Volevo salutare Ernesto Ginoble e tenermi tutto dentro.
Poi però, dopo una curva a Piana degli Ulivi, l’unica canzone che la radio della mia macchina era in grado di captare, mentre salivo a Montepagano, era “Running up that hill”, di Kate Bush.
E io stavo correndo su quella collina.
Colto il segno, ho deciso di scrivere.
Parcheggio e incontro Francesco Di Giulio, trombonista della Mo’ Better Band e di tanti altri progetti musicali, che anni fa riarrangiò mirabilmente, insieme a Morgan Fascioli, “Birth of the cool” di Miles Davis ricavandone un disco prezioso che ascolto spesso.
Francesco è vestito da banda e mi dice che un gruppo di amici, che hanno suonato insieme a Ernesto Ginoble nella Banda di Montepagano e in altri complessi limitrofi, ieri sera si è dato appuntamento mediante WhatsApp per oggi in piazza, con l’obiettivo di accompagnare l’amico suonatore nel suo ultimo viaggio.
Mi giro e guardo la panchina dove solitamente sedeva Ernesto, all’ombra del campanile la cui costruzione è attribuita al volere di Papa Sisto V, che a Montepagano predicò nella Quaresima del 1540, giovane fraticello non ancora ventenne, come risulta dalle sue memorie autografe, promettendo alla popolazione la torre campanaria se fosse diventato Pontefice.
Ernesto non c’è più e da una macchina attigua col cofano aperto un bandista estrae un rullante.
Chiedo a Francesco dello strumento suonato da Ernesto: flicorno contralto.
Nel frattempo, arrivano altri amici (e parenti) musicisti: Riccardo Maggitti e Fabrizio Leonetti. Sono tutti qui per omaggiare un musicista che – scomparso a 92 anni – fino a un lustro fa aveva ancora la forza e il piacere di stare nei ranghi e suonare con loro.
Arriva, con il solito anticipo che gli conosco da anni, il comandante Tarantino dei Carabinieri di Roseto. Parliamo di Ernesto e della sua eccezionale vitalità riscontrata fino ad agosto, in occasione dell’annuale Mostra dei Vini di Montepagano.
Poi Ernesto arriva a bordo del carro funebre e la piazza lo accoglie. L’abbraccio dei paesani e di quelli venuti anche da molto lontano è per la sua famiglia.
Il prete, che attende Ernesto in piazza, invita a una prima preghiera, poi la banda creata la sera prima dai suoi amici attacca il primo pezzo e il corteo, come fosse un rivolo di vita, inonda fecondandolo il corso paganese verso la chiesa, per la messa.
L’omelia del parroco mi colpisce e sorprende.
Lontana dal sussiego che spesso nelle omelie protegge l’uomo di Dio, quando magari conosce poco e male il defunto, il prete di cui colpevolmente ignoro il nome si lancia in una predica vivissima, piena di rimandi e chiusure di cerchi che solo la fede può offrire, spiegando l’inspiegabile in modo così convincente da lasciarmi a mandibola pendula.
Morte e vita, velocità del pianeta terra nell’universo in espansione, tempo e sua relatività se rapportata a Dio. Questi e altri i dardi intellettuali lanciati dal pulpito. Tutti andati a segno, per quanto mi riguarda.
L’efficacia dell’omelia mi fa pensare – Dio mi perdoni – al torrenziale Charlie Parker che soffia nel sassofono in “Ornithology”, compresa la chicca finale, ricordando una telefonata che gli fece proprio Ernesto Ginoble quando il nipote Gianluca – oggi star mondiale del Volo – a 10 anni vinse un concorso canoro nella parrocchia in cui egli era all’epoca, ricordando anche la sua mamma.
Complimenti perciò al sacerdote, per il trasporto figlio di vera amicizia, temperato da quella accogliente inflessione abruzzese, con la quale ha reso il giusto omaggio a un uomo tanto amato da tutti come Ernesto.
Poi tocca al nipote Gianluca, che canta per il Nonno con un trasporto che neanche la modernità – nei panni dell’impianto di amplificazione – riesce a contenere.
Gianluca torna sul pulpito alla fine della messa, per un intervento carico di amore e sorriso, citando Seneca e il concetto di vita che vale di più se piena. E dunque non soltanto lunga, ma anche larga.
Ernesto, bontà sua, è stato così bravo da averle entrambe: lunga e larga.
Gianluca invita tutti noi a dedicare un sorriso quale ultimo saluto a Nonno Ernesto Ginoble, per il suo transito terrestre pieno, privo di invidia, intenso, sorridente e compassionevole.
All’uscita dalla chiesa, con il feretro sostenuto dal figlio Ercole con entrambe le mani nell’estremo saluto, gli amici bandisti omaggiano un’ultima volta il flicorno contralto che oggi parte per il cielo, solcando il corso e i suoi antichi palazzi fra ombre e luci, con il campanile a vigilare all’orizzonte.
Riposa in pace, Nonno Ernesto Ginoble.