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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
LA (NON) AMICHEVOLE CON L’OLANDA E IL RIGORE FATALE A ITALIA ‘90
La Nazionale jugoslava di scena ai Campionati del Mondo del 1990.

‘Ciao’, celebre mascotte delle ‘notti magiche’ di Italia ‘90.

Il rigore calciato dal bosniaco Faruk Hadzibegic e sbagliato: questo errore sancisce l’eliminazione della Jugoslavia dal Mondiale e, per molti, la fine della Federazione stessa.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane addetto stampa della Teate Basket Chieti. Puntata 9.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 16 Gennaio 2020 - Ore 10:00

III.3: La (non) amichevole con l’Olanda

Prima di trasferirsi in Italia per il Mondiale di calcio, la Federazione jugoslava indisse una classica amichevole estiva, l’ultima della preparazione, con l’Olanda, campione d’Europa in carica. La gara venne fissata per il 3 giugno 1990 proprio nell’impianto di Zagabria che, due settimane prima, aveva dato sfogo all’odio etnico. Evitare di disputare la partita avrebbe contribuito a rafforzare i vari fronti nazionalisti e dato l’immagine di una Jugoslavia decadente agli occhi del mondo intero.

Che qualcosa fosse cambiato, fu ben chiaro da un aneddoto alquanto particolare accaduto fuori dal campo: il gruppo dei bosniaci della squadra, composto da Hadžibegić, Sušić e Vujović, si recò alla reception dell’Hotel Intercontinental di Zagabria per prenotare le camere alle mogli. Il concierge chiese loro i documenti che, in quel preciso momento, non avevano perché tenuti in custodia dai dirigenti della nazionale. Una pura formalità in quanto tutti sapevano chi fossero e, in altre circostanze, non ci sarebbero stati problemi. Ma adesso questi non sono più stelle di cui andare orgogliosi, sono l’emblema di quanto non si riconosce più, la rappresentativa degli slavi del sud (1). Alla fine il tutto venne risolto e l’inconveniente fu considerato una semplice incomprensione, sebbene non fosse così.

Per quell’amichevole allo stadio erano presenti ventimila spettatori che, al momento dell’inno jugoslavo “Hei, slavi”, iniziarono a fischiare sonoramente la nazionale. Alcuni giocatori, per opposizione, cantarono l’inno più forte del solito e con maggior foga. Altri apparvero disorientati, come se faticassero ad accettare che il pubblico di casa li considerava dei forestieri. Gli olandesi, sorpresi ed impreparati, avrebbero dichiarato a fine partita che non si aspettavano di avere tanti tifosi nei Balcani. Ma, a conti fatti, il tifo proveniente dai gradoni dell’impianto era un grido di sdegno verso una squadra che per molti avrebbe dovuto cessare di esistere, verso una nazionale in cui non ci si rispecchiava più. Al termine del match il tecnico Osim perse la calma e, dopo aver applaudito ironicamente il pubblico, si lasciò andare a gesti espliciti per dimostrare il proprio disappunto.

In situazioni simili, l’allenatore subisce più di tutti. Mi sono “congratulato” con i tifosi in un modo forse troppo diretto. Da allenatore dovevo essere pronto ad ogni evenienza. Le immagini che mi vennero in mente, furono quelle dell’ascesa di Hitler al potere. Non voglio paragonare nessuno a Hitler ma mi riferisco al modo in cui avvennero i cambiamenti, al modo in cui le cose precipitarono. La macchina della propaganda, la folla manipolata, le apparizioni di Goebbels…(2).

Capitan Vujović si ostinò a voler minimizzare: “Non ce l’avevano con la nazionale in sé, ma con qualche giocatore specifico. E se la sono presa perché abbiamo giocato male e perso” mentre il bosniaco Hadžibegić si scagliò contro un giornalista a bordo campo: “Dovete vergognarvi per aver contribuito a creare quest’atmosfera contro la nazionale. Non giocheremo mai più al Maksimir” (3). Ma davvero la nazionale non risentì dei venti di guerra nei rapporti interni tra giocatori di varie etnie e religioni? Lo sport continuava a resistere all’ondata disgregatrice e cercava di mantenere intatto il delicato equilibrio di squadra. Anni dopo in un’intervista Dragan Stojković, ex calciatore serbo ed attuale allenatore della squadra cinese del Guangzhou R&F, avrebbe ricordato quella partita con queste parole:

Facemmo la preparazione a Zagabria e giocammo un’amichevole contro l’Olanda. A quel punto capimmo che qualcosa sarebbe successo, ma in squadra non c’erano problemi. Avevamo Prosinečki dalla Croazia, Pančev dalla Macedonia, Sušić dalla Bosnia, Katanec dalla Slovenia, io dalla Serbia e Savićević dal Montenegro. Non abbiamo mai avuto questo genere di problemi e mai discutemmo o scherzammo su questo (4).

La Jugoslavia si stava apprestando a disputare due grandi manifestazioni sportive quali i Mondiali di calcio in Italia a giugno ed i Mondiali di pallacanestro in Argentina ad agosto. Due palcoscenici che l’avrebbero posta sotto l’attenzione di tutto il mondo con esiti diversi: da una parte un rigore sbagliato che ancora oggi è oggetto di rimpianto e dall’altra una vittoria sfociata nel dramma.


