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Conversazione con l’autore sulla sua opera prima, che ha ricevuto la Menzione Speciale nella categoria “Cinema del Reale” alla 80^ edizione dei Nastri d'Argento, oltre a 13 premi internazionali.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Marted́, 01 Settembre 2026 - Ore 16:00
Un campo di calcio che diventa luogo di cura, allenamenti e partite come riti e atti di resistenza. Il tutto grazie a Malick Bitèye: allenatore convinto che il calcio possa essere uno strumento in grado di guarire, dare forza, aprire una strada che porti alla dignità.
Bitèye è “The Madmen Coach”, titolo della pluripremiata opera prima di Carlo Liberatore, regista, sceneggiatore e direttore artistico abruzzese, diplomato con lode all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, fondata dal premio Oscar Vittorio Storaro.
Liberatore affianca da anni l’attività autoriale alla direzione di due manifestazioni cinematografiche: dal 2016 il Sulmona International Film Festival, giunto alla 44ª edizione, e dal 2023 il Roseto Opera Prima, giunto al Trentennale e più longevo in Italia fra quelli dedicati ai registi esordienti, visto che la kermesse fondata a Roseto degli Abruzzi da Tonino Valerii nel 1996 precede di alcune edizioni “Bimbi belli”, la rassegna relativa agli esordi del cinema italiano che Nanni Moretti cura al cinema Nuovo Sacher di Roma.
Dunque era destino, per il direttore artistico del festival dedicato ai registi esordienti e che nel suo albo d’oro annovera vincitori come Ferzan Ozpetek (1997) e i premi Oscar Alejandro Gonzales Inarritu (2001) e Danis Tanovic (2002), far parlare di sé per il suo esordio alla direzione.
“The Madmen Coach” è stato girato nel 2025 in Senegal e racconta la storia di coach Malick Bitèye, che a Dakar ha fondato una squadra di calcio composta da giocatori con problemi di salute mentale.
In un contesto di povertà assoluta, le storie e i desideri di questi uomini, in lotta contro lo stigma, si intrecciano fino a un traguardo straordinario: la prima partita internazionale, a Roma, contro l'Italia.
Su questo sfondo, il calcio diventa molto più di un gioco. Il calcio riattiva il desiderio, quello semplice e vitale di tornare a sognare, di essere riconosciuti, di esistere agli occhi degli altri non come pazienti o reietti, ma come atleti e uomini.
Così il percorso verso la prima partita internazionale a Roma diventa la metafora di un processo più ampio di riscatto. Ogni allenamento ha un peso simbolico, è la prova di un nuovo sé, la possibilità di un futuro non dettato dalla malattia o dallo stigma.
Il film sta facendo incetta di premi, avendone finora ricevuti 13 – oltre a 40 selezioni in festival internazionali – tra i quali spiccano la Menzione Speciale nella categoria “Cinema del Reale” alla 80^ edizione dei Nastri d'Argento, il Miglior Film al “Go Mental! International Film Festival” di Berlino in Germania e il Gold Prize per il miglior lungometraggio al “Social Justice Film Festival” di Seattle, negli Stati Uniti d’America, in cui il film si è imposto fra più di 400 opere in competizione.
Dopo aver visto e recensito il film – scrivendone nell’articolo in calce – torno perciò sull’argomento per intervistare Carlo Liberatore. Ecco la nostra conversazione.
Carlo, come hai iniziato nel cinema e in base a quale motivazione?
«È una domanda che sembra semplice e non lo è affatto. Da bambino avevo due passioni, la fotografia e la scrittura, e il cinema mi è apparso presto come l'unico luogo capace di tenerle insieme. Vengo da una famiglia normalissima, che con questo mondo aveva poco a che fare ma che mi ha sempre sostenuto. Ho cominciato frequentando Sulmonacinema, l'associazione della mia città, con i presidenti Patrizio Iavarone e poi Marco Maiorano. Era un festival molto ricercato, sotto la direzione artistica di Roberto Silvestri, dove si vedevano cose straordinarie e introvabili. Facevo i backstage, lavoravo da volontario e di quel festival, anni dopo, sarei diventato direttore artistico. Un presidio culturale così, in una piccola città dell'entroterra, cambia le vite e a me ha permesso di assecondare un desiderio innato di raccontare. Se dovessi riassumere la motivazione direi che il cinema, per me, è il luogo dove è possibile abitare poeticamente il mondo».
