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CINQUE GIORNI A CIVITELLA DEL TRONTO

Dal mare alla Fortezza, facendo vacanza dopo 22 anni. Un ricordino.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 13 Settembre 2020 - Ore 21:00

Penultima vacanza fatta nel 1991. Isola di Favignana. Ultima nel 1998. Toscana, San Gimignano e zone limitrofe.

Dopo 22 anni stacco con via Seneca, mantenendo la promessa di un “ti verrò a trovare” fatta, nel 2003, a Daniele Zunica. Prenoto dunque 5 giorni nel suo hotel e decido di allontanarmi da casa. Il viaggio è lungo (per me che vivo all’interno di un triangolo scaleno di poche centinaia di metri, tutto interno a Roseto), ma la meta merita: Civitella del Tronto e la sua Fortezza.

Arrivo martedì primo settembre 2020, a metà mattinata. Mi accoglie il cordiale Vincenzo, radici lucane, che vedrò lavorare a maniche corte la sera successiva, mentre io indosso il piumino. Mi spiegherà, sorridendo, che la cittadina dalla quale proviene è una delle più fredde d’Italia, in provincia di Potenza.

Il direttore mi consegna le chiavi: stanza 201. Salgo e dispongo vestiti e suppellettili come se dovessi starci un anno. Quando è tutto in perfetto ordine – soprattutto la mia mania – decido di scendere per una passeggiata. Prima però apro la finestra e mi godo l’affaccio su piazza Filippi Pepe: il mio occhio sinistro tocca il mare, quello destro punta la Majella sullo sfondo e, più vicino, il Gran Sasso. È tutto qui davanti. Quel che è necessario per la felicità, intendo.

Civitella del Tronto è bella, pulita, sorprendente ad ogni angolo. Alzando lo sguardo, premia sempre con scorci inaspettati. Percorro corso Mazzini e penso al libro “La guerra per bande” del buon Giuseppe. Incespico con gli occhi su ogni portone, carezzo tutti i balconi ornati di gerani, mi imbevo della massa di verde che circonda l’abitato.

Arrivo alla fine e mi fermo davanti al costone roccioso che guarda verso i Monti Gemelli. La parete è attrezzata per chi vuole apprendere i rudimenti dell’arrampicata. Il giorno successivo scoprirò che quella è la parte inespugnabile della Fortezza.

Ad accogliermi nel loggiato, per il pranzo all’aperto, ci sono il signorino Giovanni, la signorina Chiara e il signorino Piermatteo, che hanno 21, 20 e 19 anni. Splendidi e attenti, mi fanno pensare alla scelta di Daniele che li ha voluti allo Zunica e al signor Ercole Cordivari, che mi affidò incarichi di responsabilità quando avevo 24 anni. Sangue giovane, ci vuole. E responsabilità affidate non soltanto a parole.

Il freschissimo terzetto è impeccabile e io vengo sottoposto alla prima seduta di terapia gastro-emozionale. Sono stressato, loro lo comprendono e provvedono a rimettermi in sesto somministrandomi le creazioni dello chef Sabatino Lattanzi (che è ancora giovane, ma lavora qui da quando era bambino), accompagnate sempre da ottimi vini abruzzesi, salvo un salto in Piemonte, una sera che ci voleva, per assaporare un Nebbiolo.

Antipasto, primo piatto, secondo piatto, dessert. Estasi mistica e richiesta al signorino Giovanni di trovare una tregua che possa consentirmi di tornare a casa senza rotolare giù alla fine dei 5 giorni. Firmiamo dunque un trattato di pace enogastronomico: a pranzo mi dichiarerò volentieri prigioniero politico del menu degustazione, mentre a cena opterò per una portata (ma, callido e infido, spesso ordinerò pure antipasto e dessert).

La prima sera chiedo di mangiare da “Amoretto, cibo di strada”, lo spin-off di Zunica 1880, collocato ai piedi della Fortezza. La selezione per i clienti è naturale: chi riesce a salire le due rampe è vivo e può mangiare. Sopravvivo ad entrambe le erte e mi premio con pizza fritta e mozzarella in carrozza. Anche qui, un manipolo di giovinastri sorridenti – tra i quali un moro che a Roseto giocherebbe centro, visto che sta sui due metri – prepara lo street-food. Le comande le prende una bruna con il sorriso che sgorga dagli occhi, ben più forte della mascherina. È magra come un giunco e la sua eleganza ti truffa, facendoti pensare che ciò che mangerai non ti farà ingrassare, visto il suo portamento. Invece lei è una sorta di Tilda Swinton mora, mentre io resto Bud Spencer.

Salto il dolce e scendo, satollo e gaio, attento a non ruzzolare per le vie nella notte civitellese. Il primo giorno è passato come volevo: grandi camminate, superbe mangiate e una buona lettura. Sto finendo “Il Mediterraneo in barca” di Georges Simenon: l’ho portato quassù  e devo dire che leggere i suoi strepitosi reportage dall’Isola d’Elba immerso nelle montagne è ancor più suggestivo.

