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Roseto Basket Story
VITTORIO FOSSATARO: MEZZO SECOLO DI RICORDI, DA ALDO ANASTASI A PHIL MELILLO, PASSANDO PER... SAN GABRIELE!






Intervista al Team Manager del Roseto Sharks 2018/2019, che sabato sarเ premiato nel corso della presentazione della squadra. Imperdibile galoppata nel basket rosetano.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerd์, 14 Settembre 2018 - Ore 11:00

Vittorio Fossataro, classe 1940, sposato e padre di due figli, è il Team Manager del Roseto 2018/2019.
Si tratta della 51^ stagione in qualità di dirigente sportivo per Vittorio, che lo scorso campionato ha festeggiato il mezzo secolo dedicato al basket rosetano con la salvezza degli Sharks.
Fossataro è da sempre uomo di fiducia delle varie proprietà che si sono succedute alla guida del basket rosetano, essendo stato vicino ad Aldo Anastasi (Il Colonnello, per il basket), Giovanni Giunco, Enzo Amadio, Ettore Cianchetti, Daniele Cimorosi e altri ancora.
Nella stagione di Serie A 2003/2004, pur di non far chiudere il Roseto, Fossataro accettò il ruolo di “presidente traghettatore”, rilevando le quote da Nino Tulli e gestendo il passaggio alla cordata rappresentata dal presidente Domenico Alcini e dal general manager Michele Martinelli.
A Vittorio Fossataro si deve il merito del Memorial Giovanni Giunco, che negli anni ha premiato personaggi illustri come Dino Meneghin.
Per ringraziarlo delle sue 51 stagioni dedicate alla pallacanestro rosetana, sabato 15 settembre 2018, in occasione della presentazione del Roseto Sharks, il sodalizio cestistico rosetano gli consegnerà un riconoscimento.
Questa è la nostra intervista a Vittorio.


Vittorio, nelle ultime 53 stagioni sportive, per 51 volte – questa compresa – sei stato al servizio della pallacanestro rosetana. Qual è la parola magica che consente di andare avanti oltre il mezzo secolo?
«Innanzitutto la passione per la pallacanestro e per Roseto in particolare. Poi lo spirito di appartenenza alla comunità rosetana e l’attaccamento ai colori sociali».

Quali sono le tue caratteristiche di dirigente, per farti durare così a lungo?
«L’umiltà, la dedizione al lavoro e la precisione, cercando di essere sempre obiettivo in tutte le situazioni».

Il presidente con il quale hai avuto il rapporto più stretto?
«Voglio ricordare tutti i presidenti che si sono succeduti alla guida della pallacanestro rosetana, a partire da Gianni D'Andrea per continuare con Luigi Zulli, Mario D’Eustachio, Ottavio Di Bonaventura, Giovanni Proti, Romano Chiappini, Michele Martinelli, Domenico Alcini, Enzo Amadio, Ettore Cianchetti, Daniele Cimorosi, Antonio Norante e il mitico Giovanni Giunco. I rapporti più intensi, per motivi diversi, li ho avuti con Giovanni Giunco, Ettore Cianchetti e Daniele Cimorosi».

Quello più difficile?
«Quando, nel 2003, ho assunto la carica di Presidente in prima persona».

Hai gestito centinaia di giocatori: scegline tre e raccontaci perché.
«Romano Nardi, uno dei primi acquisti del Roseto targato Monti Confezioni, all'inizio degli Anni ‘70, che è rimasto per quattro campionati consecutivi la bandiera del Roseto. Una citazione merita sicuramente Paolino Moretti, che ha fatto parte della Cordivari Roseto che poi ha ottenuto la storica promozione in Serie A1; oltre che come grande campione, come un uomo squadra di grandissimo spessore morale. Per quanto riguarda gli stranieri, Adrian Griffin sicuramente è stato uno degli americani più importanti che hanno calcato il nostro parquet, anche se a metà stagione tornò in America per giocare poi in NBA a Dallas. Il più importante, comunque, resta Mahmoud Abdul-Rauf».

