Canzano esiste, curandosi poco dell’accelerata modernità. Per forza, questo pezzo di Abruzzo teramano se ne sta pacioso a 440 metri di quota a prendere l’aria fina, divide la Valle del Vomano da quella del Tordino, è a metà strada di sguardo fra Gran Sasso e Mare Adriatico (panorami stupendi garantiti in caso di passeggiata): perché dovrebbe curarsi del nuovo che avanza? Vietato parlare di fretta ai nativi; loro sono conosciuti per l’antica lavorazione del merletto e per il tacchino alla canzanese: due cimenti in cui la pazienza e il tempo lavorano in santa alleanza per creare capolavori. E poi, quando vogliono non correre, bensì precorrere i tempi, ai canzanesi basta un minimo di impegno, avendo dalla loro un formidabile alleato: il tacchino (alla canzanese, appunto) con la sua deliziosa gelatina. Già, perché la leggenda vuole (non ci sono documenti, ma in molti sono pronti a giurarlo), che la squisita pietanza a base di carne bianca, acqua e aromi, sia stata liofilizzata e compresa nelle scorte in dotazione a Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin (Buzz) Aldrin, che nel 1969, “a cavallo” dell’Apollo 11, misero piede sulla luna. Motivo? Pietanza gustosa e sana, priva di grassi aggiunti, ideale per le scorrazzate siderali. Caspita: da Canzano fin sulla luna!
Così scrivevo della bella Canzano (e del suo piatto principe) nel 2005. 10 anni dopo, oltre al merletto e al tacchino alla canzanese, questo antico borgo di circa 1.900 abitanti ha un’altra eccellenza assoluta di rilievo nazionale. Stavolta di parla di una persona: Luciano Campitelli.
Imprenditore fattosi da solo, a capo di un gruppo che opera nel settore dolciario e fattura 25 milioni di euro dando lavoro a circa 150 dipendenti, Campitelli è il patron e presidente del Teramo Calcio, rilevato dalla polvere del fallimento e portato in soli 7 anni, ripartendo dalla Promozione, in Serie B. E se il tacchino alla canzanese pare sia arrivato sulla Luna, Luciano è arrivato alle porte del Paradiso del calcio. Un risultato più unico che raro, che merita complimenti e un approfondimento.
Ecco l’intervista al presidente supervincente.
Luciano, quando e perché ti è scoppiata la passione per il calcio?
«Da ragazzo. A 18 anni ero già dirigente del Canzano e mi ricordo la delusione che provavo quando i dirigenti più anziani non mi portavano in panchina o non mi facevano fare il guardalinee, ruolo che richiedeva la qualifica di dirigente per essere esercitato. Erano i tempi della terza categoria».
A 18 anni subito dirigente. Mai pensato neanche di provarci a fare il calciatore?
«Difficile. Ai miei tempi, a Canzano non c’era il campo, così ci toccava partire e andare a piedi per trovare un campo vero, come quello di San Nicolò».
Le prime soddisfazioni nella natia Canzano, dunque...
«Presi in mano la società che avevo 23 o 24 anni. Vincemmo 6 campionati».
Come arrivi al Teramo Calcio?
«Tramite una passeggiata sul lungomare di Tortoreto, dove vado al mare d’estate. Ero in bici con degli amici, si parlava del Teramo fallito che doveva ripartire e mi sono detto: “Lo prendo”. Così ho telefonato al mio commercialista Tancredi per dirgli la cosa, trovandolo non troppo entusiasta perché tante aziende con il calcio si sono fatte molto male. Il primo anno non ci siamo chiamati neanche Teramo, poi l’anno successivo abbiamo rilevato il nome, i colori, i trofei e siamo definitivamente ripartiti».
Dopo il fallimento, dalla Promozione del 2008/2009 alla Serie B di oggi. Un crescendo rossiniano. Quali sono stati gli ingredienti per questi successi?
«Crederci. Io faccio una cosa solo perché ci credo. Qualsiasi progetto tu faccia, devi crederci con tutto te stesso, altrimenti sei destinato a fallire. È un messaggio che vorrei arrivasse anche ai giovani».
Dopo questa splendida cavalcata, te la senti di scegliere “3 giocatori 3”, i primi che ti vengono in mente al di là del valore tecnico, perché ti sono rimasti a vario titolo nel cuore?
