Il Critico Condotto
VARIE ED EVENTUALI DI UN GIORNALISTA CULTURALE NONCHE’ IMPENITENTE RECENSORE DI LIBRI

Simone Gambacorta e le sue note a margine.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedě, 19 Agosto 2010 - Ore 17:00

 

La repubblica delle lettere
Il mio amico Antonio Tricomi ha pubblicato un nuovo libro, “La Repubblica delle Lettere”. Non è tanto una raccolta di saggi, quanto un volume organizzato per saggi. Ma, come lo stesso Tricomi confessa, è un libro in maschera, nasconde un romanzo di formazione. Sembra un’edizione della Bibbia, tanto è erto e fitto. Mette soggezione. Se vivessimo in un Paese civile, in un paese culturalmente civile, Tricomi sarebbe di ruolo, e non da ieri, in una qualche Facoltà. Invece è un precario. Un precario della critica: l’Italia onora i suoi critici mettendoli in crisi, questo è quanto. Lui, per tutta risposta, pubblica “La Repubblica delle Lettere”, un’autobiografia della nazione attraverso il cinema e la letteratura. Ma davanti a Tricomi ci sentiamo tutti più piccoli. È uno che ridimensiona, senza volerlo, gli altri. Ha una tale preparazione che, quando parla, ti sembra inattaccabile. E ha un’ampiezza e una profondità di visione che ti lasciano a bocca aperta. E come se non bastasse, scrive benissimo: ha uno stile, un modo tutto suo di tornire la frase, che spesso ha un giro largo, complesso, articolato come il pensiero che sostiene. Tricomi è l’unico che a trentacinque anni possa esser considerato un maestro. E allora pensi: io sono un cialtrone, questo è un critico. Ecco perché leggere e ascoltare Tricomi fa bene: non appena parla, le proporzioni tornano giuste. Per noi altri che ci empiamo la bocca di cultura, è un po’ un disinfettante.
 
Si fa presto a dire recensione
Si fa presto a dire recensione. La recensione, per venire fuori, ha bisogno di un “prima”, e questo “prima” si chiama libro. Ma un conto è un libro (romanzo, racconto, saggio o quello che sia), un conto è un volume. Il nostro è il tempo dei tanti volumi e dei pochi libri, perciò è un tempo che spesso umilia il povero recensore e lo costringe a fare i conti con materiali che gli hanno detto poco o nulla. Se becchi un libro che ti piace (o che non ti piace: l’importante è che “davvero” non ti piaccia), la recensione c’è già, s’è più o meno creata mentre leggevi, magari anche grazie a qualche annotazione a matita scribacchiata sulle pagine. A quel punto devi solo lavorarla, la tua recensione, devi stenderla per bene, fare in modo che sia chiara, devi metterla in ordine, prepararla per la sua passeggiata incontro al lettore. Però il grosso è fatto, spunti e idee li hai avuti già. Il brutto è quando un libro t’ha lasciato indifferente, è lì che sono dolori. Che dire? Che scrivere? Come riempire lo spazio che hai sul giornale? Non puoi cavartela dicendo “questo libro mi ha lasciato indifferente” e non puoi cavartela dicendo “questo libro è brutto”. Un minimo di discorso ci vuole. A me capita che sempre più libri, soprattutto di narrativa, mi lasciano indifferente. Non riesco a recensirli. Non mi viene.
 