La stessa cosa fai per gli allenatori...
«Ne cito quattro, in quanto ognuno di loro rappresenta un periodo storico della pallacanestro rosetana. Comincerei con Zelijko Troskot, ex giocatore della mitica nazionale Jugoslava, che portò a Roseto il metodo di gioco slavo che si basava principalmente sul contropiede, raggiungendo il terzo posto nella seconda serie dietro la Brill Cagliari di Velluti e Spinetti e la Stella Azzurra di Quercia e Kunderfranco. Poi Nello Paratore, che arrivò a Roseto negli Anni ’70, dopo l'esperienza con la Nazionale Italiana, apportando un grandissimo contributo nell’organizzazione societaria. Quindi Kenneth Grant, grande specialista nel pressing difensivo e del contropiede e oggi agente anche di giocatori in NBA. Concludo questa carrellata di grandi allenatori con il mitico Phil Melillo, che ha portato il Roseto in Serie A1 nel 2000 con un gioco spumeggiante e che portò la nostra squadra sulle prime pagine dei quotidiani nazionali nel campionato 2002/2003, in cui sfiorammo la Finale di Coppa Italia perdendo in un rocambolesco finale la semifinale contro la Cantù di Stonerook e Hines. Quello stesso Roseto si qualificò per i playoff di Uleb Cup, dove affrontammo l’Estudiantes di Madrid e fummo eliminati a causa di un arbitraggio molto discutibile. Ritengo che quella formazione del Presidente Enzo Amadio, allestita dal GM Valerio Bianchini, sia stata la più forte di sempre. Ci tengo, comunque, a ricordare tutti gli allenatori che si sono succeduti alla guida della nostra squadra a partire dai rosetani Trullo, Sorgentone, Porzio e Testoni, passando per gli abruzzesi Di Paolantonio, Impaloni, Trivelli, Bianchi, Di Bonaventura, Perazzetti, l’americano Mulligan, Boero, Baroncini, Ranuzzi, Rubino, Dal Monte, Cavina».

La vittoria più bella?
«Il primo derby in Serie A1 contro Teramo, nel 2003/2004, partendo da sfavoriti, con un favoloso Luke Recker che bombardò la retina dei teramani davanti al tutto esaurito del PalaMaggetti. Oltretutto, in quel campionato iniziai ricoprendo la carica di Presidente».

La sconfitta più amara?
«Di sconfitte amare ne ricordo due. Lo spareggio di Vigna di Valle contro la Stamura Ancona, che ci condannò alla Serie C, e lo spareggio di Livorno contro il Mangia e Bevi Ferrara, che determinò la retrocessione dalla Serie A2. Ad ogni modo, da queste cocenti sconfitte siamo sempre rinati più forti di prima».

Il giocatore che poteva sfondare e si è perso?
«Carbone, che con le sue doti fisiche incredibili poteva diventare un campione. Poi Teemu Rannikko, che era entrato nel mirino degli scout NBA, ma a causa di vari infortuni la sua carriera ha avuto uno sviluppo inferiore alle aspettative, anche se è arrivato all’Eurolega. Infine, Tommaso Ginoble: talento nostrano, concupito da grandi squadre ma anche lui fermato dagli infortuni».

Com’è cambiato il basket da quando lo frequenti?
«Il basket è cambiato tantissimo. Negli Anni ’70 e ’80 si giocava con dei ritmi molto più blandi: basta pensare che il limite di un azione era 30 secondi invece che 24, non esisteva il tiro da tre punti e atleticamente non vi era paragone tra i giocatori dell’epoca e quelli di oggi. Con l’introduzione di 24 secondi e del tiro da tre e con il livello fisico notevolmente alzato, si è cominciato ad assistere ad un gioco più rapido e soprattutto più fisico. Mentre prima si tirava soprattutto “piedi a terra”, oggi si tira principalmente in elevazione, mentre le difese sono diventate molto più arcigne e muscolari, passando dalla classica zona al pressing e alle difese miste tipo match-up».