«Mario Orta: grande calciatore, bravo ragazzo e primo investimento importante della mia vita di presidente, visto quello che ci costò. Andrea Bucchi, che con noi ha vinto campionati...».
Subito due bomber...
«Nella mia vita, io credo nel bomber. Perché se giochi, giochi ma alla fine non finalizzi, non vinci mai».
Filosofia perfetta di vita, per un imprenditore di successo che è anche un presidente di successo. Ma torniamo al terzetto, manca l’ultimo nome...
«Stavolta non ti dico un bomber. Il nostro capitano di quest’anno, Ivan Speranza. Uomo vero, leale, che non finiremo mai di ringraziare per ciò che ci trasmette domenica dopo domenica».
Hai iniziato dalla Terza Categoria con il Canzano, sei arrivato in Serie B con il Teramo. In mezzo c’è tutto il calcio, esclusa la Serie A. Ci pensi ogni tanto?
«Amo il calcio e devo dirti che anche quello della partita Canzano-Miano era molto bello. Erano derby accesi, contro Miano ma anche contro San Nicolò, oppure contro Isola. Poi mi ricordo battaglie sportive contro la seconda squadra di Roseto, l’Atletico. Abbiamo anche giocato contro il Santa Margherita, che poi è scomparsa, e contro il Casoli e il Ponte Vomano. Che partite accese!».
Uno che ha queste fondamenta e le ricorda con questo sereno orgoglio, a occhio e croce non soffrirà mai di vertigini. Ma dimmi, come farai a conciliare gli impegni aziendali con il Teramo Calcio in Serie B? Manco un giramento di testa ti verrà?
«Io sono il capitano. Delle mie aziende e del Teramo. Le due cose mi assorbono moltissimo, ma ho la mia famiglia e il mio braccio destro Ercole Cimini e quindi non temo. Io dirigo, delego, sto un gradino più in alto in modo da seguire bene tutto, ma poi è la squadra che vince e io ho la fortuna di avere due grandi squadre».
In effetti il Teramo vince. E pure il gruppo Sapori Veri non perde...
«150 famiglie che traggono il loro sostentamento lavorando per le nostre aziende è un grande onore per me. Non abbiamo mai licenziato nessuno e facciamo contratti a tempo indeterminato. Cresciamo anche in un momento delicato e negativo economicamente».
Il tuo braccio destro Ercole Cimini, in un pensiero?
«Ci capiamo con gli occhi, quindi spesso non abbiamo bisogno di parlare. Entrambi ci riconosciamo nei valori dell’altro e posso dirti che non abbiamo mai discusso per interessi o altro e mai lo faremo. Quando ho preso il Teramo lui era già il mio socio, anche se gliel’ho detto dopo...».
Mister Vivarini, in un pensiero?
«L’allenatore con il quale spero di costruire un lungo percorso, perché i percorsi si costruiscono non cambiando allenatore ogni anno».
Presidente, dando una rapida occhiata agli almanacchi...
«Certo, anche io ho cambiato allenatori, ma l’ho fatto nei primi anni in cui dovevo crescere e passare di categoria in categoria. E in quel caso avevo bisogno di allenatori maestri nella loro categoria. Oggi con Vivarini so che posso fare con sicurezza la Serie B e per questo ti dico che credo in un progetto a tempo indeterminato. E poi è un progetto che faccio con abruzzesi, visto che c’è anche il direttore sportivo Di Giuseppe».
Vuoi già rubare la scena a Pescara e Lanciano?
«Ma no. Dico solo che più passa il tempo, più mi sento abruzzese e mi piace che i tifosi sentano questo orgoglio abruzzese. A me non dispiace se le altre squadre abruzzesi vincono campionati».
Il direttore sportivo Di Giuseppe, in un pensiero?
«Marcello l’ho scelto io e cresciuto con me. Aveva già grosse qualità, ma con me credo abbia comunque imparato molto. Lui è uno che ci capisce, quindi tutto quello che gli posso insegnare io è altro rispetto al calcio. I giocatori li sceglie lui: ha capacità tecniche e cresce di giorno in giorno. Se penso a un rimprovero da fargli me ne viene in mente uno solo: a volte si chiude troppo in se stesso. Anche con lui faremo un discorso a lungo termine».
Hai conquistato Teramo grazie al calcio, sport che in Italia è più di una religione. Ti stai godendo anche qualche rivincita rispetto a chi ti aveva irriso, ritenendoti inappropriato al capoluogo in quanto proveniente dalla piccola Canzano?