I tuoi maestri? I registi che più ti hanno ispirato?
«Il maestro è stato senza dubbio Gianfranco Rosi, mio professore all'Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell'Immagine, dove mi sono diplomato, e supervisore della mia tesi. Del suo cinema ammiro l'eleganza e l'originalità dello sguardo, una capacità di osservare che non arriva mai prima delle cose, che guarda alla realtà senza una sola inflessione retorica. Da lui ho imparato che si può restare a lungo su un volto senza doverlo spiegare. I registi che amo sono moltissimi: Ozu e Antonioni per l’eleganza e la capacità di maneggiare il silenzio come materia narrativa, Michelangelo Frammartino, che vidi per la prima volta proprio a Sulmonacinema, Charlie Kaufman, tanto lo scrittore quanto il regista, Pete Docter, Uberto Pasolini. Ma l'innamoramento è cominciato molto prima, da bambino, nel mondo immaginifico di Tim Burton».
Qual è il cinema che ami di più e perché... se ce n’è uno?
«Guardo davvero di tutto, anche perché la direzione artistica di due festival mi mette davanti a centinaia di opere ogni anno, provenienti dai paesi più diversi. È forse la parte più bella di questo lavoro, scoprire cinematografie lontanissime, siano esse nordiche o dell’Est profondo, che arrivano da contesti produttivi minimi e portano una libertà formale che qui spesso non si vede. Amo moltissimo l'animazione, che non considero un genere ma una lingua, capace di dire cose e declinare il mondo interiore mediante il simbolo, e vale per le opere più radicali come per quelle popolari. Poi il live action esistenziale e poetico, e il documentario ispirato, autentico, che non usa le persone come argomenti. Non amo invece quel cinema rachitico dal punto di vista emotivo, che si finge intellettuale per non esporsi».
Come è nato “The Madmen Coach”?
«È nato da un incontro. Da una parte Valerio Di Tommaso, produttore di 8Moon e presidente di ECOS, con cui condivido l'idea che lo sport e la cultura possano essere uno strumento di cura e non solo di intrattenimento; dall'altra Santo Rullo, lo psichiatra che in Italia ha aperto la strada a questa intuizione con il progetto della nazionale Crazy For Football. Da lì siamo arrivati a Dakar, a Malick Bitèye, un allenatore che ha costruito la prima squadra di calcio del Senegal composta da persone con problemi di salute mentale, in un paese dove la malattia psichica è spesso letta come possessione e affidata ai guaritori. Li abbiamo seguiti fino alla prima partita internazionale, a Roma, contro l'Italia. La scelta è stata quella di testimoniare invece di spiegare, evitando il pietismo. Il calcio, in Senegal, è un rito quasi religioso, sul campo questi ragazzi smettono di essere pazienti e tornano a essere uomini, riacquistando un ruolo che lo stigma nega loro».
Quale film ti piacerebbe girare in futuro?
«Ho appena terminato “Sopra ogni cosa”, un cortometraggio in stop-motion con pupazzi in feltro, prodotto da Fantasmagorie Studio: un’impresa folle e straordinaria che è l’esatto opposto dell’intelligenza artificiale. Sto scrivendo una sceneggiatura tratta da Gianni Rodari, autore che continuo a considerare tra i più radicali che abbiamo avuto. E con 8Moon e Valerio Di Tommaso stiamo lavorando a un nuovo progetto documentaristico di carattere sociale, sulla scia di “The Madmen Coach”. In generale non mi precludo nessuna possibilità, né di formato né di linguaggio, perché l'unica cosa che mi interessa davvero è riuscire a mantenere in vita questa magnifica ossessione che è il cinema».
ROSETO.com > Archivio > 26 luglio 2026
Cinema
THE MADMEN COACH: IL FILM D’ESORDIO DI CARLO LIBERATORE
Il documentario, che affronta una tematica importante e impattante, ha ricevuto la Menzione Speciale nella categoria “Cinema del Reale” alla 80^ edizione dei Nastri d'Argento, oltre a 40 selezioni e 13 premi internazionali.
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