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Mario Martorelli, che d’inverno vive nella Capitale e d’estate nel Lido delle Rose, ci racconta di come può evolvere il progetto di una mangiata (progettata a sbafo) nella Capitale. Settima puntata.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 09 Maggio 2026 - Ore 11:00
Qualunque accadimento, quando viene raccontato, subisce una perenne trasformazione. La deformazione dell’originale inizia dal momento in cui “la prima persona” riporta l’evento ad altri. Nel riportarlo, chi viene dopo aggiunge sempre qualcosa di personale. Anello dopo anello, quando si arriva alla fine della catena, ci si trova di fronte a un fatto completamente nuovo, che nulla ha a che fare con l’evento originale.
Per Duccio “lo studente”, Ascanio e Tiberio e Sulpicio, rientravano nel novero dei veri criminali ai quali mai avrebbe mancato di “rispetto”.
“Che ciavete?”
“Duccio, ciavemo robba troppo bona pe te, la mejo de Roma!”
”Fateme vede!”
“Facce vede prima i sordi!”
Duccio quindi caccia fuori da una tasca di pantaloni deformati, un pacco di euro avvolti in carta oleata e legati con elastico.
Iniziano trattative nelle quali ovviamente lui è perdente in partenza. Ascanio, Tiberio e Sulpicio sono maestri della negoziazione, mentre Duccio è ancora poco “scafato”. Prova a resistere, ma poi si arrende, anche perché non li vuole contrariare.
Ascanio, Tiberio e Sulpicio, ottengono 5mila euro: la stessa somma che avevano sborsato al Roscio per ottenere l’hashish falso che ora stavano appioppando a Duccio..
In fondo, ma proprio in fondo, sono malfattori “onesti”.
Costume dell’ambiente vuole che gli interpreti della “commedia” si mostrino delusi e si scambino i soliti complimenti...
“Ciai solato”.
“No sete voi che m’avete solato a me”.
In effetti Duccio aveva ragione. A ben vedere, i tre l’avevano proprio “solato”.
Ascanio: “A Duccio nun la fa vedè qua dentro, perché sinnò te la biscottano”.
Il suggerimento “in buona fede” di Ascanio, avvalorato dall’assenso di Tiberio e Sulpicio, viene accettato da Duccio il quale, preso il pacco che contiene basilico e rosmarino, si allontana velocemente dalla sala biliardo.
“Mo che ciavemo i sordi, che famo?”
Tiberio: “Arfonso m’ha dato un cavallo sicuro a Capannelle”.
Sulpicio: “Ma che sicuro e sicuro: nun ce lo sai che là so tutte truccate?”
Tiberio: “Ascà, perché nun ce dai i nummeri boni che se li giocamo ar privé der frate?”
(continua...)
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Roma Amor [Riflessioni dalla Capitale, di Mario Martorelli.]
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