Roseto Basket Story
MARKO MILIC: BUBAMARA SA VOLARE!

Lo sloveno volante si ritira dal basket giocato a 38 anni. Noi lo celebriamo proponendo 3 articoli (con una intervista) a lui dedicati.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 15 Ottobre 2015 - Ore 14:15
Marko Milic, a Roseto nel campionato di Serie A 2002/2003 (quello della gestione di Enzo Amadio), ha deciso di ritirarti dal basket giocato a 38 anni.
In onore del suo talento e delle volte che a Roseto – fra Campionato e Uleb Cup – ha dato spettacolo, propongo su ROSETO.com 3 articoli (il primo contiene anche una intervista) pubblicati sul Tempo (2002), l’Unità (2003) e Eidos News (2010).
Viva Bubamara!
 
 
Pubblicato su IL TEMPO Abruzzo
20 dicembre 2002
 
Marko Milic è l’ala piccola titolare dell’Euro Roseto che sta facendo sognare una regione intera, veleggiando nelle zone alte del massimo campionato di basket. Milic nasce a Kranij, in Slovenia, nel 1977 da papà Vlado (olimpionico nel lancio del peso) e mamma Marieta (olimpionica nel lancio del disco, campionessa di Jugoslavia per molti anni). Sposato con Vesna, 26 anni, Marko è padre di Tara, bimba di 7 mesi. Firmato a sorpresa dal Presidente Enzo Amadio a inizio stagione e fresco di conferma fino al 2005, Milic ha in breve conquistato squadra e pubblico, raccogliendo il testimone di “uomo immagine” lasciato da Mario Boni. La carriera dello sloveno inizia nella natia Kranij, con la squadra del Triglav, dove debutta nella stagione 1991/1992 e rimane fino all’annata sportiva 1993/1994, prima di passare all’Olimpia Lubiana, dove gioca dal 1994/1995 al 1996/1997, vincendo la gara delle schiacciate nell’All Star Game sloveno negli anni 1994 e 1995, l’Eurostar Game nel 1997 e, soprattutto, il campionato sloveno nella stagione 1995/1996. I suoi numeri, in Eurolega con il Lubiana, parlano di 31,6 minuti di impiego, con 15,8 punti e 5,4 rimbalzi di media e lo portano ad essere il primo sloveno scelto dalla NBA. Lo chiamano i Philadelphia 76ers, nel Draft 1997, che però lo mandano, a novembre, nella franchigia dei Phoenix Suns, dove gioca poco: in 33 gare 4,8 minuti con 2,8 punti. Il “lock-out” dei professionisti statunitensi lo riporta in Europa, per una fugace parentesi turca, nel Fenerbhace, da dove riparte per Phoenix. Ancora 11 gare con i “pro”, a 4,8 minuti di media e 1,5 punti, prima di decidere di tornare all’Olimpia Lubiana, dove torna ai suoi livelli, giocando la stagione 1999/2000 sia in Campionato (21,4 minuti con 10,3 punti e 3,3 rimbalzi) sia in Eurolega (34,2 minuti con 14,2 punti e 4,5 rimbalzi). Viene ancora una volta convocato per l’Eurostar Game 1999 e per l’All Star Game sloveno, dove viene votato MVP. Nella stagione 2000/2001 lascia ancora una volta Lubiana, alla volta di Madrid, dove indossa la canotta del Real, giocando Campionato (20,9 minuti con 8,5 punti e 3,5 rimbalzi) e Eurolega (22,9 minuti con 9,3 punti e 4,5 rimbalzi). La scorsa stagione lo chiama la Fortitudo Bologna, dove gioca Campionato (19,5 minuti, con 9,4 punti e 2,8 rimbalzi) e Eurolega (21,3 minuti di media, con 9,3 punti e 3,6 rimbalzi), perdendo la finale Scudetto contro il Benetton Treviso. Da questa stagione è all’Euro Roseto, dove sta giocando il miglior campionato della sua carriera, a giudicare dai numeri dopo 12 gare: 31,4 minuti di media, con 17 punti (high di 27) e 5,2 rimbalzi (high di 9). Bene anche in Uleb Cup, dove gioca 29 minuti, con 13 punti e 6 rimbalzi di media. Giocatore fisicamente devastante e schiacciatore spettacolare, Milic è nazionale sloveno dal 1995 e ha giocato i Campionati Europei del 1995, 1997, 2001 e, con la Under 22, l’edizione del 1996.
 
