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BEBETO E RICORDI ROSETANI DI 20 ANNI FA
Roseto degli Abruzzi, palasport, 1998. Bebeto intervistato da Luca Maggitti.

Una intervista del 1998 all’allenatore dell’Italia di pallavolo che a fine anno avrebbe vinto il Campionato del Mondo, per onorarlo a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 16 Marzo 2018 - Ore 10:30

Qualche giorno fa se n’è andato prematuramente, per un infarto, Bebeto, allenatore brasiliano che nel 1998 vinse il Mondiale con l’Italia.
Così, fra tristezza e nostalgia, sono andato a rileggermi l’intervista che gli feci ormai 20 anni fa, quando a inizio 1998 venne a Roseto con l’Italia (avrebbe poi vinto il Mondiale a novembre, in Giappone).
L’intervista fu pubblicata in una fanzine che realizzai nel 1997 e 1998 (prima di creare www.roseto.com) per l’amico Dino D’Andrea e per le sue “ragazze terribili” della Pallavolo Roseto.
Grazie a quegli anni nacquero amicizie che con gli anni si sono fatte più belle. Con Dino, ma pure con Fabrizio Marini e con Federica Pinciotti, che qualche anno dopo quel 1998 sarebbe diventata, in televisione, “il sorriso del basket”.
Questa è l’intervista al grande Bebeto, allenatore Campione del Mondo, che firmai “Block”.
Rileggendola, oltre alla grandezza del personaggio, ho percepito tutti i 20 anni passati. Anche per la pallavolo.

Luca Maggitti


(Pubblicato su “PALLAVOLO”, magazine del settore giovanile della Las Fly Volley, Anno II, Numero 6 del 10.01.1998.)


Ospiti di riguardo
BEBETO A ROSETO
Intervista al Tecnico della Nazionale Italiana


Paulo Roberto De Freitas, detto Bebeto, allenatore della Nazionale Italiana. Nato a Rio de Janeiro il 16 gennaio 1950, sposato con Solange, ha tre figli. Giocatore di livello internazionale, ha vestito per diciassette anni la maglia del Botafogo, uno dei club più famosi di Rio e per 10 quella della Nazionale brasiliana, con la quale ha preso parte a due campionati del Mondo (1970 e 1974) e a due Olimpiadi (1972 e 1976). Dal 1977 al 1980 è stato giocatore-allenatore negli States a Santa Barbara, in California. Ha guidato in due periodi la Nazionale brasiliana: dal 1982 al 1984 e dal 1988 al 1990, conquistando l’Argento ai Mondiali di Argentina 1982  e alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, il terzo posto nella Coppa del Mondo 1981 e nella World League 1990, e giungendo quarto ai Giochi Olimpici di Seul 1988, alla Coppa del Mondo 1989 e ai Mondiali 1990. Nel 1997 ha preso la guida della Nazionale italiana con la quale ha vinto la World League a Mosca ed è giunto terzo agli Europei a Eindhoven. Tanti i suoi successi con i club. Tre titoli brasiliani: due con il Bradesco Rio de Janeiro (1981 e 1983), uno con l’Olympikus Campinas (1996). Per cinque anni ha allenato la Maxicono Parma (1990-1995), vincendo lo Scudetto nel 1992 e nel 1993, la Coppa Cev nel 1992 e nel 1995 e la Coppa Italia nel 1992.

Come sei arrivato alla pallavolo?
«Con la spiaggia. Io sono nato a Rio e fin da piccolo ho imparato a giocare a beach volley, poi nei club e così via».

