Roseto Basket Story
UN SECOLO DI BASKET: LA CARTEGIUNCO, ‘ZIO’ GIGINO BRACCILI, REMO MAGGETTI, GIOVANNI GIUNCO E IL CANESTRO DELLA PROMOZIONE. I RICORDI DI TITO ROCCI.

Daniele Francani, curatore dei video di Roseto Basket Story, intervista l’ex giocatore e poi ingegnere che progettò il primo, bellissimo, palasport di Roseto degli Abruzzi. Puntata 3: Tito Rocci.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 26 Gennaio 2022 - Ore 15:30

Ho avuto la fortuna di fare un piacevole e formativo tratto di strada assieme all'ingegner Tito Rocci, negli anni in cui entrambi eravamo nella redazione del periodico “Piccola Città”.

Quella esperienza, e la grande amicizia che mi lega alle figlie Marta ed Ottavia, mi ha dato modo di conoscere di persona quella che, ai miei occhi, era un’autentica leggenda del basket rosetano.

Ricordo ancora, nelle vecchie e preziose foto dell'epoca, quel cartello un pochino pasticciato con sopra scritto: “W Rocci”, istantanea impagabile della festa per la prima promozione in A2  della nostra amata squadra di basket. Ma anche colui che aveva progettato il nostro primo “tempio”, parlando di quelli della mia generazione, all’epoca ancora conosciuto come “PalaSalara”, o “PalAnastasi”.

Ho scoperto un uomo dal rigore morale sconfinato, profondo, buono e disponibile. Per cui, ripercorrendo per Roseto.com gli anni più importanti del primo secolo di storia del basket, non potevo non coinvolgerlo per un capitolo speciale. Molto speciale.

Fa un certo effetto tornare, grazie alle sue parole ad ai suoi ricordi, così indietro nel tempo... sono attimi che non possono e non devono essere dimenticati, fanno parte della nostra storia e sono le basi della nostra cultura. Era un’altra epoca, una vita differente, lontana anni luce dalle abitudini odierne... anche se la passione e la “Rosetitudine” (per dirla con Vincenzo Di Bonaventura), alla fine, sono sempre quelle.

È tempo di lasciare spazio a Tito Rocci, per i suoi ricordi. Eccoli.