Il secondo giorno chiedo di Daniele – che, infortunato, mi ha telefonato il giorno prima dal suo buen retiro ai piani alti dell’hotel per accogliermi – per sincerarmi che la convalescenza proceda. Vorrei vederlo, ma comprendo che deve riposare e non può sforzare la gamba offesa, così mi limito ai saluti intermediati dal buon Vincenzo, che dispone per la colazione con passo svelto e lucana cordialità.

Vado in visita alla Fortezza di Civitella del Tronto, chiedendo una guida. C’è Matteo Mangiacotti – su prezioso assist di Daniele, che non si vede ma si sente – e sono fortunato. La Fortezza viene raccontata con cura e passione, lasciando il tempo al gruppo di ammirare la maestosa costruzione e i suoi segreti.

Torno più affamato che mai e la santa alleanza Giovanni-Chiara-Piermatteo ha nuovamente vita facile con me, satollandomi con le delizie di chef Lattanzi. Comincio a pensare che non sarebbe male vivere così almeno un giorno a settimana. Intanto, gioisco al pensiero che sono soltanto al giorno 2 dei 5 che mi sono assicurato.

Finisco di leggere Simenon e approccio “U siccu”, il libro di Lirio Abbate che racconta Matteo Messina Denaro: il capomafia più pericoloso di tutti. È latitante dal 1993 (un lasso di tempo insopportabile... e lo dico io che non facevo vacanza dal 1998) e leggo dei suoi orribili misfatti fra le vie di una città che ha invece dedicato un monumento a un altro Matteo, che di cognome fa Wade, ufficiale irlandese al servizio del Regno di Napoli che nel 1806 difese strenuamente la Fortezza di Civitella, pur dovendo alla fine capitolare. Quando capitolerà, mi chiedo, Matteo Messina Denaro?

Ad esclusione dell’emozionante visita della Fortezza, i miei 5 giorni a Civitella del Tronto (che valgono 7 anni in Tibet, per uno stanziale come me), procedono secondo un canovaccio collaudato e apprezzato il primo giorno: belle passeggiate, ottime mangiate, interessanti letture, pensieri che giorno dopo giorno diventano più distesi e meno serrati, denti non più così insopportabilmente digrignati.

È Civitella del Tronto, bellezza.

Il penultimo giorno, finito anche “U siccu”, inizio “Il capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff: un libro spesso come il muro di cinta della Fortezza, che analizza i modelli di business delle società ormai padrone della Terra, come Google e Amazon, facendo molto pensare. Sono all’inizio, il corpo del testo è piccolo, le pagine tantissime e così ogni tanto sollevo la testa, seduto nel loggiato, per tuffare gli occhi nel verde e riprendermi.

La cupezza di questo terzo libro mi ricorda che è venerdì e sono arrivato quasi alla fine dei miei 5 bellissimi giorni intorno alla Fortezza. Gli indizi che fanno una prova si sommano quando la sera incontro Alessia e Fabrizio – amici golosoni autori del blog “Where the foodies go” – in missione a Civitella del Tronto per saggiare la “potenza lattanziana” (sceglieranno il menu a base di pesce di fiume, venendo colti entrambi da una specie di Sindrome di Stendhal di fronte ai piatti dello chef). Dopo 4 giorni incontro finalmente anche Daniele Zunica, con il quale parlare è ogni volta davvero farsi un giro nella storia, vista la capacità “multitasking” di questo elegante manager animato da un amore punk per il suo territorio. Infine, il giorno dopo ricevo l’amico Giorgio Pomponi, con il quale divido la pace dell’ultimo giorno, pranzando da Zunica 1880 e cenando da Amoretto.

Domenica mattina lascio prestissimo Civitella del Tronto, salutando il solo Vincenzo, che non posso evitare per la colazione e perché è a lui che devo regolare il conto. Scappo senza salutare nessun altro... perché altrimenti ci potrei ripensare e restare ancora, anche se non posso permettermelo.

Già, perché la tonitruante vita di riviera, giocata lungo distese di sabbia così diverse dall’imponenza della roccia, bussa con gli arretrati. E io devo tornare a Roseto degli Abruzzi (due città accomunate dal contenere nei loro nomi due complementi di specificazione, ora che ci penso), per riprendere la mia quotidianità fatta della casa in cui sono nato, edificata da Nonno Giovanni e ammodernata da Papà Dino. Così diversa dai luoghi in cui sono entrato a Civitella, vecchi di secoli, con tutte le vite che hanno preceduto la mia in transito in quelle vie oggi così pulite, ordinate e taumaturgiche per me, che cercavo un po’ di pace stando in alto, in modo da non guardare soltanto il mare di fronte, ma la complessità che parte dalla montagna e porta al mare.

Arrivederci, Civitella del Tronto. E grazie per la felicità fatta per 4 giorni di solitudine quasi assoluta (escludendo le parole spese a pranzo e cena). Segno che il luogo è stato un ottimo compagno di viaggio.

Grazie, soprattutto, all’ispiratore di questa vacanza: Daniele Zunica.

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