Come avete fatto a costruire le ultime due stagioni recenti con il Roseto brutto anatroccolo in estate e cigno a primavera... parlo dell’ultima di coach Trullo e della prima di Di Paolantonio, con i playoff conquistati entrambe le volte?
«Il merito va senza dubbio ai coach/direttori sportivi Trullo e Di Paolantonio, coadiuvati dai rispettivi collaboratori, che hanno costruito delle squadre con 70/80 punti nelle mani e basando il loro gioco sulla difesa. Il primo fattore è stato la scelta delle guardie americane Allen e Smith, che nonostante fossero dei rookie (Smith) o alla seconda esperienza in Europa (Allen), si sono rivelati dei grandissimi giocatori. Il segreto, se così vogliamo chiamarlo, è stato poi quello di trovare entrambe le volte l’uomo giusto per “sistemare” la squadra: Amoroso nella stagione di coach Di Paolantonio e Weaver nel campionato di coach Trullo. Campioni che, oltre che alzare il livello tecnico, hanno anche consolidato lo spirito della squadra».

È tempo del Trofeo Lido delle Rose, che nel 2018 festeggia la 73^ edizione. Tu hai organizzato il “Torneissimo” un numero imprecisato di volte, quindi raccontaci qualche episodio che ti ricordi e vuoi condividere con noi...
«Partirei dalla costruzione dell’Arena 4 Palme, nata nel secondo dopoguerra grazie ai finanziamenti personali del compianto Flavio Piccioni, forse troppe volte dimenticato, che accolse il torneo che fine a quel momento si svolgeva sui campi in terra battuta situati sotto la pineta centrale. A metà Anni ’70, grazie al Colonnello Aldo Anastasi, l’Arena fu ristrutturata come la vediamo oggi, con il contributo a titolo gratuito di tutte le imprese rosetane, che fornirono materiali e mano d’opera per la realizzazione dell’impianto. L’inaugurazione avvenne in diretta TV su Rai 1 e, per l’occasione, la Nazionale Italiana batté per la prima volta nella storia la nazionale dell’Unione Sovietica, davanti a 4.000 spettatori (era il 1976). Vorrei ancora oggi ringraziare quelle ditte e quelle maestranze, che per ragioni di spazio non cito, che hanno permesso la realizzazione di quell’opera dimostrando una rosetanità e un attaccamento alla cittadina e al basket che, con il passare del tempo, va sempre più scomparendo. Parlare di Aldo Anastasi è superfluo: tutti a Roseto, quantomeno quelli più stagionati, sanno che l’Arena 4 Palme e l’attuale PalaMaggetti sono stati costruiti grazie a questo uomo, e io mi onoro di essere stato suo amico, perchè era un rosetano puro. Altro personaggio che mi piace ricordare è il giornalista Aldo Giordani, che fece di Roseto degli Abruzzi la sua città d’adozione, senza perdere occasione di citare il nome di Roseto durante le sue telecronache in Rai o nei suoi articoli su Guerin Sportivo e Superbasket.
Un altro ricordo è datato 1971, quando si svolse la 26^ edizione con la partecipazione di due rappresentative USA, la Gillette e la Pettazzoni, le mitiche scapette rosse del Simmenthal Milano e la Nazionale Cecoslovacca. Durante il Torneo, il Colonnello Anastasi decise di nominare San Gabriele patrono della Pallacanestro e, dopo una notte di colloqui, riuscì a convincere tutte e quattro le squadre a seguirlo, il mattino seguente, in pellegrinaggio fino al santuario di Isola del Gran Sasso. Arrivati al santuario chiese del priore, il quale ci venne incontro un poco sorpreso e, all’annuncio della nomina del Santo a protettore della pallacanestro si oppose tenuamente, motivando che San Gabriele era basso di statura e gracile al confronto dei giocatori di basket che ci accompagnavano. La risposta del Colonnello fu celebre: “Padre, che c’entra l’aspetto fisico di San Gabriele? Santa Barbara mica sparava con i cannoni?!”. Così, con una risata generale, si concluse la trattativa e tutti entrarono in chiesa e, dopo aver ascoltato la messa, presero la comunione.
Ripercorrendo 50 anni di storia di basket rosetano, vorrei sottolineare che la grandezza di Roseto negli Anni ’60, ’70 e ’80 era dovuta al coinvolgimento e alla concordia della maggior parte dei cittadini sia nel supportare la pallacanestro sia nella gestione della comunità. Con la riscoperta di questi valori e di questo spirito di appartenenza, potremmo riuscire a riportare Roseto nel posto che gli compete in ambito nazionale».

Luca Maggitti
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