«Correva l’anno 1957: la squadra di basket della nostra Roseto era in corsa per vincere il campionato ed approdare alle fasi finali per accedere alla serie A (la vecchia serie A2, per intenderci), una categoria a carattere nazionale, anticamera del gradino più alto chiamato, all’epoca, Prima Serie.
Non avevo ancora compiuto 15 anni ma, grazie anche alla mia statura di 183 cm, (alta - è bene dirlo - rispetto alla media dell'epoca), facevo parte già di quella squadra e, anche se giocavo come “riserva” (così erano chiamati i panchinari, le rotazioni odierne erano impensabili), ero particolarmente impegnato negli allenamenti e nelle partite della domenica.
Ogni due settimane si giocava fuori Roseto, e poiché si dovevano raggiungere città lontane (Udine, Trieste, Gorizia...), si partiva solitamente il sabato, con qualche ora di anticipo rispetto alla chiusura della scuola.
Per dar modo anche a me di poter essere presente, ci si era inventati uno stratagemma: uno “zio”, il mitico giornalista Gigino Braccili, che lavorava a Pescara, il quale il sabato mattina veniva a prendermi a scuola dopo la seconda o la terza ora, con tanto di delega “orale” da parte di mio padre (all’oscuro invece di tutto), e mi riportava a Roseto.
Si partiva con un pulmino Volkswagen debitamente sponsorizzato e, dopo averlo caricato oltre il consentito di persone e borsoni, si raggiungeva la meta dopo viaggi davvero estenuanti, della durata anche di 10-12 ore.
Le disponibilità finanziarie della squadra erano scarse. Lo sponsor Cartegiunco, marchio mitico dell’epoca, riusciva a malapena a far fronte alle spese di viaggio e di albergo, per cui si mangiava poco e soprattutto panini.
Sotto l’aspetto organizzativo la squadra, pur dotata di giocatori eccellenti, era un insieme di persone di buona volontà, ma con pochi mezzi a disposizione. Giovanni Giunco, una figura che non smetterò mai di ringraziare, fu colui che, dando sempre in proprio, ha valorizzato al massimo quel gruppo, consentendo quel salto di qualità, anche di stile, che nessun'altra squadra abruzzese aveva mai avuto. Voglio ricordare in particolare il coraggio della sponsorizzazione, in un'epoca dove le sole squadre che potevano vantare ciò erano il Simmenthal Milano, l’Oransoda Cantù, l’Ignis Varese.
La “Storia” a livello nazionale del Roseto Basket ha avuto inizio con Giovanni. In termini umani è stato l’uomo che ha saputo dare corpo ai sogni sportivi dei giovani dell’epoca, insegnando loro a dare tutto se stessi quando si deve.
Una sosta attesa da tutti era quella che si faceva in un bar sotto la Torre degli Asinelli a Bologna, per gustare un panino farcito in un modo che per noi aveva dell’incredibile. In quel tempo, chi era diretto a nord doveva attraversare ancora il centro di Bologna, e quella opportunità era diventata per noi una tappa fondamentale.
Si ripartiva rifocillati e baldanzosi, ma si arrivava a destinazione quasi sempre a notte fonda e davvero stanchi. Al mattino seguente, si giocava con scarse energie, per mancanza di recupero... a causa di ciò, ogni tanto si capitolava, anche miseramente e comunque, subito dopo la partita, si ripartiva per essere nuovamente a Roseto a notte fonda.
Lo studio passava quindi in secondo piano, e poiché non si poteva andare impreparati a scuola, non disponendo di giustificazioni, (la famiglia aveva consentito la trasferta a patto che non si tralasciasse lo studio), si faceva sciopero o “cup” che dir si voglia, per non rischiare gravi insufficienze, difficili poi da recuperare. Generalmente era solo il lunedì, ma qualche volta si estendeva anche al martedì, tanto per variare i motivi dell’assenza su quel foglietto, firmato direttamente dal sottoscritto, col nome di mio padre.
Per evitare di essere visti in giro, ci si fermava generalmente nella sala d'attesa della stazione, e si utilizzava quel tempo per recuperare compiti e sonno. Un compagno fedele di quei momenti era Remo Maggetti, la nostra punta di diamante, che arrivava al lunedì ancor più stanco di me, vista la sua insostituibilità in campo e le responsabilità che si portava addosso. Un campione che non ha mai smesso di essere “uomo” il caro Remo: nonostante le medie stratosferiche, l'ingaggio e la carriera alla Ignis Varese, è rimasto sempre coi piedi per terra, fino alla fine. Non ha mai dimenticato le sue origini, per lui, nonostante i successi, la “pagnotta” andava sempre guadagnata.
In quel mitico 1957, stavamo accumulando un bel numero di assenze. Quando arrivarono le finali, la situazione peggiorò notevolmente, perché erano concentrate in tre giorni a Reggio Emilia. Una volta tornati con la vittoria in pugno e la promozione nell’attuale Serie A2, si aggiunsero ulteriori giorni di assenza.
L’entusiasmo della vittoria ci aveva inebriati e così, anche la mattina del lunedì successivo, in compagnia di Remo, ci dirigemmo stavolta senza particolari precauzioni verso il lungomare di Pescara, per una passeggiata ristoratrice.
Ci stavamo raccontando, ancora infervorati, gli episodi salienti vissuti durante gli incontri disputati, così come ognuno di noi li aveva portati nel cuore.
Erano state partite che ci avevano dato gioia ed orgoglio, perché vinte a scapito di realtà cestistiche ben più grandi di Roseto quali Napoli, Udine, e La Spezia; partite vinte di misura, soprattutto le prime due, che ci avevano permesso di accedere alla finalissima e quindi alla promozione.
Nella seconda giornata, quella determinante per la promozione, decisivo era stato un canestro messo a segno proprio dal sottoscritto, allo scadere del tempo regolamentare, che ci regalò il determinante punto di vantaggio.
Proprio quella sera compivo 15 anni: ripensandoci, non ci poteva essere davvero festa più grande. Per dirla tutta, raccontavo anche a Remo, non mi aspettavo neanche di entrare in campo. Erano gli ultimi cinque minuti della partita, e tra le riserve c’era un giocatore del mio stesso ruolo e con più esperienza di me, ma ci serviva “uno alto”, a giudizio dell’allenatore Tonino Bruscia; ci serviva uno che prendesse i rimbalzi, diceva.
Al quinto fallo del nostro difensore titolare, Tonino mi buttò letteralmente in campo gridandomi: “Ricordati quello che ho detto alla squadra: qui o si fa l’Italia o si muore!”.
Era un chiaro invito a non sbagliare, perché mi sarebbe costato caro, ma soprattutto, un invito a combattere fino alla morte con tutte le forze...
Lo vedevo fremere e dare indicazioni ogni volta che mi muovevo, ma quando riuscii a stoppare un avversario al tiro senza commettere fallo, ebbe un grido di liberazione; l’esame era superato. “Bravo! bravo!”, diceva per incoraggiarmi; tuttavia, ogni volta che prendevo palla, aggiungeva subito: “Passa!”, e, se esitavo, ripeteva infuriato: “E passa ‘sta palla!” indicando, in base a chi mi era più vicino, “Maggetti, a Maggetti!”, oppure, “a Testoni!”, l’altro cannoniere della squadra.
In quei concitati secondi finali, la palla a Remo non si riusciva a passare, ed eravamo sotto di un punto. Tonino sbraitava più del solito e gli avversari avevano capito la nostra strategia, mettendo in marcatura fissa due uomini su Remo. Ben controllati erano anche tutti gli altri e così, a restare solo allo scadere del tempo con la palla in mano, ero rimasto proprio io, il male minore a giudizio degli avversari...
Puntai in quel momento lo sguardo verso il canestro... da bordo campo sentivo urlare Tonino: “Passa!!! Non tirare, non tirare!!!”, ma ero solo e al limite dell'area pitturata; guardai il canestro e tirai.
Quello che avvenne subito dopo, lo ricordo come un vortice confuso di emozioni. Che avevo fatto canestro lo intuii dalle urla e dai salti di gioia di tutti, visto che il coraggio di guardare fino in fondo, forse, mi era mancato...
Stavamo ricordando proprio questo in quella passeggiata, la gloria e la festa che era seguita al ritorno a Roseto, portati in trionfo da un intero paese che aveva atteso il nostro rientro fino a notte inoltrata...
La vita è un insieme di episodi vissuti con gli altri e grazie ad altri, persone di ogni tipo messe a noi vicino dal buon Dio per aiutarci ad “essere” ed a crescere.
Nessuno quindi ci passa accanto invano e non manca mai qualcuno a cui dobbiamo dire “grazie”».