Marko, resti fino al 2005. Roseto ti è piaciuta cosi tanto?
«Si. Sto benissimo qui. Ho vissuto a Istanbul, Philadelphia, Madrid, Bologna, ma io preferisco i piccoli posti, con la mia famiglia e amici cari come Radosevic e Gavrilovic».
 
Che colore ha Roseto per te?
«Rosso. Come la passione della sua gente».
 
Marko, ma è vero che per la tua famosa schiacciata, con salto di una macchina, non hai potuto andare a studiare e giocare nelle università statunitensi?
«Proprio così. Ero all’All Star Game in Slovenia. Schiacciai saltando la macchina e loro me la diedero in premio. Non sapevo che aver preso quella coupé mi avrebbe pregiudicato la possibilità di andare a Duke o North Carolina, università che mi avevano cercato».
 
E tu sei andato direttamente in NBA…
«Quando ero giovane era il mio sogno. A 19 anni mi chiamò Philadelphia e io andai senza farmi troppe domande. Ma avevo visto solo gli “highlights” in televisione! In realtà, la NBA funziona perché Stern è molto intelligente e ne ha fatto un fenomeno commerciale mondiale, ma se sei un giocatore normale e non sei nel ristrettissimo cerchio delle star che tirano 20 volte a partita, è molto noioso giocarci. Personalmente, preferisco il basket di squadra che si gioca nella vecchia Europa».
 
Chi sono i tuoi amici veri nel basket?
«Gregor Fucka, con cui sono cresciuto nello stesso palazzo di Kranij. Poi ci sono Sasha Djordjevic e Boris Gorenc».
 
E il tuo miglior compagno di squadra a livello umano?
«Tutto il gruppo dell’Olimpia Lubiana. Dovendo fare nomi, ti dico Nesterovic e Hafnar, passati in Italia».
 
Sei cresciuto con Gregor Fucka, ma tu sei molto più solare!
«Dovevi vederci da piccoli, giocare a hockey. Lui era uno spettacolo su quei pattini: alto 2 metri e trenta! Gregor è un ottimo giocatore, ma soprattutto una ottima persona, solo che non è un tipo aperto e non ha atteggiamenti da star».
 
Hai un modo di giocare che mi sono permesso di definire, in combutta con Radosevic, “fat and fast” (grasso e veloce n.d.r.). A cosa devi la tua potenza esplosiva?
«Ehi, non sono grasso. Tu mi hai definito “bubamara” (“coccinella” in jugoslavo n.d.r.), un altro ha scritto su Superbasket che pesavo 130 chili: mia moglie, quando l’ha saputo, non voleva più farmi da mangiare! Sai, credo solo che mi manchi un po’ di altezza. Se avessi qualche centimetro in più non noteresti niente di strano. In quanto alla potenza, i miei genitori sono stati buoni atleti».
 
Giochi sempre con il sorriso. Ti diverti così tanto?
«Quando ho cominciato a giocare a basket lo facevo perché mi piaceva, non perché volevo diventare una superstar o guadagnare miliardi. Mi piaceva e basta. Poi la mia carriera si è sviluppata e mi sono trovato a giocare in grandi squadre che non mi hanno lasciato esprimere come avrei voluto. Volevano da me solo cose particolari, pezzi di gioco, quel che si dice “uno specialista”. Ma io non sono uno specialista. Ho avuto problemi nelle ultime due stagioni, mentre qui a Roseto mi sento tornato ragazzino, perché gioco e non sembra lavoro, ma solo divertimento».
 
