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Nuovi scrittori e nuovi libri
INTERVISTA IMPAVIDA A EMANUELE POMPILII
Emanuele Pompilii.

La copertina del libro ‘Ultimo venne il cocktail’ di Emanuele Pompilii.

Emanuele Pompilii.

Chiacchierata con il poliedrico (cameriere e barman, bagnino, futuro dentista) autore del romanzo ‘Ultimo venne il cocktail’, che sarà presentato a Roseto, Caffè Salotto, mercoledì 13 dicembre 2017 alle 18.30.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 02 Dicembre 2017 - Ore 15:00

Conobbi Emanuele Pompilii la sera del 29 marzo 2014.
Alex Legion, all’epoca giocatore del Roseto Sharks, propose a me e Claudio Bonaccorsi di andare a bere qualcosa al Victory Pub. Lì trovammo, al timone del bancone, Christian Di Giuliomaria. Tutti avevano un soprannome: Claudio è “Bomba”, Christian “Il principe”, Alex “Il legionario”. Scoprii che anche Emanuele ne aveva uno, quando sulla sua pagina facebook lessi che era “Impavido”.
Essendo stato anch’io un cameriere, di Emanuele “Impavido” Pompilii mi colpì la destrezza sia dietro al bancone sia nell’uso delle parole: mix raro, rarissimo quando si tratta sia di tenere bene il ritmo sia lanciarsi nell’assolo.
Così parlottammo un po’ e scoprii che amava scrivere pensieri. Me ne segnalò elettronicamente alcuni. Io li lessi e gli consigliai di metterli in ordine per farne un libro.
Essendo il Victory Pub fuori dal triangolo scaleno virtuoso che regge la mia esistenza, per oltre tre anni ho rivisto “Impavido” solo virtualmente su facebook, finché un giovedì di qualche settimana fa l’ho incrociato casualmente, intento a ordinare un panino con la porchetta a margine della pineta Raffaello Celommi, di fronte a un furgone elevato al rango di altare maggiore del gusto. Riabbracciandoci, al mio chiedergli se avesse poi ordinato i suoi pensieri in un libro, mi ha risposto con un sorridente: “Di più, sta per uscire il mio primo romanzo e l’editore è un tuo amico: Arturo Bernava”.
Il resto è questa intervista, arrivata dopo che Emanuele mi ha portato la stampa del manoscritto, dandomi modo di leggere in anteprima il romanzo. Il dazio per averlo consigliato bene, non pochi anni fa.
Il libro si chiama “Ultimo venne il cocktail”, pubblicato da Edizioni IlViandante di Arturo Bernava, e sarà presentato al Caffè Salotto di Roseto degli Abruzzi mercoledì 13 dicembre 2017, alle 18.30.
Questa è l’intervista che gli ho fatto dopo aver letto il libro.
Non ricordo se nel panino con la porchetta, quel giorno, ci fece mettere la crosta...

Emanuele, sei un barman, dunque rendi felice la gente senza farla masticare (facendola bere, intendo). E sei pure uno studente alla facoltà di Odontoiatria e Protesi Dentaria. Trattasi di nemesi alcoolica o legge del contrappasso applicata al cavo orale?
«Più che barman sono cameriere. Lavoro in un pub e  ciò comporta servire sia da mangiare che da bere. Sicuramente amo rendere felice la gente facendo loro bere qualcosa (nel mio caso birra) che si abbini il più possibile a quello che stanno mangiando e, perché no, far provare anche qualcosa di nuovo, diverso, che non abbiano mai bevuto. Il tutto parte ovviamente dalla conoscenza dei singoli clienti e dei loro gusti. Ciò comporta sicuramente un percorso “alcolico” da parte mia in quanto per proporre devo conoscere il prodotto, ma il mio alcolismo (quello godereccio, sano, piacevole) si affida all'esperienza di persone che sicuramente ne sanno più di me. Ed attinge al vino rosso ed ai cocktail. Legge del contrappasso del cavo orale? Nemesi alcolica? Non saprei. Sicuramente il mio cavo orale e tutto l'apparato digerente a volte soffrono. Amo bere bene e mangiare bene. Tutto qua».

