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IWAN BISSON: IL BASKET TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO.
1976. Iwan Bisson e Dino Meneghin con la maglia del Varese.
[Carlo Meazza]


1970. Iwan Bisson stoppa un atleta USA durante i Mondiali. Insieme a lui, Dino Meneghin e Carlo Recalcati.

2014. Iwan Bisson e Stefano Blois.

Stefano Blois, mohicano del basket classe 1994, intervista un vero campionissimo con un palmares strepitoso. L’articolo uscito su LA CITTA’ Quotidiano giovedì 15 gennaio 2015.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 16 Gennaio 2015 - Ore 11:45

Cinque campionati italiani vinti tra il 1971 ed il 1978, quattro Coppe dei campioni, due Intercontinentali con la gloriosa Varese, due medaglie di bronzo agli Europei con la Nazionale italiana. Questo (e molto altro) nel palmares di Iwan Bisson, una vera e propria leggenda della pallacanestro che da diversi anni vive stabilmente a Roseto degli Abruzzi. Ed approfittando di una gentilezza e disponibilità fuori dal comune, con lui abbiamo analizzato a 360º passato, presente e futuro della pallacanestro e non solo.

Iwan, la tua Varese riuscì a creare una vera e propria dinastia, che ricorda un po' quella recente di Siena. Con una sostanziale differenza: voi trionfavate anche a livello internazionale...
«Senza nulla togliere a Siena, negli ultimi anni ha giocato praticamente da sola. Milano ha investito tanto, senza però raccogliere i risultati sperati, mentre ai nostri tempi con Cantù, Bologna e la stessa Milano c'erano quattro squadre di pari livello ed era tutto più difficile. Questo per quanto riguarda il campionato italiano, mentre in Europa il livello evidentemente era troppo alto per la Montepaschi, ed in generale per le nostre squadre. Adesso c'è l'Armani, che ha tutto per imporsi: soldi, sponsor, palazzetto, tradizione. Finora non mi hanno certo entusiasmato, ma le carte in regola ci sono tutte». 

Il basket di oggi è così diverso dal vostro?
«Considero la nostra generazione una sorta di apripista, per quella che è poi diventata la pallacanestro di oggi. Inizialmente il basket era molto tecnico, ma si giocava a velocità piuttosto basse. Noi la aumentammo senza per questo impoverirla nei contenuti: il nostro allenatore, Nikolic, era un motivatore che curava molto anche la preparazione tecnica e fisica. Adesso si gioca a ritmi ancora più elevati, ma il basket è più fisico e molto meno tecnico. Siamo pieni di ragazzi che corrono, saltano e schiacciano quasi come americani, a cui però manca spesso la qualità». 

Una carriera così importante avrà certamente lasciato grandi emozioni.
«Tantissime, ne ricordo due in particolare. Una è la finale di Coppa Campioni ad Anversa: eravamo senza Meneghin, che faceva la differenza, ma riuscimmo comunque a vincerla. A livello personale, una volta segnai 33 punti contro Milano, ancora senza Meneghin: dopo quella gara, ed un'altra contro il Real, fui nominato atleta della settimana dalla Domenica Sportiva. Un riconoscimento molto importante, a quei tempi».

Esiste anche qualche rimpianto?
«Considero le Olimpiadi come la manifestazione più importante e gratificante per uno sportivo, calcio escluso. Per questo la Finale 3º/4º posto persa a Monaco, con un mio tiro sbagliato a 35 secondi dalla fine ed un altro di Marzorati poco dopo, ha fatto indubbiamente male. Vincere una medaglia è un'occasione quasi unica, anche perché può capitare una volta ogni quattro anni. Ed anche a Montreal non sfruttammo l'occasione, perdendo contro la Jugoslavia dopo essere stati in vantaggio di 17 punti nel primo tempo». 

Ne approfitto per chiederti un parere sull'attuale momento della nostra Nazionale.
«Un disastro! Dopo l'argento del 2004 il crollo è stato talmente verticale che non è facile trovarne tutte le motivazioni. La Nazionale è quasi sparita: fatica a qualificarsi (quando va bene), e paga anche le assenze di molti giocatori importanti. Quando il livello si alza, è evidente il gap tecnico e fisico rispetto alle altre».

Come si è arrivati a questo punto?
«Tante circostanze, in primis persone probabilmente poco adatte a capo del movimento. Prima eravamo il secondo sport dopo il calcio, adesso la differenza è enorme: non capisco come ci sia potuta essere una tale miopia. Probabilmente aver inserito così tanti stranieri è uno dei problemi: gli italiani forti emergono comunque, ma quelli medi fanno fatica a giocare, e se non giochi non migliori. Nel basket c'è una costante: fino a 27 anni il fisico dell'uomo si evolve e migliora, poi inizia un declino fisico al quale devi contrapporre una crescita tecnica. Un giocatore dovrebbe specializzarsi ogni anno su qualcosa da migliorare nel proprio bagaglio: tiro, difesa, passaggio. Se non lo fai, ti sei stabilizzato e con il già citato declino fisico non puoi che peggiorare».

