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Uomini di Basket
FRANCESCO PONTICIELLO: IL PUNTO DELLA SITUAZIONE.
Coach Francesco Ponticiello, ai tempi della Viola Reggio Calabria.

Intervista al veterano allenatore campano, parlando della sua esperienza professionale a Napoli e dell’attuale momento che vive la pallacanestro italiana.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 22 Dicembre 2017 - Ore 16:30

Vorrei essere Giulio Base su una Mercedes cabriolet, solo per sentirmi dire da Nanni Moretti, che ha appena messo il cavalletto alla Vespa mentre sfuma “I’m your man” di Leonard Cohen, a un semaforo rosso, che lui – anche in una società più decente di questa e pur credendo nelle persone – si sentirà sempre a suo agio e d’accordo con una minoranza di persone.

Cosa c’entra Francesco Ponticiello, detto Ciccio, coach veterano di basket con questo incipit? C’entra. Perché Ciccio sta al basket nostrano come quel Nanni Moretti di “Caro diario” alla vita. Il problema – per lui, per me e per alcuni altri – è non trovarsi quasi mai d’accordo con la maggioranza delle persone (a vario titolo e per vari argomenti).

Ciccio è un intellettuale prestato al basket e io sono da sempre un suo estimatore. Per Roseto.com, quando vuole, scrive la rubrica “Ciccio e franco” (link in calce). Questo per chiarire quanto io ci sia rimasto male quando ho letto, qualche settimana fa, del suo esonero dopo una vittoria casalinga ala guida del Napoli (A2 Ovest).

Così, per esorcizzare la mia tristezza, gli ho proposto questa intervista. Eccola.

Ciccio, aver subito l’esonero dopo una vittoria ti fa sentire – in un certo qual modo – un pioniere?
«Non credo sia la prima volta che succeda, ricordo almeno un altro paio di casi analoghi. Di “pionieristico” ci sono le condizioni in cui si è determinato. Ovvero che, sebbene qualche operazione preparativa ci deve essere stata, non fosse già pronto “un successore”, che non ci sia stata nessuna lite a scatenare il provvedimento».

Se ti richiamassero, torneresti alla guida del Napoli?
«Ho un contratto in essere, e lo onorerei. Non sono mai scappato in vita mia, ed in carriera, spesso, ho dovuto risolvere casi difficili, anche più complicati di questo. Se non sono scappato a settembre, quando avevo fermi 6 giocatori su 12, se non ho lasciato a novembre, quando “fare lo Schettino”, dimettersi e lasciare ad altri la patata bollente, sarebbe stato comodo. Non scapperei neanche in questo caso».

Cosa pensi abbia determinato il tuo allontanamento?
«Eh, bella domanda... difficile trovare la motivazione di un provvedimento del genere. Fosse capitato lo scorso anno, direi “perché non ci siamo conosciuti a sufficienza”. Ma non è così. Si proveniva da una stagione in cui, a fronte di una richiesta 10, fare bella figura e, se possibile, salvarsi anticipatamente, era invece giunta una risposta 100: 37 successi su 45 gare ufficiali. Avevamo vinto Coppa Italia, regular season, playoff, final 4, conquistato la promozione in A2. Ed anche nella stagione corrente, si proveniva da 2 successi nelle ultime 4 partite, da una fase in cui era evidente che, malgrado palesi limiti di continuità di rendimento, ci stavamo mettendo alle spalle gli effetti nefasti degli infortuni della pre-season. L’unica risposta che riesco a darmi, inerisce alla difficoltà di adeguarsi al repentino mutamento di scenario. Dal dominare in lungo ed in largo, al doversi salvare».

Venivate da una stagione in cui avevate vinto tutto, come dicevi, non è strano questo epilogo?
«È l'effetto riflesso di ciò che dicevamo prima: più ampia la portata del miracolo alle spalle, più difficile adeguarsi alla realtà di un campionato difficile, come l’A2. Forse è mancata la capacità di intendere che, proprio il detonatore emotivo della scorsa stagione, il ruolo moltiplicativo dei social, potessero condurre, ed abbiano poi effettivamente portato, fuori strada».

