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GIOVANNI QUARANTA: CIAO, PARÈ.
Giovanni Quaranta.

Giovanni Quaranta, Giovanni Maggitti e Luca Maggitti, nel 2010.

Oggi ci ha lasciato una persona speciale, innamorata di Montepagano.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 07 Febbraio 2018 - Ore 18:45

Se al mondo ci fossero soltanto persone come Giovanni Quaranta, la pace prenderebbe subitaneamente il sopravvento, fatta di sorrisi e invitanti tavole imbandite.

L’uomo che oggi se n’è andato a 71 anni, lasciando la moglie Liliana, le figlie Vanessa e Aurora e i tanti che gli volevano bene, aveva per me un tratto distintivo: la generosità.

Una generosità assoluta che, in un mondo fatto di varie avarizie, credo che gli sia alla fine pesata.

Giovanni Quaranta è stato un ristoratore innamorato della sua Montepagano. E per il borgo antico ha fatto più lui che un treno di politici e dirigenti comunali, provinciali e regionali.

Le sue creature, “Grottino” e “Pagus” hanno richiamato in collina decine di migliaia di residenti e turisti (di prossimità e provenienti da lontano), che oltre a cedere alle sue delizie culinarie hanno potuto scoprire le bellezze del borgo.

Ha avuto una funzione sociale, Giovanni, oltre a quella logica e normale dell’imprenditore del mondo della ristorazione, se è vero che centinaia di amici mi hanno per anni chiesto, quando passavano per Roseto, di salire in collina per passare una magnifica serata al “Pagus”.

I ricordi sono troppi, visto che per decenni Giovanni ci ha deliziato. E poi la mia famiglia era legatissima alla sua, perché lui e mio padre Dino erano parenti e quindi moltissime tappe importanti come compleanni e anniversari li abbiamo organizzati e trascorsi al Pagus.

I ricordi abbracciano più decenni e – solo fermandomi al mondo del basket – sono troppi gli aneddoti. Provo a elencare quelli che prima mi tornano in mente.

Il “trionfo di frutta”, di cui Giovanni era maestro, al termine di una cena strepitosa fatta nel primo anno di Serie A del Roseto (2000/2001), con i fotografi romani Giulio Ciamillo ed Elio Castoria, la buonanima di Pierfrancesco Betti e Giorgio Pomponi.

Le “virtù”, con le quali catturò Claudio Bonaccorsi, Donato Avenia e Luke Recker nella stagione 2003/2004.

La “pizza ai frutti di mare”, di cui erano ghiotti quasi tutti i miei amici (l’elenco sarebbe troppo lungo).

L’antipasto “alla contadina”, di cui andavo pazzo e che spazzolavo con Marco Rapone e Fabrizio Rapagnà

Per finire con le deliziose composizioni di pesce dell’ultimo periodo, quando fu affiancato dal genero: il bravissimo Raffaele Longo.

Giovanni era un mago nell’organizzazione dei banchetti e offriva solo il meglio. Generosità, appunto.

La cucina che aveva in mente e che proponeva – oltre alle pizze che realizzava anche personalmente – fidando su un cuoco con un’altezza da pivot, era schietta e dai sapori concreti. Buona, abbondante, saporita. Gli somigliava.

Quando entravo nel suo regno mi accoglieva con un perentorio: “Ciao, Parè!”, sottolineando il legame tra le nostre famiglie. Che ci fosse posto o no, la cosa si aggiustava sempre. Delle centinaia di serate passate mangiando il meglio e pensando il meglio, magari ammirando il mare d’estate quando si cenava fuori, gli sono debitore.

Mi ricordo un San Valentino, negli Anni ’90, con me e gli amici Marco Rapone ed Emilio D’Ambrosio. Io ed Emilio single impenitenti, Marco con la fidanzata a Padova, ci scordammo alla grande che fosse la Festa degli Innamorati e, come spesso accadeva, facemmo rotta verso il Pagus per una bella mangiata. Ricordo ancora il suo sorriso quando ci vide entrare e pesò le nostre facce, di fronte ai festoni a forma di cuori penzolanti e alla bella scenografia fatta di tavolini per due apparecchiati di tutto punto. Non ci fu bisogno di parole: scoppiammo a ridere tutti e quattro. Poi noi tre facemmo per girarci e andar via, ma il tostissimo Giovanni mi bloccò una spalla (se ben ricordo, una sera mi raccontò che aveva tirato di boxe quando era emigrato in Francia, dove aveva conosciuto Liliana che poi sarebbe diventata sua moglie) dicendo: “Parè, ma che problema ci sta, mo’ vi preparo dietro il paravento e mangiate qua... ormai dove volete andare”. Che risate quella sera, con Marco, Emilio e io versione “famiglia allargata” e le battute con Giovanni che durarono dall’antipasto al digestivo!