Parliamo per un attimo del tuo predecessore. Cos’ha costruito Velasco e cosa c’è ancora da fare per la Nazionale?
«Velasco ha lavorato con un gruppo eccezionale, ha ottenuto risultati grandiosi. Era una Nazionale che, fino alla World League del 1995, ha vinto praticamente tutto. Ha perso un’Olimpiade, ma non si può dire che abbia perso. Diciamo che ha vinto una medaglia d’Argento all’Olimpiade ed ha vinto un Argento alla World League. Per il resto hanno vinto tutto, dimostrando di essere la squadra più forte in assoluto. Cosa c’è ancora da fare? Lo sport non si ferma, non si vive nel passato. Del passato dobbiamo ricordarci gli eroi, ma dobbiamo guardare avanti. Dobbiamo ragionare sul nostro futuro, senza dimenticare il presente».

Velasco diceva che una sconfitta può essere la base per arrivare a una vittoria mediante l’analisi. Che ne pensi? Può una sconfitta essere un momento di crescita?
«Io non credo che si vinca con le sconfitte. Dobbiamo ragionale sempre su come vincere, lavorare per vincere, essere in campo per vincere».

Esiste una tua strategia per valorizzare il settore giovanile del nostro paese. Credi che ci siano punti importanti?
«È fondamentale per qualsiasi movimento la giusta attenzione al settore giovanile. Principalmente ora, con gli effetti della cosiddetta Legge Bosman, è un problema molto grande. La Federazione deve perciò fare molta attenzione, visto che, con la possibilità di utilizzare giocatori comunitari come italiani, più gli stranieri, si toglie molto spazio ai giovani».

L’attuale modello di organizzazione del settore giovanile italiano si avvicina a quello brasiliano o ci sono differenze?
«Ci sono differenze. Quello che c’è in Italia non c’è in tutto il mondo e cioè campionati qualitativi di A2, B1, B2, che sono tornei forti, organizzati ad alto livello. Credo sia fondamentale che i nostri giovani possano fare esperienza in questi campionati».

La pallavolo a tempo. Il tuo giudizio è positivo o negativo?
«È fondamentale per noi della pallavolo trovare la soluzione per il tempo di gioco. Dobbiamo ridurre per forza il tempo, visto che per crescere ulteriormente, per far fare l’ultimo salto di qualità a questo sport che è quello che è cresciuto di più nel mondo negli ultimi 15 anni, è fondamentale la televisione. E per la televisione il tempo è fondamentale. Oggi una gara di pallavolo si sa quando comincia ma non quando finisce».

Quanto senti su di te e suoi tuoi ragazzi la pressione di un passato glorioso e di una Nazionale quasi condannata a vincere?
«Il fatto del passato penso di averlo già spiegato. L’unica cosa uguale al passato è che si tratta di Nazionale. Tutto qui».

Cosa ti sentiresti di dire ai giovani per crescere nella pallavolo. Un consiglio?
«Come nella vita, io credo che tutto quello che si vuole ottenere si possa ottenere in rapporto al sacrificio e all’impegno profuso».

Quali sono le componenti di un atleta che arriva in Nazionale?
«La pallavolo in Italia è molto diffusa e importante. La pressione sui giocatori durante il campionato è molto alta. Non è facile rimanere concentrati e responsabili durante l’estate con la Nazionale. Direi quindi che la prima componente è la valenza tecnica, ma in assoluto conta la volontà di far parte di un gruppo sottoposto a questi ritmi».

È difficile gestire uno spogliatoio di atleti molto popolari?
«Lo spogliatoio si gestisce da solo. Il giocatore quando arriva in Nazionale ha già dimostrato tante cose. Ritengo solamente fondamentale che i componenti del gruppo sappiano cosa rappresenta la Nazionale. Questo gruppo lo sa».

Quanto conta per te la componente psicologica in un atleta. Credi nell’ausilio della psicologia nello sport?
«Io credo nel lavoro. Sono convinto che soltanto lavorando molto si riesca a combinare qualcosa di buono. Se all’interno di questo lavoro c’è la possibilità di operare sul piano psicologico ancora meglio, ma ovviamente è fondamentale il lavoro sul campo».

(Block)
Luca Maggitti
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