A proposito di giocatori: il più forte che hai incontrato in carriera, ed uno che attualmente ammiri.

«Il russo Aleksander Belov, con cui mi scontravo molto spesso avendo ruoli simili. Anche Marco Bonamico era un osso duro: giocava nella Virtus, e non so perché sentivo in modo particolare le partite contro di loro, non riuscendo a rendere al meglio. Adesso, se devo essere sincero, non ci sono giocatori italiani che mi impressionano: anche quelli che militano in NBA, sono tutti ovviamente validi, ma nessuno mi ha colpito particolarmente».

Vivi in Abruzzo ormai da tanti anni: come ti trovi qui?
«Sono abruzzese d'origine, ma avevo sempre vissuto al Nord fin da giovanissimo, e dove cominciai anche a giocare. Sono tornato qui una quindicina d'anni fa assieme a Michele Martinelli, avendo anche gli unici parenti ancora vivi qui, ed ho ripreso i contatti con il posto e la gente. La mia attuale moglie è rosetana, ed ha avuto la fortuna di potersi trasferire anche lei qui, dove si sta benissimo. A Varese la neve iniziava a novembre e finiva a marzo, se sei attrezzato ed abituato non ci fai più caso, ma qui la temperatura è quasi sempre mite. Una sola cosa non riesco a capire dell'Abruzzo...».

Quale?
«Come mai non venga valorizzato per quello che è. Nel raggio di pochi chilometri c'e praticamente tutto: le montagne più belle dell'Appennino, colline stupende, ed ovviamente un mare fantastico (pur se non in tutti i posti, ovviamente). Eppure non si riesce a sfruttarne al meglio bellezze e potenzialità, questo mi fa davvero incazzare. Probabilmente c'è stata una miopia politica, poteva diventare una grande ragione e potrebbe ancora farlo, anche perché qui si mangia veramente bene, e lo dice uno che è stato praticamente in tutta Italia. Ecco, forse quello che manca qui è saper accogliere il turista, c'è un po' di diffidenza verso i "forestieri": magari sarebbe utile imparare dalla Romagna, dove invece sotto questo punto di vista sono all'avanguardia».

Ed il basket abruzzese, Roseto in particolare, che momento vive?

«Secondo i vertici del movimento regionale va tutto bene, io invece penso che sia un po' regredito. Complice anche la scomparsa di Teramo, abbiamo tante realtà di medio livello ma ne manca una importante che emerga. Dobbiamo perdere la cultura dei campanili, unirci e partendo dal basso formare società ben attrezzate. La situazione di Roseto mi ricorda un po' le vecchie Ignis e Simmenthal: uno sponsor importante, ma che lega troppo la società ad una singola persona. Fin quando ha voglia, passione e soldi va tutto bene, poi però si rischia il baratro. Non si sta costruendo nulla attorno a Peppe Di Sante, che ha tutti i meriti di questo mondo, ma non sta appunto creando una società che non debba vivere alla giornata. Personalmente sono innamorato di Pescara, per creare qualcosa di importante si dovrebbe passare da lì: magari bisognava partire prima, anche perché indubbiamente lì il calcio ha un predominio evidente sul basket. Ma di questo non sono così convinto: quando anni fa con Roseto fummo costretti a giocare a Chieti, venne tantissima gente a vederci proprio dalla città adriatica». 

Sei stato anche presidente del Varese Calcio: cosa puoi raccontarci di quell'esperienza?

«Una parentesi molto particolare, per diversi motivi, durata due anni. Ero giovane e inesperto, il nostro vantaggio era un grande vivaio: prendevamo giocatori promettenti con un'attenta opera di scouting, e li vendevamo poi a società più prestigiose. Lavorando così riuscivamo a vivere bene, e nelle gare in trasferta una percentuale sui biglietti venduti spettava alle società ospitate: ricordo una partita di Coppa Italia all'Olimpico di Roma, dove il nostro "incasso" fu superiore alle partite che giocavamo in casa! Alla fine del secondo anno me ne andai perchè non accettai alcuni compromessi, ma dopo tanti anni di esperienza posso dire che oggi mi comporterei diversamente. E probabilmente avrei fatto anche dei soldi!».

Rientreresti nel basket di oggi?

«Assolutamente sì. Come al solito però, l’esperienza è quella cosa che non serve a niente: ne accumuli tanta, ma diventa inutile se poi nessuno te la chiede. Ognuno è convinto delle proprie idee, e nessuno si confronta con gli altri, continuando ad andare per la sua strada. Mi piacerebbe rientrare magari anche a Roseto, e mettere in piedi un consorzio che possa arrivare fino a Pescara, come dicevo prima. Sarebbe un progetto molto bello, ma occorrerebbero almeno 2-3 anni di lavoro con istituzioni, imprenditori e stampa per poterlo realizzare. Oltre, ovviamente, alla volontà delle parti».
 
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