Qual è il tuo giudizio sul campionato di A2?
«È la solita A2, un campionato che ogni domenica presenta differenti scenari. Non è la vecchia Legadue, il campionato che negli anni zero aveva quasi sempre mostrato una compagine in grado di fare il vuoto alle sue spalle. Dal 2014 ad oggi, proprio per la presenza di 32 squadre, è l’equilibrio a fare da padrone».

E sui due gironi, in termini di differenze e peculiarità?
«Diffido delle semplificazioni, e nel caso specifico, quelle che tendono a considerare il girone Est sicuramente superiore a quello Ovest. La verità è che ad Est ci sia una prevalenza di roster con grossi nomi, di piazze storiche. Nell’altro girone si è invece investito sulla complementarietà delle parti, sul bilanciamento strutturale degli organici, su giocatori in grado di crescere nel corso della stagione. Dal mio punto di vista, le differenze tendono a sfumare, divengono più che altro divaricazioni nei modelli di riferimento. Solo in primavera, nell’ambito di playoff e playout, avremo una risposta sull’eventuale prevalere di un girone sull’altro».

Basket e punto della situazione: se tu fossi al posto di Tanjevic, cosa proporresti per “riformare” la pallacanestro, dividendo il tuo lavoro di riforma per ogni singolo campionato e cioè A, A2 e B?
«Uno dei problemi attuali, ingigantito dall’incidenza dei social, che illudono tutti di poter disquisire su tutto, è proprio la sovrabbondanza di opinioni, la formulazioni di risposte miracolistiche su problemi complessi. Piuttosto che mettersi ad ipotizzare soluzioni messianiche, ognuno dovrebbe impegnarsi quotidianamente a fare bene il proprio lavoro. Questa è la risposta, innanzitutto etica: assolvere ai propri compiti, invece di pontificare».

Sei un veterano: cosa è rimasto e cosa è cambiato, in tutti questi anni di professione?
«Non mi piacciono gli atteggiamenti passatisti o nostalgici. Sarà perché sono eternamente alla ricerca della nuova band emergente, del libro, del film, della serie televisiva, appena usciti, il “si stava meglio quando si stava peggio”, davvero non mi affascina. Preferisco soffermarmi, piuttosto che sul rimpianto del passato, su ciò che non possa e non debba mai mutare nel nostro lavoro: il “saper essere”. L’evidenza di come un allenatore abbia il dovere sempre di essere credibile, autorevole, coerente e lontano da atteggiamenti opportunistici. Distante da ciò che dia vantaggi di corto respiro, che poi si ritorcono sempre contro chi li adopera. L’esempio Boscia Tanjevic, da te citato, quello di altri grandi interpreti di questo lavoro, Messina, Obradovic, Popovich, Krzyzewski, dimostra che più che l’apparire, conti l’essere».

Proprietari, dirigenti, allenatori, giocatori, procuratori... metti in fila le categorie per importanza ed evidenzia, se ci sono, i vasi di coccio e quelli di ferro...
«Un movimento è in equilibrio, solo quando tutte le figure abbiano un giusto peso e dignità. Ed a quelle citate, aggiungerei arbitri e pubblico. Sono tutte assolutamente indispensabili. Ci si può divertire a metter giù un ipotetico ranking, il ruolo dell’allenatore può esser posto anche in fondo alla classifica, non è importante il posizionamento apicale o marginale. Quello che non può e non deve esser fatto, è svuotare di significato il lavoro del tecnico. L’allenatore non può esser visto, banalmente, come colui che tolga responsabilità, esposizione, potere, alle altre figure. Svolge un ruolo di supporto, indispensabile affinché tutti gli altri riescano ad esprimere le loro potenzialità: un facilitatore di apprendimento per i giocatori, un professionista che traduce, in scelte operative, i progetti, gli investimenti, le aspirazioni degli altri».

Come adopererai il tuo tempo, adesso che non stai allenando?
«Facendo ciò che ho sempre fatto: studiare il gioco, me stesso, i modelli di allenamento di chi vorrà farmi seguire i suoi allenamenti. A fronte di oltre vent’anni di guida tecnica di prime squadre, è solo la seconda volta che mi capita una vicenda del genere. Proverò a trasformare una evento negativo, in un momento di crescita».
 
Grazie, Ciccio. Ti saluto come Giulio Base con Nanni Moretti: “Auguri”. Credendoci però, non per trarmi d’impaccio.

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Luca Maggitti
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