III.4: Italia ’90 – il rigore “fatale” di Faruk

La nazionale jugoslava si recò a Sassuolo per il ritiro in vista dell’esordio al Mondiale ma l’eco della guerra tanto paventata in patria giunse con forza anche tra i giocatori delle varie Repubbliche. In Emilia-Romagna arrivò il 4 giugno una squadra monca, stordita, dilaniata da troppe differenze. Emersero le scorie dell’incidente del “Maksimir” così come la noncuranza dell’Europa per la questione jugoslava perché assorbita dal problema della Germania e della dissoluzione dell’URSS. I croati, ormai rassegnati all’assenza di Boban, non sopportavano Šuker (ex calciatore jugoslavo la cui federazione lo ha designato come miglior calciatore croato da quando la Croazia è uno stato indipendente, dal 1992) e Panavic in panchina. I serbi contestavano l’utilizzo degli “anziani” bosniaci Sušić e Vujović a scapito di Prosinečki e Pančev, rispettivamente croato e macedone ma in forza alla Stella Rossa. I rumors davano l’unico sloveno, Katanec, arrabbiato quando veniva sostituito.

Tra sospetti e veleni, riemerse nella stampa slava l’espressione obsoleta e propria del linguaggio settoriale della guerra, di “quinta colonna”. Alcuni calciatori sarebbero stati le quinte colonne delle varie Repubbliche con l’incarico di minare l’operazione “squadra nazionale”. Come? Non scambiandosi il pallone in campo, distruggendo alla radice l’essenza stessa di un gioco corale. I serbi non passavano ai croati, i croati non passavano ai serbi. Il professionista sapeva esattamente come comportarsi perché il sabotaggio non fosse palese e non venisse contrabbandato per un errore di valutazione. Si scavava nei pensieri reconditi degli atleti più vicini al nazionalismo per sondarne gli umori. Si valutava il loro atteggiamento per cogliere gli indizi del presunto “sciopero bianco” (5).

Sebbene i plavi si ribellassero sdegnati e respingessero il sospetto, a nessuno di loro era concesso di parlare liberamente alla stampa in un momento così delicato e con il rischio di vedere un proprio messaggio manipolato e distorto dai media. Tra i pochissimi a cui fu permesso affrontare le conferenze stampa, fu il carismatico Safet Sušić il quale avrebbe fatto una dichiarazione fulminante:

Per fortuna siamo arrivati in Italia. Stiamo meglio che in Jugoslavia. Quanto sta avvenendo è molto triste, non trovo altro aggettivo. La politica è entrata nello sport e bisognerebbe separare le due cose. Se giocherò ancora a Zagabria? A Belgrado sarebbe la stessa cosa. Purtroppo è così da quando esiste la Jugoslavia (6).

Consapevolmente o meno, Sušić ruppe i canoni del politicamente corretto e sottolineò come quarantacinque anni di storia di socialismo non erano riusciti a seppellire rancori antichi, rimasti sotto traccia e pronti a riesplodere, come sarebbe avvenuto. Evocò una divisione atavica che minava alla base della propaganda titina tesa a descrivere in modo bucolico i rapporti tra etnie e confessioni. Per molti il Mondiale italiano aveva un’importanza di gran lunga superiore al semplice risultato sportivo: vincere avrebbe potuto dimostrare come gli jugoslavi potessero ancora convivere e restare uniti. In modo particolare il C.T. Osim, da bosniaco di Sarajevo, aveva a cuore la situazione dei suoi connazionali:

Durante i Mondiali, in Bosnia c’erano ancora dei “veri” jugoslavi ma non era più un complimento perché tutto era stato rivoluzionato. All’epoca i bosniaci tifavano ancora per la nazionale jugoslava. Per loro la vittoria significava molto, speravano ancora ma la sensazione di pericolo e di paura era dappertutto. Secondo molti l’eventuale vittoria della nazionale jugoslava poteva rappresentare per i bosniaci l’ultima chance per evitare quello che sarebbe successo (7).

In griglia di partenza, la rappresentativa jugoslava era quotata come una delle favorite alla vittoria finale potendo disporre di un gruppo di atleti dalla classe sopraffina. Non a caso l’appellativo di “Brasile d’Europa” venne coniato nell’estate ’90 a conferma della qualità del gruppo del tecnico Osim. Nonostante un pesante stop all’esordio contro la Germania (4-1), poi campione del mondo, nello stadio G. Meazza “San Siro” di Milano, la Jugoslavia riuscì a qualificarsi agli ottavi di finale dove la spuntò, dopo due tempi supplementari, sulla coriacea Spagna (2-1). In patria tornarono a sventolare le bandiere jugoslave e sembrò che lo sport potesse riuscire nell’impresa di annientare il nazionalismo. Con questo spirito, i plavi si scontrarono nei quarti di finale contro l’Argentina di Maradona, campione in carica, e dominarono la gara senza, tuttavia, trovare il gol del vantaggio. Il passaggio del turno venne stabilito ai rigori e l’errore del bosniaco Faruk Hadžibegić non solo decretò l’eliminazione della Jugoslavia dalla competizione ma venne avvertito dagli stessi slavi del sud come la fine del sogno unitario.

Ma, forse, lo sport nulla avrebbe potuto per debellare il germe della separazione. Infatti, poco prima della partita con l’Argentina, Srečko Katanec, jugoslavo di nazionalità slovena, si recò da Osim e gli disse: “Per favore non mi faccia giocare, ho ricevuto delle minacce di morte dalla mia città (Lubiana, ndr). Sono preoccupato di giocare per la nazionale” (8).

NOTE
(1) G. Riva, L’ultimo rigore di Faruk. cit, pag. 56-57.
(2) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.
(3) Ivi.
(4) D. Crepaldi, Footballslavia, cit, pag. 170.
(5) G. Riva, L’ultimo rigore di Faruk. cit, pag. 65.
(6) Ivi.
(7) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.
(8) D. Crepaldi, Footballslavia, cit, pag. 171.


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