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Uno scritto di Mario Giunco, pubblicato su Koinè, ricorda il Papa – nato Felice Peretti nelle attuali Marche, a Grottammare – che da fraticello pasṣ per il borgo antico dal quale è nata Roseto degli Abruzzi.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Marted́, 21 Luglio 2026 - Ore 11:30
Riprende a scandire il tempo anche l’orologio della torre di Montepagano, di recente restaurata, la cui costruzione, almeno nella parte inferiore (la superiore è del 1892), è attribuita a papa Sisto Quinto, che, umile fraticello, aveva predicato nel borgo nella Quaresima del 1540, come risulta dalle sue memorie autografe.
In quella occasione pare che promettesse un campanile ai residenti, se fosse diventato sommo pastore.
È una delle leggende (l’assalto dei turchi, il miracolo di san Liberatore, la Madonna del pianto) che sono rievocate nella tradizionale manifestazione di mezza estate.
Nei pochi anni di pontificato (1585-1590), Sisto Quinto ha lasciato un segno inconfondibile nella storia della Chiesa.
Per il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) era un papa “rugantino (cioè ‘attaccabrighe’), tosto, matto”.
Nato a Grottammare nel 1521 da una famiglia originaria della Dalmazia, a nove anni entrò nell’Ordine dei frati minori Conventuali. Dei due rami nati dalla predicazione francescana, gli Spirituali e i Conventuali, questi ultimi avevano fama di essere meno rigidi, più di mondo ed erano criticati già da Dante.
In papa Sisto gli aspetti sacri si fondono spesso con quelli profani. Iniziò la tradizione, durata per quasi tre secoli, di far eviscerare le salme dei pontefici, prima della imbalsamazione. Le “sacre budella” erano raccolte nella chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio, nei pressi di piazza Fontana di Trevi.
Famoso per la sua oratoria, stimato da san Filippo Neri e da sant’Ignazio di Loyola, consulente del Tribunale della Inquisizione a Venezia – tanto zelante da essere rispedito subito a Roma – era severo e autoritario, poco incline ad avvalorare superstizioni consolidate e miracoli recenti.
Sei giorni dopo la sua elezione fece condannare a morte quattro giovani trovati in possesso di armi. La sentenza fu eseguita mediante decapitazione a Castel Sant’Angelo, durante la festa per la sua incoronazione. La pena di morte era stabilita per diversi soggetti: dagli adulteri ai cosiddetti “menanti”, gli attuali giornalisti. A uno di questi, Annibale Cappello, prima della decapitazione, furono tagliate lingua e mano.
Vita dura anche per le meretrici, confinate nel quartiere di Ripetta. Ricompense e premi di vario genere erano attribuiti ai delatori, chiamati dal popolo “impuniti”, cioè “pentiti”. Uno dei più importanti cespiti finanziari era costituito dalla vendita delle cariche. Il loro prezzo fu subito triplicato.
In materia economica, il suo consulente preferito era un ebreo, tal Lainez e tutta la comunità ebraica di Roma, che viveva principalmente di commercio, fu protetta. In breve la città fu modernizzata anche sotto il profilo urbanistico.
Poco attento all’archeologia e ai monumenti del passato, usò le colonne di Traiano e Marco Aurelio come piedistalli per le statue di san Pietro e san Paolo. Cercò di lottizzare il Colosseo e di adibirlo a negozi, con annesse abitazioni. Fece costruire via Sistina, che collegava Trinità dei Monti con San Giovanni in Laterano e Santa Croce di Gerusalemme e adornò la strada con quattro splendidi obelischi egizi.
Un giorno si ammalò: un banale raffreddore, di quelli che il pontefice, secondo l’usanza contadina, calmava con un bicchiere di vino caldo zuccherato. Aveva sempre goduto di ottima salute, nonostante apparisse malaticcio.
In quei giorni c’era qualche preoccupazione di troppo, dovuta ai rapporti tesi con gli spagnoli e, in politica estera, non era un genio. Sopravvenne una febbre ribelle, preludio di una polmonite. Il papa si spense il 27 agosto 1590, durante un violento temporale. La gente fece festa e cercò di abbattere la statua che si era fatta costruire in vita, sul Campidoglio.
Fu necessario l’intervento del Senato per riportare la calma. Uno dei senatori annotò: “Oggi è morto papa Sisto, mentre tutti si felicitavano e con grandissima gioia universale”. Da più di un mese i commercianti ebrei, temendo il peggio, avevano tolto le loro bancarelle da piazza Navona.
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