Cultura
IL FASCINOSO OVIDIO

Uno scritto di Mario Giunco, pubblicato su Koinč, relativo al poeta nato a Sulmona il 20 marzo del 43 avanti Cristo.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedė, 20 Ottobre 2026 - Ore 19:30

Le lettere non danno il pane. Con la cultura non si mangia. 

Sembra di sentire il padre di Publio Ovidio Nasone (Sulmona, 43 a.C. – Tomi, 17 d.C.), che cerca di dissuadere il figlio da una occupazione considerata poco redditizia. Il giovane non gli diede retta e si trasferì a Roma, pieno di speranze, fidando solo nel suo fascino e nella sua vena poetica. Tutto ciò che scriveva si trasformava in versi. Come Gabriele d’Annunzio, che intraprese una carriera simile nei salotti e nelle alcove della capitale e divenne modello di “vivere inimitabile”.  

Ai tempi di Ovidio il potere era in mano all’imperatore Augusto - secondo della serie, dopo Giulio Cesare - che aveva sconfitto gli avversari politici e pacificato il mondo, estendendo il dominio di Roma dalla Britannia all’Africa e all’Asia. Scriveva nel V secolo il poeta Rutilio Namaziano, sotto l’incalzare dei barbari: “Roma, hai fatto di genti diverse una sola patria. La tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi. Offrendo ai vinti l’unione nel tuo diritto, hai reso città il mondo (‘ Urbem fecisti quod prius orbis erat’)”.

La figlia di Augusto, Giulia, e la nipote, dello stesso nome, furono esiliate per la loro condotta, poco consona al clima di moralizzazione e restaurazione degli antichi valori. La prima finì nell’isola di Ventotene (due chilometri quadrati, non vi erano ammessi uomini e degli eventuali visitatori bisognava sapere perfino se avessero cicatrici sul corpo), l’altra nelle Tremiti. A entrambe – pena aggiunta – fu vietato di bere vino. 

Non diversamente dal divo Gabriele, Ovidio divenne ben presto interprete di ambienti, che, senza freni inibitori, pensavano alla bella vita. Scrisse di tutto, in uno stile sontuoso e “imaginifico”, che lo vede, ancora una volta, simile a D’Annunzio: poesie d’amore, le “Eroidi” (lettere di eroine famose ai loro amanti), le “Metamorfosi” (trasformazioni di personaggi mitologici), i “Fasti”, una sorta di calendario mensile. 

Compose  “L’arte di amare”, un poema in cui, fingendosi segretario galante e maestro di lussuria, impartiva agli uomini precetti per conquistare le donne. Mai poema fu più crudele, al di là dell’apparenza scherzosa e libertina. L’amore si basa sull’inganno e la simulazione. Le promesse non sono da mantenere, perché si perde l’interesse dell’amante. Il fine giustifica i mezzi. 

Augusto non intese quei versi come un gioco. Il poeta, troppo brillante e spregiudicato, doveva essere allontanato. Era venuto a conoscenza di segreti di corte sulle due Giulie. Nell’8 d.C. fu relegato a Tomi (Costanza), sulle sponde del Mar Nero, oggi famosa città balneare della Romania, terra allora ritenuta fra le più inospitali. 

Il poeta obbedì. “Quando mi torna alla mente l’immagine di quella  notte – scrive nei ‘Tristia’ - che fu la mia ultima in città, una lacrima mi scende dagli occhi. La luce era quasi vicina. Non ebbi tempo né volontà di preparare le cose più utili, né di scegliere compagni o vestiti adatti a un profugo. La sposa amorosa piangeva e mi teneva abbracciato. Risuonavano gemiti e lamenti”. 

Portò con sé la terza moglie. Da una delle due precedenti aveva avuto una figlia, di nome Ovidia, forse anche lei poetessa. Sulle sponde del mare imparò a osservare usi dei pescatori e dei pesci. Scrisse un poemetto sull’argomento (“Halieutica”). 

Supplicò di tornare a Roma e di riavvicinarsi al nuovo imperatore Tiberio, che conosceva bene, in quanto marito sfortunato della Giulia maggiore: “La morte impedirà che il mio esilio continui. Non meravigli che il mio cuore si strugga e si sciolga di goccia in goccia. È corroso come nave da tarlo segreto, come l’onda salata scava gli scogli, come il ferro è mangiato dalla ruggine scabra. Il mio petto sente sempre l’angoscia e i rimorsi non avranno mai fine. La vita, non il tormento, lascerà la mia anima. Verrà meno il respiro, non lo strazio” (“Epistulae ex Ponto”). 

Ma nessuno diede retta al lamento dell’esule. Morì dieci anni dopo.



Stampato il 10-20-2026 22:12:56 su www.roseto.com