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Basket & Mass Media
SUPERBASKET NON DEVE MORIRE


Aldo Giordani, fondatore di Superbasket, fotografato nella storica Arena 4 Palme di Roseto degli Abruzzi nel 1950, in occasione del Trofeo Lido delle Rose.

Enrico Schiavina, giornalista di Superbasket, gioca a basket durante una pausa della Roseto Summer League del 2004, all’Arena 4 Palme di Roseto degli Abruzzi.

Il magazine fondato da Aldo Giordani rischia di chiudere. La solidarietà non basta. Come evitare la morte dell’unico settimanale nazionale di pallacanestro?

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 03 Febbraio 2012 - Ore 03:00

Il basket in Italia – per quanto possa piacerci – è attualmente un movimento sfigato.
E non serve un viceministro raccomandato amante del basket per spiegarci qualcosa che è sotto gli occhi di tutti.
Molte cose non vanno nel movimento. Troppe. Ma di queste bisognerà parlarne a parte.
 
Perché adesso tocca parlare di Superbasket, storico settimanale fondato nel 1978 a Milano da Aldo Giordani, giornalista che amava molto Roseto degli Abruzzi ed in special modo il Trofeo Lido delle Rose, da lui soprannominato “Il Torneissimo”.
 
Nel numero 5 di Superbasket (31 gennaio – 6 febbraio 2012), a pagina 4, la Redazione ha pubblicato una lettera intitolata: “Non sappiamo cosa potete fare per noi Ma cosa ha fatto Superbasket per voi”.
Il titolo non mi piace e a mio avviso non aiuta. Spiegherò più avanti il perché.
 
Si parla delle difficoltà del giornale (il più longevo d’Europa fra quelli specializzati nel basket), dei passaggi di proprietà, dei giornalisti che – nonostante non siano pagati – chiudono, per amore del loro lavoro e della pallacanestro, lo stesso il numero per mandarlo in edicola.
 
Una pagina che è un grido di dolore e che ha trovato fin da subito la solidarietà che meritava. Ho letto – ma sono certo che altri avranno scritto – pubbliche testimonianze di solidarietà di amici (Giorgio Pomponi sul sito della Lega Basket Femminile), storici dirigenti sportivi del basket (Sandro Crovetti sul sito della Sutor Montegranaro), maestri del giornalismo di settore (Mario Arceri sul suo sito).
Io posso offrire – a nome mio personale e del sito ROSETO.com, che ho fondato nel 1998 – vicinanza e solidarietà, ma so che – quando si parla di Tribunale Fallimentare e di soldi – la solidarietà è bella ma non balla. E, soprattutto, non basta.
 
Anche perché per me Superbasket non è solo il profumo della carta e la qualità degli articoli che da decenni mi accompagnano.
Per me Superbasket è un gruppo di uomini. Uomini conosciuti negli anni, di cui sono diventato – in qualche caso – anche buon amico.
 
Dal caro Enrico Schiavina – la mia prima conoscenza di ormai troppi anni fa – al direttore Franco Montorro, passando per Giancarlo Migliola. Tre persone conosciute grazie a Superbasket, poi diventate amiche.
Poi, più di recente, la conoscenza di Stefano Valenti e del direttore Claudio Limardi.
 
Superbasket è il magazine che compro la mattina del martedì nell’Edicola di Piazza Ungheria (Domenico, l’edicolante, ha due copie da mettere da parte: la prima è per il lettore di lungo corso ed ex collaboratore Lorenzo Settepanella, la seconda è la mia).
 
Superbasket è il giornale al quale ho collaborato, “sparandomi le pose” per essere riuscito a mettere la mia firma nella massima espressione del giornalismo cestistico italiano.
 
Superbasket è – nonostante il proliferare di siti web sul basket – il quadro settimanale che parte dalla NBA e arriva alla C1, passando per il basket femminile. Il breviario di noi sacerdoti laici del basket: dai cardinali di città ai curati di provincia.
 
