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Coach Giampiero Porzio è tornato a casa…
L’Aquila
Giovedì, 09 Novembre 2006 - Ore 23:00
Provate ad immaginare un ragazzino di vent’anni.
Jeans, sorriso ed incoscienza.
Ma non immaginatelo su un motorino davanti ad un bar o sul muretto del lungomare con la ragazzina “vita bassa e piercing”. Immaginatelo nel corridoio che dagli spogliatoi porta al parquet del palazzo dello sport a Livorno.
Non è lì a fare l’ultrà. E’ lì per allenare il Roseto.
“A vent’anni si è stupidi davvero…” cantava lo Zio Francesco.
A pochi metri da lui, cinquemila persone che aspettano.
Sei-rosetani-sei sugli spalti. Il ragazzino li cerca con lo sguardo. Altissimo il grido di Vincenzo “CI SIAMO TUTTI!!!”. Il pugno alzato e via il maglione. Maniche arrotolate per cominciare la battaglia.
Mi sentivo così quella volta a Livorno, alla vigilia del mio ventunesimo compleanno.
Il sogno di allenare il Roseto si trasformava minuto per minuto in un incubo. Un incubo che aveva nomi, soprannomi e cognomi precisi: Massimo Giusti e “Tazza” Guidi. Sulla loro panchina Baroncini, livornese di scoglio, duro nei modi e nello sguardo.
Giusti ad inventare geometrie e “Tazza” a segnare da distanze che, se ci fosse stato il tiro da tre punti, ne avrebbe fatti quaranta.
Ma le contromosse funzionano.
Ernesto e Sandro colpiscono da fuori, costringono la difesa ad aprirsi per le micidiali incursioni di Tommaso e Tonino.
Ad ogni canestro, il pugno che si alza verso i sei-rosetani-sei. Un punto avanti e uno dietro.
Ultimi tre minuti: un fallo inesistente fischiato a Gianni, tiri liberi sbagliati da Renato. Perdiamo di uno.
Prudenza suggerirebbe di guadagnare di gran carriera la porta dello spogliatoio, ma il ragazzino rimane lì a sfidare con lo sguardo una delle più calde e colorite tifoserie che la storia del basket abbia mai conosciuto.
I Calci, gli Sputi ed i Colpi in Testa, cantati all’epoca da Paolo Sollier, centravanti anarchico del Perugia, arrivano come previsto. Puntuali e precisi.
Giovanni Giunco, smessi i modi compassati del dirigente di razza, torna ad essere per qualche minuto il marò della Decima. Due spintoni ai malcapitati di turno e sono in salvo.
Anticamera dello spogliatoio. Odore di Sifcamina, di sudore, di sconfitta.
Due lagrime sul loden di Giovanni. “Non mi fare incazzare! Sei stato bravissimo. Pensa a domenica. C’è il Cremona a Roseto!”.
Gli incubi cambiano nome, soprannome e cognome. Diventano Cinciarini, Mainieri e Devetag.
Una sosta alla “Baracchina Rossa” sul lungomare dell’Ardenza ed inizia il viaggio di ritorno verso casa.
Un viaggio durato trent’anni. Sempre con Roseto ed il Roseto nel cuore, con la vita a fare strani percorsi.
Leo Busca, i Cani Malati, Alta Marea e tutto ricomincia…
Il cuore batte forte quando “DJ” colpisce allo scadere del tempo con un tiro dal parcheggio del palazzetto.
Il cuore batte forte quando Norm “The Storm” Nolan, all’Hercules, con una pacca sulla spalla mi saluta dicendo “See You Coach!” Nessuno mi chiamava così da trent’anni.
Sono davvero a casa.
La trasferta è finita.
Non mi resta che l’ultimo gesto della mia vita da Coach. Nel quintetto del mio cuore esce il Ciaff ed entra Fabio Liberatori.
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