Ieri pomeriggio, telefonata dell’amico e collega Pierpaolo Marchetti che – ricordandomi una serata di qualche anno fa passata con Giovanni Galeone a parlare di basket – mi legge due risposte del “Gale” date a Massimo Cecchini e pubblicate in una più ampia intervista sulla Gazzetta dello Sport di ieri.
Ecco le risposte di Galeone alle domande di Cecchini, da in quadrare in un più ampio contesto di discorso sul calcio della Roma.
E allora dov’è l'errore?
«Forse nel passaggio dal calcio orizzontale di Luis Enrique a quello verticale di Zeman. È come se nel basket passi da Obradovic a D'Antoni: cambia parecchio. E occorre tempo».
Accidenti, qui siamo alla contaminazione sportiva pura.
«Chi ama il calcio dovrebbe conoscere il basket. Io ai miei ragazzi lo facevo giocare sempre e ognuno mostrava gli stessi difetti che aveva nel calcio. L'ho detto anche ad Allegri: guarda che la tua difesa a volte dovrebbe studiare il basket. Se hai davanti Larry Bird non puoi andare subito a rimbalzo, devi cercare di non farlo tirare».
Caspita!
Mi ricordavo Giovanni Galeone competente di basket, ma non così puntuale e amante della palla a spicchi. Mi ricordo che disse, in quella famosa serata di qualche anno fa, che aveva assimilato preziosi concetti della zona guardando il basket della Ginnastica Triestina, ma queste risposte sono musica per le mie orecchie.
Così le giro in e-mail a Valerio Bianchini – Vate del basket, vincitore di 10 trofei in 5 città diverse (3 Scudetti a Cantù, Roma e Pesaro; 2 Coppe dei Campioni a Cantù e Roma; 2 Coppe Intercontinentali a Cantù e Roma; 1 Coppa delle Coppe a Cantù; 1 Coppa Italia alla Fortitudo Bologna) – chiedendogli una chiosa, che puntualmente arriva. Eccola.
«Il surf di Giovanni Galeone sul basket è di grande significato per il nostro sport. Significa che il basket ha conquistato con il suo fascino “teoretico” le menti degli allenatori di altri sport, oltre ad essere entrato nel linguaggio della gente comune, essere cioè stato assimilato alla cultura quotidiana degli italiani e sempre con connotazioni positive e innovative. Gli unici a non accorgersi di questo straordinario fenomeno siamo stati noi del basket, che lungi dal valorizzare questi aspetti, abbiamo quotidianamente svilito il basket con la rinuncia al prodotto italiano, lo svuotamento dei vivai, la totale assenza dalle scuole, la dispersione della comunicazione televisiva, l'incapacità culturale di “narrare” le vicende umane del nostro sport, trincerandosi dietro uno sterile tecnicismo fatto di pick and roll e altre baggianate. Per non parlare delle accuse e relative inchieste tra big del professionismo che gettano ombre sulla regolarità dei campionati, quando invece dovrebbero essere tutti all'unisono impegnati nel promuovere il prodotto».