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Italiani da esportazione.
RICCARDO MARZOLI: VERSO ITACA, PASSANDO PER SOUTHAMPTON E GIOCANDO A BASKET IN INGHILTERRA.
I Solent Suns di Southampton corsari a Londra in Shield Cup. Riki Marzoli ha la canotta numero 5.

La Solent University di Southampton.

Riccardo Marzoli in giro per Southampton con un amico.

Intervista all’ex Teramo Basket e Luiss Roma (e altre squadre ancora), che parla della sua stagione oltremanica, appena iniziata, fra università e basket.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Lunedì, 28 Settembre 2015 - Ore 01:30

Riki, ma è vero che ti ha rapito la perfida Albione?
«Proprio così. Mi sono lasciato rapire dalle sue tradizioni, dai suoi paesaggi malinconici, dai suoi pub e soprattutto da un ambiente incredibilmente aperto e multiculturale».
 
Dove sei... e che stai a fare?
«Mi trovo a Southampton, nel sud dell’Inghilterra. Da una settimana sto seguendo un master in “Gestione delle Risorse Umane” presso la Solent University, che mi ha offerto una borsa di studio per giocare con la squadra dell’Università, i Solent Suns. Come ho sempre fatto, cerco di portare avanti nel migliore dei modi il mio percorso universitario in parallelo con quello cestistico».
 
Da giovanissimo in Serie A col Teramo, poi le minors e infine il progetto di basket e studio con la Luiss. Che pallacanestro hai trovato agli inizi e quale hai lasciato qui in Italia?
«Non è facile rispondere a questa domanda. Da quando ho iniziato a giocare a pallacanestro a livello senior a ora sono cambiate tantissime cose, nel gioco così come nelle mie aspirazioni e nei miei progetti di vita. Ho cambiato tante maglie, tanti posti diversi e ogni piazza mi ha sempre insegnato tantissimo. Sicuramente ho grande nostalgia del periodo teramano, del calore del pubblico, delle partite punto a punto e delle tantissime imprese che siamo riusciti a compiere in quegli anni. Per questo ho sempre associato il fallimento del Teramo Basket  alla fine di un’epoca. Alla Luiss ho però incontrato un progetto unico in Italia, che permette di inserire il basket all’interno della formazione universitaria di uno studente. In un periodo di crisi economica della quale il basket ha risentito tantissimo, sviluppare questi progetti dovrebbe essere la priorità per qualsiasi ateneo, come già avviene in Inghilterra. Invece, negli ultimi anni ho incontrato tante persone disilluse, che speravano di poter costruire la propria carriera professionistica nel basket, ma che anche per via di un periodo economico non favorevole nel nostro paese non vi sono riusciti. Quello che rimane sempre immutabile, comunque, è lo spirito del gioco, l’amore per questo fantastico sport, che unisce e fa sognare ogni giocatore, a qualsiasi livello, in qualsiasi angolo del nostro pianeta».
 
Parlaci della tua nuova squadra e della lega in cui giochi.
«La mia nuova squadra è meravigliosa. Un concentrato di talento e cattiveria agonistica tipica britannica. Il nucleo è formato da studenti universitari di qualsiasi età, che prendono parte a un campionato riservato alle università inglesi (quella che negli USA sarebbe la NCAA Division 1, per intenderci) chiamato BUCS. Con questa squadra, insieme con altri ex studenti Solent, che sono rimasti a lavorare a Southampton, partecipiamo alla Division 3 del campionato Inglese tradizionale. I due campionati inizieranno tra un paio di settimane, dunque ancora non so dartene una descrizione dettagliata. Per ora abbiamo solo iniziato le partite della Shield Cup. Avendo conosciuto un minimo gli inglesi, ti posso assicurare che le partite qui sono vere e proprie battaglie».
 
