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La tesi di laurea, a puntate, del giovane teatino appassionato di basket. Puntata 12.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedě, 06 Febbraio 2020 - Ore 11:30
IV.1: “Once brothers” – una volta fratelli
La stampa, soprattutto croata, non perse l’occasione per ricamare sull’accaduto. Iniziò una campagna mediatica che aveva per oggetto un solo uomo: Vlade Divac. Politici croati, in cerca di consenso immediato, ne furono i principali sostenitori. A questo punto accadde l’irreparabile: Petrović, che mai come in quella circostanza si sentì croato, e che in verità mai aveva nascosto il suo risentimento verso i serbi, avendo rivisto il filmato, prese una decisione. Da adesso in poi il “fratello” Vlade sarebbe diventato il nemico. A lui non avrebbe rivolto mai più la parola. Dalla sua, Divac provò spesso, nei mesi successivi, a giustificarsi, asserendo che il suo non fu un gesto politico ma dettato dalla volontà di rimarcare che quella squadra non fosse né serba, né croata, né slovena. Era semplicemente la Jugoslavia.
Ogni eventuale tentativo da parte del cestista serbo di ricucire i rapporti venne troncato dall’inizio della guerra. La nuova stampa croata, libera dal giogo del comunismo jugoslavo, riuscì nell’intento di trasformare Dražen Petrović nel simbolo della ritrovata identità nazionale e di demonizzare chiunque avesse avuto legami con i serbi. Il “Mozart dei canestri” (soprannome con il quale l’editorialista de La Gazzetta dello sport, Enrico Campana, definì Petrović) credeva tanto nella liberazione della sua nazione ma non poteva accettare che il suo migliore amico avesse rigettato in quel modo il simbolo più importante del suo paese senza un motivo lecito.
Stefano Olivari, nel suo saggio Gli anni di Dražen Petrović: pallacanestro e vita, ha riservato il capitolo conclusivo per le interviste a quattro dei maggiori esperti del basket jugoslavo e persone vicine all’atleta croato. A partire dal fratello Aleksandar detto “Aza” il quale, in merito al “caso Divac”, si è espresso in questi termini:
Non c’è molto da dire. La verità è che i rapporti tra Dražen e Vlade erano sempre stati buoni, fino all’episodio della bandiera al Mondiale del 1990. Da quel momento in poi, Dražen è stato sottoposto ad una pressione incredibile, non solo a causa di Divac. Era intanto scoppiata la guerra, alcuni nostri amici stavano combattendo e Sebenico era sotto i bombardamenti. Noi eravamo una famiglia mista (la madre croata, il padre di origine serba, ndr) ma Dražen, in quei mesi, si sentì obbligato a prendere una posizione. E la prese, rompendo amicizie di anni come quella con Divac. La sua famiglia e i suoi amici erano in pericolo di vita, cosa avrebbe dovuto fare? Fu molto lineare. Da un giorno all’altro tagliò le comunicazioni con Divac e con gli altri (1).
Conclusosi il Campionato del Mondo, tutti gli atleti fecero ritorno nelle proprie squadre per preparare la stagione sportiva alle porte. In particolar modo Divac e Petrović tornarono negli Stati Uniti d’America, rispettivamente nei Los Angeles Lakers e nei Portland Trail Blazers (2).
Per due cestisti europei, giocare nell’NBA (National Basket Association, il più importante campionato di basket al mondo) dei primi anni Novanta significava essere indubbiamente forti ma anche costretti a sottostare ad una rigida mentalità statunitense che sottostimava chiunque non fosse nato negli Stati Uniti. E, mentre il pivot (ruolo che, nella pallacanestro, viene affidato al giocatore più dotato fisicamente e più alto) serbo affermò tutto il proprio valore poco dopo il suo esordio nella lega americana, per Petrović l’ambientamento fu molto più complesso e lento.
Per questo motivo i due compagni di nazionale cercarono di sostenersi a vicenda nei momenti difficili. Come riporta il documentario Once Brothers, Divac e Petrović si sentivano telefonicamente ogni singola sera per condividere i progressi e le problematiche collegate al loro lavoro. Ma, tornato dall’Argentina, il talento croato avrebbe deciso di interrompere questa consuetudine, inasprendo ulteriormente il malessere del collega. Quell’eccesso di rabbia, durato una manciata di secondi, fece danni irreparabili e distrusse il loro rapporto al punto che Divac, durante le riprese del documentario, avrebbe dichiarato:
A costruire un’amicizia vera e profonda ci vogliono anni. Per distruggerla basta un secondo.
Con queste premesse si arrivò alla partita di campionato tra le due squadre: la prima vera occasione per ritrovarsi dopo Buenos Aires e per provare a parlare, tentando la via del chiarimento. E, stando alle parole di Divac, questo sarebbe stato il suo principale intento:
Il giorno prima dell’incontro a Portland, come da consuetudine, andammo ad allenarci su quello che sarebbe stato il palazzetto per l’incontro. Facemmo allenamento per primi e, mentre i miei compagni rientravano negli spogliatoi per la doccia, io decisi di rimanere in campo ad attendere Dražen. Ero certo che sarebbero bastate due parole, un sorriso e qualcuna delle nostre battute e tutto sarebbe tornato come prima. Arrivarono tutti i suoi compagni di squadra sul parquet per iniziare l’allenamento. A loro chiesi dove fosse Dražen.“E’ ancora negli spogliatoi” mi dissero. Era rimasto lì, sperando che anch’io me ne fossi andato insieme ai miei compagni di squadra. Allora attraversai il campo e andai dritto negli spogliatoi. “Dražen, ma cosa succede? Cosa fai nascosto qua dentro?” gli chiesi. “Le cose laggiù da noi non vanno bene. Per niente. Lasciamo passare un po’ di tempo e vediamo cosa succede” mi rispose in un tono freddo e distante. “Dražen sono io, Vlade, ma di cosa mi stai parlando?” “Aspettiamo e vediamo quello che succede” mi ha ripetuto uscendo dallo spogliatoio (3).
Perché, nel frattempo, dalla Jugoslavia arrivavano notizie tutt’altro che rassicuranti.
NOTE
(1) S. Olivari, Gli anni di Dražen Petrović, cit, pag. 201.
(2) R. Gandolfi, Dražen Petrović e Vlade Divac, cit.
(3) R. Gandolfi, Dražen Petrović e Vlade Divac, cit.
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Emanuele Di Nardo
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