Merito di Coach Phil Melillo?
«Certo. Lui ha l’autorità e il rispetto della squadra, ma mi dà molta libertà di sviluppare il gioco. E’ incredibile sai, mi sento come nel 1997, quando giocavo nell’Olimpia e giocammo le Final Four di Eurolega. Da allora non avevo mai più giocato in un gruppo così fantastico. A me piace giocare con il sorriso, ma la vera soddisfazione è quando tutta la squadra gioca divertendosi. E noi lo facciamo».
 
Vi divertite nonostante la pressione dell’ambiente?
«Si, perché è una pressione positiva, calorosa. Non sappiamo se vinceremo lo Scudetto o se arriveremo decimi, ma giochiamo per fare bene ogni volta, senza essere soldatini, ma esprimendoci appieno. Io credo che se la squadra si diverte, si diverte anche il pubblico».
 
Padre serbo e madre slovena. Come avete vissuto la guerra?
«Malissimo. E’ stato tutto così veloce, con tante implicazioni a livello religioso. Terribile. La logica del “occhio per occhio” ha poi fatto, purtroppo, il resto».
 
Che farai quando smetterai di giocare o cosa vorresti fare?
«Ho diverse idee e molto probabilmente non rimarrò nel movimento cestistico. Mi piacerebbe dedicarmi alla fotografia sportiva o all’architettura. Pensa che per la costruzione della mia casa sono 5 anni che seguo personalmente i lavori: ho disegnato le stanze e aiutato i muratori. Mi piace ed oggi è il mio hobby principale».
 
Dimmi qualcosa per cui valga la pena vivere.
«La famiglia. Sai, è incredibile come cambia il tuo modo di vivere e pensare quando ti sposi e diventi padre. Prima facevo tutto per me, ora faccio tutto per Tara e Vesna».
 
Chiudiamo facendoci una risata. Ma è vero che il civilissimo pubblico di Treviso ti riservò un coraccio?
«Da avversario segnai una ventina di punti, così la curva mi dedicò un coretto che diceva “zingaro, zingaro”. Io non capii il significato e pensai fosse una cosa carina, così li ringraziai sorridendo e salutandoli. Immaginati la scena».
 
 
Pubblicato su l’Unità
2003
 
“BUBAMARA” SA VOLARE.
Marko Milic: il leader sorridente del Roseto dei miracoli.
 
“Loro cantava zingaro, zingaro e io non capiva, sorrideva e diceva grazie, grazie”. E’ un ricordo simpatico, puro e sgrammaticato, della prima stagione italiana di Marko Milic, quando giocava con la Fortitudo Bologna. Lo sloveno volante te lo racconta con il sorriso sulle labbra, conducendoti idealmente sottobraccio davanti alla curva del Benetton che poi avrebbe vinto lo scudetto, con i tifosi della Marca, verdi di cuore e di rabbia per il suo ventello, a cantargli la ninna nanna zingara e lui, che di italiano non capiva ancora un tubo, a sorridere e ringraziare pensando che fosse un bel modo di applaudire la sua buona partita in trasferta.
 
Questo è Marko Milic da Kranij, Slovenia, scanzonato compagno di palazzo di Gregor Fucka da bambino e oggi novello leader dell’Euro Roseto delle meraviglie. Un giramondo che ha avuto il merito di non omologarsi mai e che non ci pensa due volte a dirti: “La NBA funziona perché Stern è molto intelligente e ne ha fatto un fenomeno commerciale mondiale, ma se sei un giocatore normale e non sei nel ristrettissimo cerchio delle star che tirano 20 volte a partita, è molto noioso giocarci. Personalmente, preferisco il basket di squadra che si gioca nella vecchia Europa”.
 
Ed è forse proprio lo spirito tzigano che lo assiste, fin dai tempi in cui, ragazzo prodigio, durante l’All Star Game sloveno andò a schiacciare saltando una coupé decappottabile che gli fu poi data in premio; un regalo che gli impedì di andare a “studiare” in una delle blasonate università americane che lo cercavano, come Duke o North Carolina. Ma il nostro, dopo stagioni da circoletto rosso a Lubiana, in NBA ci andò lo stesso, primo sloveno della storia, per poi tornarsene e vestire le casacche di Fenerbhace, Real Madrid e Fortitudo Bologna. In nessun posto Milic ritrovò il sorriso e le giocate di Lubiana. In nessun posto prima di sbarcare in riva all’Adriatico, a Roseto, dove è stato portato dal Presidente Enzo Amadio fra lo scetticismo di piazza e addetti ai lavori.
 
