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IL VETERINARIO CI VUOLE PER IL RAZZISMO, CHE È UNA BRUTTA BESTIA...
Ibrahima ‘Iboo’ Diop con il disco ‘Italian Journey’ di ‘Brandon Sherrod & the Sharks’.

Riflessioni a margine dell’episodio che ha riguardato Ibrahima ‘Iboo’ Diop.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 02 Agosto 2018 - Ore 15:15

Ibrahima “Iboo” Diop non si aspettava di diventare famoso come il suo amico George Gilmore, ex giocatore del primo – storico – Roseto Sharks di Serie A1 (2000/2001).

Certo, nel Lido delle Rose lo conoscono praticamente tutti, visto che ci è venuto da 18 anni, da una quindicina ha il passaporto italiano oltre a quello senegalese, e a Roseto si è sposato ed è diventato padre di un figlio che oggi ha 16 anni. Solo che adesso lo conoscono in moltissimi anche fuori Roseto, per un episodio che Iboo ha denunciato, legato a un gesto di razzismo subito, che è al vaglio dei Carabinieri.

Sulla questione si pronunceranno le forze dell’ordine e – se del caso – la magistratura. A me, al momento, interessa soltanto ribadire quello che tutta la comunità rosetana, che conosce Iboo, ha detto a chiare lettere: no al razzismo.

Perché il razzismo è una brutta bestia, che ti assale alle spalle e non saprai mai se e quando toccherà a te.

Perché si comincia con “i negri”, poi ci passa “ai froci”, poi “ai drogati”, poi “agli storpi” e a molti altri... per arrivare a fare qualche decina di milioni di morti (!) immaginando un mondo impossibile e cioè abitato dalla sola “razza ariana” (sai che palle...).

A me gli “ismi” fanno paura, quindi rifuggo da nazismo, fascismo, comunismo. Insomma: in un mondo – usando metafora calcistica – polarizzato sempre di più fra opposte tifoserie, spero di restare per sempre uno sportivo che guarda, giudica e ha una base culturale sufficiente per farsi un’idea, potendola esprimere in democrazia, garantito dalla Costituzione.

Per cui se uno è bianco e pure stupido è solo uno stupido. Idem se è nero e stupido. Il colore non c’entra. C’entrano soltanto pensieri, parole e azioni.

Conosco Iboo dal 2000, anche se ci siamo sempre e soltanto salutati col sorriso, parlando qualche volta fugacemente di basket in incontri casuali (come pure una sera in discoteca a Pescara, al Cutty Sark, con George Gilmore, Mario Boni, Giorgio Pomponi e compagnia bella ormai troppi anni fa).

Poi, da qualche anno, ci sentiamo su facebook, anche perché lui si divide fra Francia e Italia per lavoro. L’occasione del problema di razzismo che ha denunciato è stata utile soltanto per farci sedere a mangiare un po’ di arrosticini e berci un bicchiere (io vino, lui coca cola in quanto musulmano) parlando di come va il mondo e parcheggiando subito la sua questione personale (anche perché da giorni lo chiamano in moltissimi e non volevo unirmi al gruppone). Insomma: data la mia solidarietà, basta. Parliamo d’altro.

Dopo la chiacchierata, posso dire che di Iboo mi è piaciuto il pragmatismo, la voglia che ha di insegnare a suo figlio il valore dello studio e del lavoro. Mi è piaciuta la sua voglia di cambiare tanti lavori e fare nuove esperienze visto che non ha avuto occasione di studiare (mi rispecchio in questo), guadagnandosi tutto sul campo.

È un uomo solare, sempre sorridente, che dimostra meno dei suoi 39 anni e che – nel corso della nostra cena in un locale all’aperto – è stato salutato da quasi tutti gli avventori, che lo conoscono perché da sempre svolge lavori che lo portano ad avere contatti con il pubblico.

Iboo parla 4 lingue (oltre alla sua, pure l’italiano, l’inglese e il francese), ha una dimestichezza con il computer invidiabile e una cultura che raramente riscontro in italiani della sua età.

È un figlio della borghesia militare del suo paese, visto che il nonno materno era un militare che ha pure governato l’Africa Occidentale e quello paterno un capitano dell’esercito francese andato a combattere in Vietnam, dove conobbe la donna poi diventata sua moglie che gli ha dato 4 figli fra i quali il padre di Iboo, che è un ingegnere informatico e vive a New York (e che ha fatto pure lo chef e oggi è manager di un’azienda di prodotti bio).

La madre è invece a Dakar, con il resto della sua famiglia, e Iboo si divide fra Francia (prima Marsiglia, poi Metz) e Italia, facendo diversi lavori (ha in mente l’ennesimo cambio che non dico per scaramanzia, augurandogli buona fortuna).

Insomma: Iboo è il classico cittadino del mondo, o del terzo millennio. Che ci ricorda che i popoli si sono sempre mossi e che è giusto muoversi rispettando le regole.

Lui è il primo a non volersi far usare dopo l’accaduto e ha pure rifiutato proposte di manifestazioni che lo avrebbero visto protagonista, temendo strumentalizzazioni politiche.

Io posso soltanto augurargli felicità per il suo futuro e quello delle persone a lui care, così come auguro ogni bene a ogni singolo abitante di questo pianeta che voglia vivere in pace, rispettando le leggi, lavorando, sorridendo e aiutando gli altri.

Di che colore siano, mi è indifferente.

Perché il colore della pelle è come quello degli occhi. Roba che ha a che vedere con l’estetica. Lo capirebbe benissimo un bambino di 5 anni. E, infatti, basta lasciar giocare insieme bambini di tutti i colori, per vedere che non piantano grane legandole al colore della pelle.

Restiamo umani. Il veterinario chiamiamolo solo per il razzismo. Che è una brutta bestia.

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Luca Maggitti
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