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Ritratto del leader che da 5 partite ha preso per mano la Pallacanestro Roseto e che ha vissuto molte vite, tutte dure e performanti, domando i marosi dell’esistenza attraverso il basket.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 02 Aprile 2026 - Ore 10:30
«Se Roseto resta in A2, resto anch’io!».
Chiaro, conciso e risolvente, come quando scaglia una tripla da otto metri, ecco D’Angelo Harrison.
Affabile e simpatico fuori dal campo durante la partita, dentro è freddo come l’Alaska nella quale è nato nel 1993, ad Anchorage, condividendo la città natale con un altro grande giocatore come Trajan Langdon, classe 1976 ammirato in Italia a Treviso e oggi presidente della squadra NBA dei Detroit Pistons, dopo essere stato il primo alaskano a giocare nella lega professionistica statunitense.
Harrison invece la NBA l’ha solo sfiorata, giocando la Summer League 2015 con la sua squadra del cuore: i Rockets di Houston, dopo i quattro anni al college con i Red Storm di St. Johns, a New York, lasciando la firma negli annali dell’ateneo come primatista per triple realizzate e terzo per punti, dietro un mostro sacro del basket come l’Hall of Fame Chris Mullin e Malik Sealy.
Il professionismo lo ha portato in Turchia, Israele, Russia, Francia, Ucraina (dove ha vinto la Supercoppa ed è stato costretto a partire per la guerra scatenata dalla Russia, condividendo l’esperienza con il preparatore fisico abruzzese Matteo Del Principio) e Italia, dove ha giocato per Brindisi (miglior realizzatore della stagione regolare) e Treviso in Serie A e Bergamo in Serie A2, prima di approdare a Roseto.
Il corpo di Harrison è completamente coperto di tatuaggi, che raccontano la sua vita difficile.
Mai conosciuto il padre, madre con problemi di droga e fratello maggiore condannato ad anni di carcere sempre per problemi legati agli stupefacenti, D’Angelo è stato cresciuto dai nonni a Missouri City, Texas, prima di andare al college.
Ferite profonde dunque, che hanno spronato al massimo impegno il ragazzo che oggi fa impazzire i tifosi rosetani con la sua classe e le spettacolari giocate.
Harrison scende in campo portando sempre nel cuore il fratello ed è migliorato caratterialmente ai tempi del college grazie anche al suo coach, Steve Lavin, e a John Lucas: ex giocatore NBA che si occupa di recuperare persone con dipendenze e atteggiamenti eccessivi.
Dunque un uomo passato attraverso molte tempeste, che mediante il basket ha saputo diventare un leader rispettato e che a Roseto, nelle 5 partite giocate, gira a quasi 28 punti, 8 rimbalzi e 3,4 assist in 37 minuti di media.
La squadra lo riconosce come leader in campo e fuori e lui ama di Roseto la tranquillità del mare e la bontà della gente, accettando di buon grado di indossare la maglia numero 9, dopo aver saputo che la sua amata numero 7 era quella di Remo Maggetti, ritirata insieme alla 5 di Mahmoud Abdul-Rauf.
Perché le leggende vanno onorate.
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