sportivo. Però, dopo quasi due anni lontano dal parquet, appena mi hanno dato una palla a spicchi, un canestro e una carrozzina… non ho più smesso!».
 
Hai mai momenti di sconforto? E se li hai, quando li hai a cosa pensi per darti forza?
«Ho avuto, ovviamente, momenti di sconforto, ma posso veramente dire – non per vantarmi e, sinceramente, neanche sapendo come abbia fatto – di aver vissuto la malattia con molta serenità e voglia di vincerla. La mia famiglia è stata ed è fondamentale ancora oggi, perché mi è stata sempre vicino, supportandomi e sopportandomi. Devo molto ad ognuno di loro: sono molto fortunato e felice di averli accanto».
 
Come cambia la vita di un giovane che subisce quel che tu hai subito?
«La vita di un 17enne che per un cancro perde una gamba cambia radicalmente. Io, che vivevo la mia vita secondo l’ordine “scuola-palazzetto-palazzetto-scuola”, mi sono ritrovato su un letto per più di un anno, lasciando scuola e amici e dovendo fare una cura molto pesante a Bologna. Purtroppo, il cancro che ho avuto io è una malattia che colpisce le persone in giovane età, infatti nel reparto dove ero ricoverato eravamo tutti giovani ragazzi o anche molto più piccoli».
 
Qual è stata l'accoglienza che hai ricevuto dagli Amicacci di Giulianova?
«L’accoglienza è stata a dir poco spettacolare. Sembra banale dirlo, ma oltre ad essere una società di altissimo livello, è prima di tutto una grande famiglia, che sa avere giustamente la buona e la cattiva faccia quando serve. Io mi trovo benissimo. Non avrei potuto immaginare soluzione migliore».
 
Quali le differenze maggiori fra basket in piedi e basket in carrozzina?
«La differenza sostanziale tra il basket in piedi e il basket in carrozzina è lo spazio occupato dalla carrozzina e i movimenti fondamentali che devi imparare. Deve diventare una parte del tuo corpo, come se fosse un prolungamento del tuo busto. Un’altra differenza importante è che il basket in carrozzina è molto più fisico e duro, perché tutto quello che non puoi fare con le gambe, lo fai con le braccia. Nessuno può immaginare quanto è tosta una partita di basket in carrozzina, finché non la vede dal vivo».
 
Hai avuto difficoltà tecniche particolari per adeguarti al basket in carrozzina?
«L’unica grande difficoltà è stata imparare i movimenti per muovermi velocemente con la carrozzina. Anche sotto questo punto di vista sono molto fortunato, perché mi alleno tutti i giorni con dei veri e propri campioni di questo sport, che hanno vinto di tutto e hanno moltissima esperienza. Alcuni miei compagni saranno presenti alle Olimpiadi di  Londra 2012 e questo è molto importante per la mia crescita, perché sono motivato a migliorare, sperando un giorno di diventare come loro».
 
Qual è - finora - il momento più bello della tua giovane carriera?
«I momenti più belli che mi piace ricordare, nella mia piccolissima carriera iniziata questa stagione, sono: la e-mail della convocazione al primo raduno in Azzurro Under 22; i primi due punti segnati in Serie A1 contro Sassari; i primi due punti internazionali segnati in Eurolega 2, coincisi – tre anni dopo – con la data di quando mi sono operato. E’ stata una bella rivincita!».
 
Luca Maggitti
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