L’anima è qualcosa che si beve o che si mastica?
«L'anima? Si beve, si mastica, si ascolta, si canta, si corre... ognuno ha il suo modo di percepirla, il suo canale preferenziale per accedervi e scambiarci due chiacchiere. Chi la chiama anima, chi coscienza, chi demoni interiori. Nel mio caso valgono le parole di Capossela: “Un bicchiere è un'arma micidiale quando lo appoggi vicino al cuore” . Amo percepire la mia anima standomene seduto al bancone di un bar, da solo, con un bel cocktail da sorseggiare con calma, magari abbinato al mio stato d'animo. Per me quindi si beve, si gusta, a sorsi, con calma, senza veemenza. Un po' come certe birre d'abbazia belghe, quelle rosse: molte di loro sono definite birre da meditazione. Ecco, a me piace bere cocktail da meditazione... poi se la meditazione si allunga...».

Questo tuo primo romanzo, per scriverlo, lo hai più bevuto o masticato?
«Bevuto. Sicuramente bevuto. Accompagnato a qualche nocciolina o oliva, ma essenzialmente bevuto. Mi serviva per “trovare l'ispirazione”».

Hai scritto un romanzo fatto praticamente di soli dialoghi. Coraggio, incoscienza o cosa?
«Ho scritto un romanzo dove volevo che la caratterizzazione dei singoli personaggi non passasse attraverso descrizioni ma attraverso loro stessi, le loro parole. Mi sono limitato a descrivere l'essenziale, senza nozioni precise su luoghi, spazi, tempi... un po' come quando si vede un film: ci si concentra sui discorsi perché le immagini fanno il resto. Ecco, io ho voluto concentrarmi sui dialoghi perché volevo che il resto ognuno lo immaginasse a modo suo».

Io narrante uno e trino. Parla Veronica, parla Lorenzo, parla Cristophe. Romanzo “malditesta” in ossequio al titolo, esercizio di stile o cosa?
«Addirittura “malditesta”! No, in realtà nulla di tutto ciò. Come ti dicevo, ho immaginato questo romanzo come se stessi girando un film. Da qui la necessità, o meglio, la voglia da parte mia di voler cambiare il punto di vista di volta in volta e raffigurare la scena in evoluzione e continuo mutamento attraverso gli occhi di ogni personaggio. Sia Lorenzo che Veronica che Cristophe hanno la medesima importanza in questo romanzo, certo ci sono dei ruoli ma nessuno di loro prevale sull'altro. A prevalere è il cocktail. Non lo reputerei esercizio di stile né un omaggio al titolo, piuttosto uno strumento attraverso il quale ho cercato di caratterizzare i personaggi e consegnarli al lettore nel modo migliore possibile».

Mi confermi la prima impressione che ho avuto, dopo aver letto il tuo manoscritto: questo romanzo è il soggetto di un’opera teatrale. Perciò scegli tre attori (quattro, se vuoi raffigurare pure Robert) che vorresti nei panni dei tuoi tre protagonisti...
«Questa domanda mi garba parecchio. Valerio Mastandrea nei panni di Lorenzo, Pierfrancesco Favino nei panni di Cristophe, Stefano Accorsi nei panni di Robert, Valentina Lodovini nei panni di Veronica».

Com’è nato il romanzo?
«Dopo il primo incontro con l'editore. Io avevo intenzione di pubblicare una raccolta di racconti organizzati per filoni, mischiati come un mazzo di carte e distribuiti a caso sul tavolo, ossia il libro. Il risultato? Un susseguirsi di scene, storie e svariati punti di vista. L'editore, Arturo Bernava, dopo avermi ascoltato mi invitò a scrivere un romanzo. Fu una bella doccia fredda, chi lo aveva mai scritto un romanzo? Fu il suo consiglio a tranquillizzarmi: rileggere tutti i racconti, divisi per filone, che un canovaccio sarebbe uscito fuori. E così è stato, senza dover sacrificare nessun racconto. Ero al bancone del caffè Salotto (il bar in cui farò la prima presentazione) e stavo bevendo un cocktail di quelli che Cristian (il titolare) mi fa spesso. Mi è venuta l'idea lì, quella sera. Tornato a casa scrissi prologo, primo capitolo e finale. Ovviamente degli abbozzi».