La coccinella slovena ci ha messo poco a conquistare tutti con il suo gioco “fat and fast” fatto di fisico, avvicinamento a canestro, rimbalzi, assist. Gli manca il tiro da fuori, ma se lo avesse non sarebbe a Roseto. Così il figlio di papà Vlado (olimpionico nel lancio del peso) e mamma Marieta (olimpionica nel lancio del disco, campionessa di Jugoslavia per molti anni), che vive con la compagna Vesna e con la figlia Tara, ha scoperto il cuore pulsante di Roseto e la tranquillità del “Lido delle Rose”, prolungando il suo contratto fino al 2005 con il Patron Amadio.
 
Le sue statistiche sono le migliori della ancor giovane carriera e quando gioca ai tifosi rosetani sembra di essere in mezzo ad una festa balcanica a base di “unz unz”, con tanto di Bregovic e orco percussore a fianco. Milic è una forza della natura, anche se si ritrova il morbido soprannome di “bubamara” (coccinella). Parafrasando un’aforisma del pioniere dell’aviazione Igor Sikorsky, che parlava del calabrone, di lui si potrebbe concludere: “La coccinella non può volare, a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma non lo sa e perciò continua a volare”.
 
 
Pubblicato su EIDOS News
Marzo 2010
Roseto Basket Story
MARKO MILIC: CHE SALTI ‘BUBAMARA’!
Lo sloveno fu il leader del Roseto Basket ‘europeo’ 2002/2003.
 
Marko Milic, sloveno classe 1977, ala di 200 cm, è un atleta predestinato. Cosa poteva diventare, infatti, uno nato da papà Vlado, olimpionico di lancio del peso e mamma Marieta, olimpionica di lancio del disco e più volte campionessa di Jugoslavia? Milic – che soprannominai Bubamara (coccinella in slavo) perché era grosso come un armadio ma volava nonostante le dimensioni - fu il leader sorridente del Roseto Basket 2002/2003 griffato Euro del presidente Enzo Amadio.
 
Il Roseto europeo, guidato in panchina da Phil Melillo, che raggiunse il più alto traguardo internazionale di una squadra abruzzese di basket maschile. Milic arrivò nel Lido delle Rose per disputare la sua seconda stagione italiana, dopo l’esperienza alla Fortitudo Bologna, voluto fortemente da Amadio, che non lesinò risorse per allestire un Roseto che partì con il botto, battendo in quattro giorni in trasferta sia Fortitudo Bologna sia Virtus Roma e guadagnandosi la copertina di Superbasket, che la dedicò proprio allo sloveno di Kranj, compagno di palazzo di Gregor Fucka da bambino.
 
Quando Milic arrivò al palasport rosetano per la presentazione, il 19 settembre 2002, trovò gente ed applausi in abbondanza. Era il colpo finale di un poker che comprendeva Radosevic, Davis e Pieri e nella prima intervista rosetana dichiarò: “Non sono un cannoniere, ma un giocatore che difende duro e mette il suo atletismo al servizio della squadra. Venire a Roseto mi rende felice, anche perché ricordo lo splendido clima che ho trovato lo scorso anno, quando sono venuto con la Fortitudo a giocare”.
 
Milic arrivò a Roseto avendo già nel proprio bagaglio l’esperienza NBA (Philadelphia 76ers e poi Phoenix Suns) e quella europea con Fenerbahce, Real Madrid e Fortitudo Bologna. Cercato da alcuni college americani, non poté andarci “per una schiacciata”, come ricordò lui stesso in una intervista nel periodo rosetano: “Ero all’All Star Game in Slovenia. Schiacciai saltando la macchina (su Youtube c’è il video, n.d.r.) e loro me la diedero in premio. Non sapevo che aver preso quella coupé mi avrebbe pregiudicato la possibilità di andare a Duke o North Carolina, università che mi avevano cercato”.
 