Satisfiction
Mi sono abbonato a «Satisfiction», il mensile di letteratura ideato e diretto da Gian Paolo Serino ed edito da Vasco Rossi, e ne sono felicissimo. Voglio dirlo chiaro e tondo perché questa rivista mi entusiasma e ogni volta che ce l’ho tra le mani me ne innamoro. La leggo e mi sento nutrito, stimolato, intrigato. «Satisfiction» è una novità assoluta nel panorama del giornalismo culturale ed è una di quelle esperienze che lasciano da subito un segno. A cominciare dall’abbonamento: si versa una somma una volta e basta, vale per sempre. E poi c’è questo fatto del rimborso che secondo me è davvero incredibile, perché la rivista risarcisce il lettore qualora questi non gradisca (dopo averli letti) i libri recensiti. Non so immaginare un atteggiamento “critico” più onesto, né uno spirtito di servizio altrettanto concreto e trasparente. Devo dire che anche la grafica, così scarna ed essenziale, tutta bianco e nero, è ottima. Ma veniamo ai testi. Sinora il tenore qualitativo di «Satisfiction» è stato molto elevato, e per comodità sfoglierò il numero più recente, l’ottavo. La prima parte, quella riservata agli inediti, è davvero da leccarsi i baffi. Si parte con Stephen King che parla dell’editing che Gordon Lish infliggeva ai racconti di Carver, si passa a un bellissimo testo di Hery Roth e a uno altrettanto bello di Tobias Wolf sulla scrittura creativa. È poi la volta (scusate se è poco) di un’intervista che Céline rilasciò nel 1961 a Robert Stromberg, ma subito dopo arrivano un racconto dove Dan Fante ricorda il padre e – udite udite – un memoriale parigino di Paul Bowles (una delizia, una delizia). La parte degli inediti si conclude con un racconto di Claro e con un bellissimo pezzo di Hunter S. Thompson (l’inventore del “gonzo journalism”). La sezione riservata alle recensioni è molto ampia, le firme che le accompagnano sono di per sé una garanzia, ma fra tutte ho apprezzato quelle di Ottavio Cappellani (Manlio Sgalambro, “Del delitto”), Raul Montanari (Andrea Carraro, “Da Roma a Roma”), Tommaso Pincio (Lorenzo Pavolini”,“Accanto alla tigre”) e Stefania Vitulli (Benedetta Cibrario, “Sotto cieli noncuranti”). L’ultima pagina è riservata ad Antonio Marras, che inaugura la rubrica “Satifashion”. «Satisfiction» è una rivista da leggere da cima a fondo e da conservare gelosamente, come si fa con le cose che hanno un senso.
 
Editori ed editanti
Una volta, a livello provinciale, la distinzione era soprattutto tra stampatori ed editori. Gli stampatori erano (e sono) quelli che ti stampano un libro a pagamento, qualunque esso sia e senza svolgere nessun tipo di lavoro editoriale. Lo stampatore non ha una redazione, ha una stamperia. E al di là della buona fattura del materiale che produce (carta, legatura e via dicendo), non ha interesse per il contenuto di quello che stampa. Infatti non ci investe, né è tenuto a farlo: stampare la raccolta di sonetti di una professoressa di liceo in pensione, una serie di manifesti elettorali o un miglialio di biglietti da visita, per lui è la stessa cosa (né potrebbe essere altrimenti: il suo lavoro è quello). C’è un rapporto di estraneità tra il libro e lo stampatore, perché di solito lo stampatore è il tramite attraverso cui un dilettante tenta di legittimare narcisisticamente un presunto impegno intellettuale. Gli editori sono invece quelli che pubblicano senza chiedere una lira a chi si rivolga loro, ma soprattutto che pubblicano un testo dopo attento vaglio (grazie a una redazione) e solo laddove esso sia compatibile con una precisa liena editoriale. Per dirla alla grossa, la linea editoriale è il requisito che caratterizza l’editore (le parole significheranno pure qualcosa: linea editoriale, editore) e si riflette nel catalogo: quanto più un catalogo sarà coerente e ponderato, tanto più sapremo di essere dinanzi a un editore, grande, medio, piccolo o piccolissimo che sia (ne esistono di minuscoli che fanno cose grandiose). L’editore ha un rapporto di piena indentificazione con quanto pubblica e difatti investe in quello che pubblica. Scommette su un’idea perché crede in quell’idea. Benchè imprenditore, e in quanto tale legato comunque a valutazioni economiche, un vero editore ha prima di tutto a cuore il valore dei volumi che diffonde. Il lavoro dell’editore è prima d’altro una questione di dignità e presuppone una precisa fisonomia intellettuale e una robusta preparazione culturale. Ma da qualche tempo, e sempre in ambito provinciale, si sta diffondendo una sottospecie di editore, l’editante. Si tratta di persone che hanno ambizioni editoriali, ma che non dispongono di quello spessore che è peculiarità indefettibile dell’editore vero e proprio (come si fa a lavorare nella cultura se non sia ha una cultura che consenta di capire che cosa significhi lavorare nella cultura?). Gente in buona fede, per carità, ma il cui catalogo non è un catalogo (cioè un progetto, un edificio, un’opera in sé), ma un semplice elenco di titoli. Per questa ragione, gli editanti tendono a collassare in maniera ingloriosa. Spesso la stessa sorte tocca anche agli editori, che però lasciano dietro di sé una serie di orme in cui non si dura fatica a riconoscere un tragitto, un iter ad sensum. Un disegno.


Stampato il 06-09-2026 07:54:10 su www.roseto.com