«Non ci bado, credimi. Io sono un sereno di natura e so che non conta ciò che dici, ma ciò che fai. Io vengo da Canzano e sono arrivato in Serie B. Se fosse arrivato Moratti a Teramo e non avesse vinto niente, avrebbe preso le parole. Contano solo i fatti. E i fatti dicono che sono entrato in punta di piedi, rilevando una società disastrata in una città disamorata. Abbiamo dovuto ricostruire l’ambiente e ridare dignità alla squadra sia con le vittorie sia con la correttezza. Dopo tutto questo lavoro, non mi interessa che i tifosi mi acclamino, perché l’acclamazione non vale niente. Io voglio che i tifosi mi stimino, perché quello è un valore vero. Pensa che, parlando dei miei figli, la cosa che mi fa più piacere non è che mi amino come padre, ma che mi stimino».
Il tuo maggior pregio e il tuo peggior difetto?
«Lo stesso: sono ipercritico con me stesso e con chi mi sta intorno. Vorrei poter fare sempre meglio. Vinciamo? Penso a vincere giocando bene. Vinciamo giocando bene? Penso a vincere giocando bene e con maggiore impegno. E via così: è la base per far incazzare i collaboratori, ma anche per mietere successi».
Cosa fai per gestire lo stress?
«Gestirlo? Per fortuna che c’è, lo stress! Nella vita c’è gente che muore di stress, io se non lo avessi starei male. Lo stress è il mio carburante».
Quali sono i tuoi hobby?
«Oggi che la mia giornata di impegni inizia alle 8 e finisce alle 23.30, vorrei averne un po’ di più per me stesso, la mia famiglia, mia nipote, gli amici che trascuro».
Cosa ti manca di più della giovinezza?
«Nulla. Rimpiango forse l’aver corso troppo essendomi organizzato poco. Poi però vedo che anche quella poca organizzazione ha portato frutti e allora guardo avanti e ringrazio i miei genitori per i valori che mi hanno trasmesso quando ero giovane. Sono i valori che voglio trasmettere ai miei figli e ai miei collaboratori».
Vincente con le aziende, vincente con il calcio... mi ricordi qualcuno. Ti hanno mai chiesto di fare politica?
«Più di una volta, ma ho sempre rifiutato. Non credo di poter fare l’uomo pubblico, perché starei troppo in mezzo alla gente, non avrei paura a raccomandare persone bisognose e meritevoli per un posto di lavoro, non prenderei mazzette, opererei per dare una vita migliore a chi è meno fortunato ed è rimasto indietro nella corsa della vita. Capisci benissimo che se facessi politica così, i politici veri non me lo perdonerebbero mai e mi “creperebbero”. Quindi non se ne parla».
Come ti vedi fra 10 anni?
«Ancora nel calcio. Voglio che sia il bastone della mia vecchiaia, sperando che qualche nipote o una delle mie figlie possa innamorasi del calcio come sono innamorato io».
Cosa ti fa incazzare negli altri?
«Il non dare. Quelli che ti dicono sempre: “Ma chi te lo fa fare, ma ci rimetti i soldi”. Io do. Nel calcio come nelle adozioni. E darò sempre di più perché queste sono le cose belle della vita. Se hai mille euro, un milione o 100 in banca cosa contano? Nessuno si ricorderà di te per i soldi. Io credo che nella vita si ricorderanno di te per le cose che hai costruito e ti sei goduto insieme agli altri. Per questo amo costruire, nelle mie aziende come nel calcio, godendomi i frutti insieme agli altri».
Il tuo motto?
«Fare con onestà».
Luciano, chiudiamo con un sorriso. Campitelli ha le stesse lettere di Campedelli, presidente e patron del Chievo. Teramo ha le stesse lettere di Chievo. Tu sei nel settore dolciario come Campedelli. Tre indizi fanno una prova: il Teramo punterà alla Serie A, per essere un nuovo Chievo?
«Ti credi che mi fai paura con questa domanda? I sogni ci sono. Il presidente Campedelli ha dimostrato che i sogni possono diventare realtà. Io al momento non devo dire altro. Intanto gustiamoci questo risultato storico e questa promozione. Nella vita, quando c’è impegno, tutto può nascere. E adesso, scaramanticamente, consentimi di non dire altro».