Quindi, leggere di fallimenti, nuove società, difficoltà nel ricevere i pagamenti, uscite in edicola legate soltanto alla buona volontà di giornalisti, fotografi e tipografi malpagati o peggio non pagati, non può che mettere addosso tristezza e rabbia.
 
E però, come dicevo, secondo me con la mia solidarietà rosetana – e con le altre più preziose – i colleghi di Superbasket ci fanno il brodo.
 
Servono idee, proposte. Partendo, se possibile, da una più chiara conoscenza dello stato delle cose in seno a Superbasket. E questo, ovviamente, possono dircelo soltanto i diretti interessati.
 
La società che ha rilevato la testata ha intenzione davvero di andare avanti?
Ha un piano industriale/editoriale/commerciale che non sia soltanto un esercizio di stile?
Ci sono possibilità di attrarre un gruppo editoriale diverso per la testata?
E’ possibile pensare ad un azionariato diffuso – partendo dai lettori – che sia di reale e concreto supporto per un giornale magari gestito in forma cooperativistica?
La testata (il marchio “Superbasket”) è rilevabile e i giornalisti possono rilevarla fondando la “Cooperativa Aldo Giordani”, editrice di una sorta di Superbasket 2.0?
 
Insomma, non mi basta dare la solidarietà ai colleghi in difficoltà di un giornale che leggo con piacere da anni. Perché serve a poco.
Per questo non mi piace il titolo che la redazione ha dato alla lettera a pagina 4.
Il titolo è su due righe. Lo ripeto:
 
Non sappiamo cosa potete fare per noi
Ma cosa ha fatto Superbasket per voi
 
Innanzitutto, dobbiamo uscire dal pantano della prima riga. E cioè sapere come possiamo aiutare l’unica voce nazionale della carta stampata che parla di basket. E, attenzione, di tutto il basket. E, cioè, soprattutto del basket dei mille campanili che compongono l’Italia (cestistica e non). Del basket dello zoccolo duro.
Per questo spero che la redazione – pur vincolata ad un rapporto di lavoro subordinato – possa partorire, se necessario per evitare la morte, una idea originale (la mia, di cui sopra, magari è troppo socialdemocratica) e ce la comunichi.
Insomma: non potete non sapere cosa possiamo fare per voi.
 
Sulla seconda riga del titolo, mi permetto di osservare che per me Superbasket non ha fatto niente. Nel senso che io tiro fuori i soldi, l’edicolante mi dà la copia, i giornalisti prendono lo stipendio, se il prodotto mi piace lo ricompro.
Si potrebbe - nell’ambito di un appello - parlare di “fare qualcosa per qualcuno” se questo qualcosa fosse stato fatto gratuitamente (potrei dirlo io che faccio un sito dal 1998 a consultazione gratuita e che si regge esclusivamente con la pubblicità), ma qui c’è di mezzo un prezzo a fronte di un servizio. Quindi non parliamo di cosa il giornale ha fatto per i suoi acquirenti, sennò – e questo è il nocciolo della mia digressione – la buttiamo sul commovente e la cosa, a mio cinico avviso, serve soltanto a pagare un funerale migliore.
 
Invece io penso che Superbasket debba vivere. Senza lacrime, ma con il sorriso di chi ha una idea e crede nella sua possibile realizzazione. Perché vuole andare avanti.
 
La prima speranza è che la lettera/appello ottenga quel che (è soltanto la mia idea) dovrebbe essere il primo obiettivo della redazione: mandare messaggi alla proprietà, affinché si adoperi per regolarizzare le questioni economico-finanziarie e assicurare un futuro alla testata.
 
La seconda – se la prima fosse disattesa – è che la redazione possa concepire un progetto e dire a noi lettori se e come possiamo aiutarla (oltre a comprare la nostra copia settimanale).
 
Io ci sono. E aspetto nuove.
Intanto, un sincero in bocca al lupo a tutta la Redazione di Superbasket.
 
Luca Maggitti
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