Poi mi ricordo il 12 ottobre 1999, quando compii 30 anni. Non sono molto di cerimonie (“mussànd”, per chi è rosetano), ma mi parve strano che la sera dei miei 30 anni i miei genitori Liliana e Dino e i compianti nonni Scolastica (detta ‘Sterina) e Giovanni fossero usciti a fare  una commissione tutti insieme. E però io avevo da lavorare e rimasi in via Seneca a scrivere. D’un tratto mi arriva una telefonata. Era la mia amica Silvia Mattioli, che mi invitava a mangiare un pizza al Pagus, aggiungendo che era per un lavoro importante e che non potevo rifiutare. E così fu (mi dissero poi che, in caso di rifiuto, sarebbe subentrato il “Piano B”, con Giorgio Pomponi a telefonarmi per farmi salire a Montepagano, inscenando una foratura della sua macchina). Arrivati al parcheggio del Pagus, tutto buio. Dissi a Silvia: “OK, è chiuso, andiamo via”. Ma ecco spuntare da una porta Giovanni: “Parè, ciao, che ci fai qua?”. E io: “Giovà, volevamo mangiarci una pizza, ma non fa niente”. E lui: “Ma no, entra che mo’ cuciniamo qualcosa pure se sto chiuso”. Al mio rifiuto, solita “placcata” spalla/schiena e affettuoso invito ad entrare. Primo passo nel buio e la sala grande prese vita: compleanno per i miei 30 anni a sorpresa, con nonni, genitori, amici dei cavalli, del basket e del lavoro. Quando mi ripresi, piansi di gioia.

Undici anni dopo, quando Mamma Liliana e Silvia Mattioli decisero di fare il bis organizzando un’altra festa a sorpresa, stavolta al “Magia Café” di Roseto (con un anno di ritardo perché quando compii 40 anni Nonno Giovanni era ricoverato in ospedale e non festeggiammo), trovai fra gli ospiti Giovanni e sua moglie Liliana sorridenti con noi per un brindisi, una mangiata buona (Marco Losa ingaggiò per la serata Marino Di Colli) e una foto cara in cui io abbraccio Giovanni “la roccia” e lui a sua volta abbraccia un altro “Parè”, mio zio Giovanni Maggitti.

Quando chiuse il “Pagus”, ridando vita al “Grottino”, ricordo pure una bella “serata cestistica” passata lì, in occasione della Mostra dei Vini, insieme a Mario Boni e suo figlio Giacomo, Luigi Lamonica, Attilio Caja e Signora.

L’ultima volta che ho visto Giovanni è stata qualche mese fa. Passeggiava sul lungomare centrale di Roseto, sostenuto da un parente. Lo abbracciai e baciai, mi sembrava si fosse ripreso dal problema che lo aveva colpito. Invece, purtroppo, una ricaduta lo ha portato via. Presto, davvero troppo presto, vista la sua debordante voglia di vivere che metteva nelle cose che faceva.

Ciao, Parè. E grazie di tutte le belle figure che mi hai fatto fare, di tutti i momenti indimenticabili che hai saputo creare e di quelli già per me indimenticabili che hai saputo ulteriormente valorizzare. Grazie, da amante di Roseto e del suo territorio, per quanto hai fatto in termini di promozione di questo luogo, che io amo e che tu amavi moltissimo. E che avrebbe bisogno di più generosità come quella che tu hai sempre dispensato. Perché migliaia di persone pensano con simpatia a Montepagano e a Roseto, ne sono certissimo, anche perché si ricordano il buono della tua tavola e la tua generosità.

Chi vorrà accompagnare Giovanni nell’ultimo viaggio terreno, domani – giovedì 8 febbraio 2018, alle ore 15 – si faccia trovare alla chiesa di Montepagano.

Luca Maggitti
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