Sono io che devo ringraziare Tito.

Innanzitutto, per aver aperto il libro dei ricordi e averli condivisi con noi e con me, che avrei pagato oro per essere accanto a lui e Remo Maggetti in quel giorno sul lungomare di Pescara, solo per ascoltarli.

Poi, per il suo esempio di forza e coraggio illimitati.

Sono le persone come Tito Rocci che creano quei preziosi ponti col passato, in grado di farci attraversare in maniera più sicura e fiduciosa il futuro, la vita.

ROSETO.com > Archivio > 14.01.2022
UN SECOLO DI BASKET: GLI ANNI DI COACH SORGENTONE.
Daniele Francani, curatore dei video di Roseto Basket Story, intervista l’allenatore rosetano, cominciando una lunga chiacchierata. Puntata 1: la stagione 1987/1988 con la vittoria della Serie B2.
http://www.roseto.com/scheda_news.php?id=19593

ROSETO.com > Archivio > 19.01.2022
UN SECOLO DI BASKET: GLI ANNI DI GABRI DI BONAVENTURA.
Daniele Francani, curatore dei video di Roseto Basket Story, intervista l’allenatore che nel 1996 vinse la Serie C aprendo il decennio di gloria che portò il Roseto ai Playoff Scudetto e alla Uleb Cup. Puntata 2: le stagioni 1995/1996 e 1996/1997.
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Stampato il 04-04-2026 19:39:53 su www.roseto.com