Aneddotica di questo primo periodo, a livello cestistico?
«Di aneddoti ce ne sarebbero parecchi. Ci sono tantissime cose, nello sport così come nella vita di tutti i giorni, completamente diverse da quelle a cui ero stato abituato e questa è una delle cose che più mi intriga ed emoziona di questa esperienza. A dire la verità, l’impatto è stato piuttosto scioccante. Quando mi hanno portato al palazzetto dello sport, il primo giorno, credevo mi stessero facendo uno scherzo. La facciata era quella di un castello, bellissimo e in pieno centro storico. Quando sono entrato mi sono reso conto che era una struttura incredibile: un tripudio di palestre, campi da badminton e ragazzini inglesi in uniforme scolastica. C’è un numero pazzesco di sport che si possono praticare qui, alcuni non li conoscevo neanche. La Solent University organizza tornei e squadre in oltre 35 discipline diverse, incluso il football americano e il quidditch (lo sport praticato da Harry Potter con le scope volanti). Sarà anche per questo motivo che sul campo da basket ci saranno linee di 10 colori e dimensioni diverse. Sono qui da quasi un mese e a volte mi dimentico ancora di che colore sia la linea giusta. Ad ogni modo, sono convinto che mi abituerò».
 
Aneddotica a livello extracestistico? Ti senti emigrante o cosa?
«In realtà, nonostante le differenze, ho trovato un ambiente fortemente multiculturale sia all’interno dell’università sia fuori. Camminando per le vie del centro e per i corridoi dell’ateneo, mi sono reso conto che c’è una diversità di etnie, culture e nazionalità sorprendente. Southampton è uno dei porti più grandi d’Europa, è una città per definizione abituata all’incontro, allo scambio di culture. Spesso si pensa all’Inghilterra come uno di quei paesi euroscettici, che fanno di tutto per distinguersi dalle altre nazioni e dall’idea di un Europa comune. In realtà, quello che ho riscontrato è che il processo di una generazione europea ed internazionale qui è già ampiamente messo in pratica. Non mi sono mai sentito veramente un emigrante. Naturalmente, l’orgoglio di sentirsi italiani e di rappresentare la propria cultura non manca mai. Non si deve mai rinunciare alla propria identità, ma al contrario rappresentarla, metterla a disposizione di altri. Come diceva Stephen Covey, la forza risiede nelle diversità, non nelle analogie. Non ti nascondo però che durante i quarti di finale di Eurobasket tra Italia e Lituania, io e il mio compagno di squadra anglo-barese, Guido, abbiamo temporaneamente messo da parte il nostro tradizionale aplomb anglosassone e fatto tanto di quel tifo che per poco non ci cacciavano dal palazzo».
 
Che obiettivi hai, a livello di studio e a livello cestistico?
«Spero di poter far fruttare questa mia esperienza nel migliore dei modi. Quando ho deciso di partire, dopo aver conseguito una laurea magistrale in “International Relations” presso l’università Luiss di Roma, sentivo il bisogno di dover completare la mia formazione, a livello accademico e a livello umano, con una esperienza di carattere internazionale. Come dicevo prima, mi sento parte di una generazione europea, dunque credo che immergersi per un certo periodo in una realtà così vicina e pure così diversa dalla nostra, non sia soltanto auspicabile ma piuttosto necessario. L’obiettivo è quello di poter acquisire le conoscenze e le capacità giuste per poter poi iniziare una carriera lavorativa, che mi possa entusiasmare e dare qualche certezza economica in più per il futuro. Spero di poterlo fare continuando sempre a giocare a pallacanestro. È lo sport che ho sempre amato e che mi ha sempre accompagnato in qualsiasi esperienza, non credo che sarò mai in grado di abbandonarlo del tutto».
 
Riccardo Marzoli e il futuro: cosa farai dopo questa parentesi da suddito aggiunto di sua maestà la regina?
«Cerco di fare un passo alla volta, di godermi ogni momento di questa esperienza anglosassone nonostante non sia per nulla facile per me essere lontano dalla mia famiglia e dalla mia ragazza. Ho tanti progetti in mente e spero che quest’anno possa portarmi ancora più vicino alla loro realizzazione. La mia scalata alla corte di Sua Maestà è appena iniziata!».
 
Pensierino finale, a schema libero...
«Da qualsiasi viaggio c’è sempre tanto da imparare, il cammino stesso può rappresentare la meta. Qualche anno, fa il mio amico Giustino Danesi mi regalò un libro di un grande poeta greco, Konstantinos Kavafis. Vorrei prendere in prestito le parole di una delle sue poesie più famose, Itaca: “Sempre devi avere in mente Itaca / raggiungerla sia il pensiero costante. / Soprattutto, non affrettare il viaggio; / fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio / metta piede sull'isola, tu, ricco / dei tesori accumulati per strada / senza aspettarti ricchezze da Itaca.”».
 
Luca Maggitti
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