Amante del gioco, Milic nel 2002 analizzò – e liquidò – così la NBA: “Quando ero giovane era il mio sogno. A 19 anni mi chiamò Philadelphia e io andai senza farmi troppe domande. Ma avevo visto solo gli ‘highlights’ in televisione! In realtà, la NBA funziona perché Stern è molto intelligente e ne ha fatto un fenomeno commerciale mondiale, ma se sei un giocatore normale e non sei nel ristrettissimo cerchio delle star che tirano 20 volte a partita, è molto noioso giocarci. Personalmente, preferisco il basket di squadra che si gioca nella vecchia Europa”.
 
A Roseto, Milic dimostrò a tutti che non era soltanto uno “specialista”, bensì un giocatore completo. In quintetto lui era l’ala piccola, mentre Fajardo agiva nel ruolo di ala forte. In attacco, però, spesso i ruoli si invertivano, con Milic spalle a canestro a capitalizzare il suo strapotere fisico e Fajardo a colpire da oltre la linea dei tre punti, per la gioia dei tifosi rosetani e la dannazione delle difese avversarie.
 
Le alchimie tattiche di Melillo permisero a Milic di giocare una stagione da oltre 15 punti e 5 rimbalzi di media lungo le 37 gare di stagione regolare e play-off Scudetto, oltre Coppa Italia e Uleb Cup. Milic ebbe parole piene di entusiasmo per la squadra e, soprattutto, per coach Melillo: “Il coach ha l’autorità e il rispetto della squadra, ma mi dà molta libertà di sviluppare il gioco. E’ incredibile, mi sento come nel 1997, quando giocavo nell’Olimpia e giocammo le Final Four di Eurolega. Da allora non avevo mai più giocato in un gruppo così fantastico. A me piace giocare con il sorriso, ma la vera soddisfazione è quando tutta la squadra gioca divertendosi. E noi lo facciamo”.
 
E Milic era uno che il sorriso non lo perdeva mai. Anche quando - con la Fortitudo – subì il coro della curva dei tifosi Benetton Treviso che gli cantarono a mo’ di ninna nanna: “Zingaro, zingaro”. Marko, ricordando l’episodio, con il suo proverbiale sorriso, sdrammatizzò nel suo italiano incerto: “Loro cantava e io non capiva, sorrideva e diceva grazie, grazie”.
 
Il Roseto di Milic e Melillo regalò una grande stagione ai tifosi rosetani. In Coppa Italia, la squadra arrivò alla Final Eight, battendo Roma ai quarti di finale e uscendo in semifinale contro Cantù all’ultimo canestro. In Uleb Cup il Roseto passò il primo turno, anche grazie ad una stratosferica vittoria in casa contro il fortissimo Pamesa Valencia, uscendo poi agli ottavi di finale contro l’Estudiantes Madrid.
 
In Campionato, la squadra partì fortissimo, salvo rallentare nel finale – anche a causa dell’impegno europeo – e giungere all’ottavo posto, perdendo a sorpresa gli ottavi di finale contro Reggio Calabria. Dopo Roseto, Milic fu ingaggiato da Pesaro – nel frattempo rilevata da Enzo Amadio – insieme a coach Melillo a al play finlandese Rannikko.
 
Dopo due stagioni a Pesaro, il passaggio a Bologna, sponda Virtus, e il ritorno a casa all’Olimpia Lubiana, prima di andare a Madrid per vincere la Uleb Cup 2007 e tornare di nuovo all’Olimpia. In questa stagione, dopo un inizio in Francia all’Orleanaise, da un paio di settimane Marko Milic è tornato in Italia, firmando per la squadra di Serie A del Cremona, voluto da un altro ex-rosetano: coach Attilio Caja, che aveva bisogno di un rinforzo per inseguire la salvezza.
 
 
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