Roma Amor [Riflessioni dalla Capitale, di Mario Martorelli.]
N’ATTUFATA ALL’AMMAZZATORA DE TESTACCIO / ARRIVANO LE MOGLI!

Mario Martorelli, che d’inverno vive nella Capitale e d’estate nel Lido delle Rose, ci racconta di come può evolvere il progetto di una mangiata (progettata a sbafo) nella Capitale. Quinta puntata.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 22 Aprile 2026 - Ore 16:15

Qualunque accadimento, quando viene raccontato, subisce una perenne trasformazione. La deformazione dell’originale inizia dal momento in cui “la prima persona” riporta l’evento ad altri. Nel riportarlo, chi viene dopo aggiunge sempre qualcosa di personale. Anello dopo anello, quando si arriva alla fine della catena, ci si trova di fronte a un fatto completamente nuovo, che nulla ha a che fare con l’evento originale.

Qualcuno aveva soltanto visto le gazzelle dei Carabinieri che “imbarcavano” Ascanio, Tiberio e Sulpicio, e aveva cominciato a raccontarlo in giro.

Ecco cosa racconta “l’avvocato” (uno che ne sapeva di diritto penale quanto, e forse più, di qualche cassazionista di grido, avendo trascorso oltre vent’anni nelle patrie galere). Il suo studio era al bar dal cinese.

“Se li so bevuti mentre stavano a fà no sgobbo alla banca der Pigneto.”

È il turno di  “Ciccia bomba” (un soggetto che, sebbene pesasse oltre 130 kg, non rinunciava ai suoi 500 g di pasta al sugo a pranzo e a cena. Qualcuno gli aveva detto che il parmigiano “fa bene alla salute” e lui, forte dell’informazione, prima di impiattare la pasta, creava un vero e proprio lettino di parmigiano).

“Là, alla stazione dei Carabinieri, hanno preso in ostaggio er maresciallo: ‘Datece na machina e n’aereo pronto a portacce in Belize. Lì non c’è estradizione per le rapine!’”.

Ecco invece il racconto di “Er centurione” (un tizio che andava in palestra tutti i giorni, si dopava spesso.  Fu chiamato a Cinecittà, in una sola occasione, per fare il figurante insieme ad altri cinquemila).

“So intervenuti i NOCS. Stavorta vanno a bottega pe un ber botto.”

L’ultimo anello della catena è “Er pesciarolo”: un tale che aveva un banco del pesce al mercato rionale dell’Alberone. L’olezzo di pesce lo accompagnava per tutta la giornata. Da imprenditore illuminato, massimizzava i ricavi prestando soldi ‘a strozzo’. È prudente tacere sul trattamento che riservava agli ‘inadempienti’.

“So stati sparati tutti e tre. L’hanno beccati co’ ‘na bajaffa! So tutti e tre sballati. I cadaveri stanno ancora alla stazione dei Carabinieri. Se ve volete scommette na cifra a testa, su chi è morto pe primo, so sicuro che stasera svorto al privè Dar Sorcio.”

La sicurezza mostrata da “er pesciarolo” impedisce di scommettere, e questa ormai è verità inconfutabile. 

È proprio alla conclusione della narrazione  che giungono Cornelia, moglie di Ascanio, e Fulvia, moglie di Tiberio. Non hanno visto ritornare i rispettivi mariti e hanno pensato di andare a cercarli. Ciò che sentono è, per loro, l’unica verità.

L’ambiente non le perdonerebbe se non manifestassero dolore quindi , all’unisono, scoppiano a piangere: “Me l’hanno ammazzato, me l’hanno ammazzato!”. Cornelia mima anche uno svenimento.

La “dipartita” impone un adeguato abbigliamento, così le due spose, decidono di ritornare a casa per cambiarsi d’abito. Si danno appuntamento alla Caserma. Ognuna delle due, però, ha un recondito pensiero e, per questo, si rallegra con se stessa: “Finalmente me so’ liberata der cataplasma.”

Cornelia giunta a casa chiama di corsa Oronzo, il giovane del panificio col quale aveva da tempo una relazione. Soltanto vent’anni di differenza fra lei e il giovanotto! Lei, pur di non dichiararsi vinta, lo manteneva, e lui si faceva mantenere. Tutto il quartiere lo sapeva, l’unico all’oscuro era Ascanio!

“Amore, mo te poi trasferì a casa mia. Er cornuto sta all’Arberi Pizzuti. Vado in Caserma e torno”.

Fulvia non è da meno: è legata da “affettuosa amicizia” col maestro di yoga. “Finarmente se semo levati de torno l’impiccio. Fatto er funerale, se famo un ber viaggio. Sai che te dico? Na bella crociera! Gioia mia, adesso scusame, devo annà alla stazione dei Carabinieri a riconosce er cadavero. Aspetteme, aritorno de corsa”.

Corneli a Fulvia si presentano alla Stazione dei carabinieri.  Sono entrambe vestite a lutto stretto. 

Abito semplice, nero, lungo che lascia scoperte solo le caviglie. Entrambe indossano , scarpe nere basse. Un sottile velo nero, avvolge la loro testa, insomma, una copia delle suore di clausura. Non un filo di trucco . Aria affranta.

Il maresciallo: “Buon pomeriggio, signore, come posso esservi utile?”.

“Maresciallo, ci faccia vedere le salme!”. 

“Ma quali salme?”.

“Quelle dei nostri sposi, Ascanio e Tiberio”.

“Ma chi vi ha detto che erano morti?”.

“Ce l’hanno detto al bar Dar  cinese”.

“Care signore, I vostri mariti sono andati via da qui almeno mezz’ora fa e, credetemi: sono  vivi e vegeti. Li avevamo portati qui solo per accertamenti, ma sono risultati estranei al reato ipotizzato”.

“Li possino ammazzà a stiinfami!”, sbottano Cornelia e Fulvia...

(continua...)

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