Attraverso quali forche caudine sei passato, dall’incipit al finale?
«Le difficoltà che ho incontrato sono state diverse. Ma in generale è filato tutto abbastanza liscio. Un capitolo in particolare mi ha dato problemi. È quello intitolato “The Cigarette”, perché mi serviva da liaison tra la prima parte del romanzo e quella centrale. Senza sapere come mi ero incartato su una scena in particolare. Grazie a Dio ne sono uscito vincitore, ma che sudata! Altro problema è stato il tempo a disposizione. Tra lavoro al pub, stagione al mare ed esami all'università ho avuto il tempo ridotto ai minimi termini. Se per giunta sei abbastanza folle da scrivere tutto il romanzo a mano, per doverlo trascrivere poi al computer, allora il tempo diventa ulteriormente “risicato”. Per fortuna ho degli amici fantastici, Luca e Roberto, che si sono offerti di darmi una mano nella battitura».

Dalla prima stesura a quella finale, attraverso quali modalità di revisione sei passato e appoggiandoti a chi?
«Una prima revisione è stata fatta da me, appena finito di trascrivere tutto. Ho corretto punteggiatura ed errori di battitura oltre a eliminare ripetizioni e cercare eventuali refusi. In un secondo momento l'opera è stata affidata a Sara Caramanico, consigliatami vivamente da Arturo, che ne ha curato l'editing. Da questo confronto sono scaturite ulteriori correzioni che hanno portato alla versione definitiva inviata poi alla casa editrice e mandata in stampa».

Fammi un cocktail del tuo romanzo, percentualizzando questi ingredienti: autobiografia, romanzo di formazione, flusso di coscienza, ordine dell’editore. Guarnisci poi a piacere...
«Allora, fammi pensare... 40% autobiografia, 25% romanzo di formazione, 33% flusso di coscienza, 2% ordine dell'editore (Arturo mi ha lasciato veramente libero). Mescolare, non agitare, e guarnire il tutto con buona musica, una spruzzata di romanticismo, una di incoscienza e una di entusiasmo... ecco a voi “Ultimo venne il cocktail”».

Perché scrivi? Non puoi rispondere “per rimorchiare”...
«Per rimorchiare! Scherzo. Ho iniziato a scrivere per necessità. Di cosa? Di dare sfogo a quello che avevo dentro. Per me la scrittura, assieme alla lettura ed alla musica, ha sempre avuto una funzione terapeutica. Riuscire a scrivere di una situazione, di un'emozione di un sentimento, riuscire a descriverli e a metterli nero su bianco significava per me essere arrivato alla totale comprensione e interiorizzazione di ciò che mi aveva spinto a scrivere. In un certo, senso posso affermare che scrivere era la dimostrazione della mia “guarigione” rispetto ad un determinato evento che alterava il mio equilibrio, non importa di quale natura esso fosse. Ecco, ho iniziato a scrivere per questo motivo e tutt'ora lo faccio. Sono dell'opinione che nelle storie che leggiamo c'è sempre un fondo di verità. C'è chi poi la restituisce al lettore inalterata, nuda e cruda per intenderci, e chi invece la rielabora e la trasforma senza perdere di vista quello che è il messaggio di fondo, l'origine di quella storia. E poi la scrittura è potente. Se usata bene sa toccare corde dell'anima che nessuno pensava di poter avere, risveglia sentimenti sopiti, fa sognare, fa viaggiare. Ecco. Scrivo per tutto questo».

Brindiamo all’uscita del tuo primo libro, con il tuo cocktail preferito...
«Americano. Tre ingredienti, un mix equilibrato e potente, una vasta scelta di sfumature e di versioni capaci di soddisfare qualsiasi stato d'animo. Elegante quanto basta, non per tutti. Quando voglio esagerare un Negroni, ma fatto sempre e solo come Dio comanda. Poi ce n'è un altro, ma è strettamente correlato al romanzo ed ha un nome di donna. Non posso mica svelartelo...».

Luca Maggitti
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