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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
LA JUGOSLAVIA SI DISINTEGRA, LO SPORT TRIONFA.
Jugoplastika Spalato, regina d’Europa per tre anni consecutivi grazie ad un gruppo performante.

Stadio San Nicola di Bari, 29 maggio 1991: la Stella Rossa di Belgrado è la prima squadra jugoslava a sollevare la Coppa dei Campioni.

Un giovane Sinisa Mihajlovic in azione con la Stella Rossa.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane teatino appassionato di basket. Puntata 13.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 13 Febbraio 2020 - Ore 11:15

IV.2: La Jugoslavia si disintegra, lo sport trionfa

A partire proprio da quell’estate, la Slovenia intraprese delle scelte decisive per l’affrancamento dalla Federazione. Uno dei passi più significativi in questo senso fu l’approvazione, il 28 settembre 1990, da parte del parlamento sloveno, di emendamenti costituzionali che assicuravano alla repubblica il pieno controllo sulla Difesa territoriale, cioè sull’esercito parallelo che Tito volle nel 1968 per preparare, in ogni repubblica, delle forze partigiane capaci di continuare la lotta contro l’eventuale aggressore (1). Nonostante l’opposizione della presidenza federale, tale atto non solo rimase in vigore ma fu anche affiancato, nel breve periodo, da altre norme che abolivano la validità delle leggi federali nel territorio sloveno. Alla fine dell’anno, inoltre, fu organizzato un plebiscito con cui la popolazione era invitata ad esprimersi sull’indipendenza della Slovenia. Sebbene questa mossa politica non si prefiggesse l’obiettivo principale di un distacco unilaterale dalla Jugoslavia bensì di avviare colloqui bilaterali con tutte le repubbliche, il plebiscito venne interpretato come un atto eversivo da Belgrado. Il governo federale ne dichiarò la sua anticostituzionalità ed invitò il presidente del consiglio Markovic ad agire di conseguenza (2).   

Il plebiscito si tenne ugualmente il 23 dicembre 1990: sul 93% degli aventi diritto al voto, l’88% confermò la volontà di una Slovenia indipendente, da dichiararsi entro sei mesi, termine ultimo il 25 giugno 1991. La Croazia si accodò, affermando che avrebbe dichiarato la propria indipendenza contemporaneamente agli sloveni, per cui tutto l’inverno si visse in una situazione di attesa angosciosa. Tutti si chiedevano cosa sarebbe successo, come avrebbe reagito l’Armata popolare, ovvero i serbi (3). La situazione politica mostrò una progressiva degenerazione nei rapporti interetnici, lasciando intravedere più volte una possibile rottura tra le parti. Come in occasione della riunione della presidenza collegiale del 12 marzo 1991. Il ministro della Difesa jugoslavo, il generale Veljko Kadijević, propose di dichiarare lo stato d’emergenza permettendo all’esercito jugoslavo di intervenire militarmente in Croazia. Secondo lui:

Era in atto un subdolo piano per distruggere la Jugoslavia, articolato in tre fasi: la prima fase era la guerra civile, la seconda l’intervento delle forze straniere, l’ultima l’insediamento di governi fantoccio in tutto il territorio jugoslavo (4).

La maggioranza della presidenza collegiale non approvò alcuna manovra militare e suscitò lo sdegno della delegazione serba, a partire da Slobodan Milošević, la quale asserì che l’assemblea non avesse adempiuto al proprio compito. Il presidente collegiale, il serbo Borisav Jovic, pur desiderando l’attacco diretto sul territorio croato, venne convocato dall’ambasciatore degli Stati Uniti d’America Warren Zimmermann, preoccupato della situazione attuale. Se l’esercito avesse attaccato la Croazia, avrebbe potuto innescare una reazione da parte dei paesi dell’Occidente. Motivo per il quale Milošević, attraverso il generale Kadijević, si rivolse all’Unione Sovietica per ottenere la sua protezione nel caso in cui fosse stato attaccato a causa delle manovre in Croazia.

Un aspetto paradossale è che, mentre la Federazione si stava smembrando, il Paese viveva in campo sportivo un momento molto positivo. Lo sport ed i successi in campo agonistico internazionale avrebbero potuto davvero rinsaldare un sentimento nazionale unitario, o perlomeno alimentare uno spirito di pace, ma ciò non avvenne.

La Coppa dei Campioni 1990-91 di pallacanestro maschile venne vinta, per la terza volta di fila, dalla K.K. Spalato: il club nacque nel 1945 come una sezione della polisportiva dell’Hajduk ma, dopo tre anni di attività, nel 1948 si separò dalla polisportiva e l'anno successivo cambiò nome in K.K. Split. Nel 1967 la squadra adottò il nome KK Jugoplastika e lo mantenne fino al 1990 (5). Grazie all’apporto di giovani cestisti dal talento puro come Dino Radja e Toni Kukoč, protagonisti anche nel Mondiale in Argentina ’90, la Jugoplastika si affermò nella finale a Parigi, il 18 aprile, sul Barcellona (70-65). Il successo, tuttavia, non avrebbe rallentato il processo di disfacimento all’interno della repubblica croata.

Analogamente, nella massima competizione europea per i club calcistici, la Stella Rossa di Belgrado fu la prima squadra jugoslava a sollevare la Coppa dei Campioni contro l’Olympique Marsiglia allo stadio “San Nicola” di Bari, il 29 maggio 1991. Questo fu il punto più alto toccato dal calcio jugoslavo nella sua storia, un’impresa sportiva di una tale portata che non sarebbe stata mai più eguagliata in futuro anche perché proprio in quei giorni cessava di esistere la Jugoslavia.

Ma prima di quell’evento, il mese di maggio fu ricco di attriti e problematiche non solo a livello sportivo. In occasione della festa dei lavoratori, a Belgrado, il primo maggio si disputò una partita valida per la qualificazione agli Europei del 1992 tra la Jugoslavia e la Danimarca, con quest’ultima che avrebbe vinto 1-2. La Danimarca sarebbe stata, nei mesi successivi, di nuovo alla ribalta a danno proprio della nazionale jugoslava. Il giorno successivo i giocatori fecero ritorno nei rispettivi club. Faruk Hadžibegić e Mehmed Baždarević, entrambi bosniaci e compagni di squadra nel Sochaux, nella Serie A francese, appresero la notizia: a Borovo Selo, nei pressi di Vukovar, dodici poliziotti croati furono trucidati dai serbi. A Zagabria vennero mostrare le fotografie della carneficina. Le autorità si difesero dichiarando che resero pubbliche quelle immagini così cruente perché a Belgrado continuavano a negare e a sostenere che si trattasse di una montatura. Pochi giorni dopo, mercoledì 8 maggio, sempre a Belgrado si giocò la finale della Coppa Nazionale, la Coppa “Maresciallo Tito” tra l’Hajduk Spalato e la Stella Rossa dove stava emergendo un ragazzo di 22 anni che avrebbe fatto parlare molto di sé, Sinisa Mihajlovic. Era originario di Borovo Selo per cui il match per lui sarebbe stato una questione personale. Dopo una serie di scontri fisici e verbali, il difensore croato dell’Hajduk, Igor Stimac, superò ogni decenza e durante un duro faccia a faccia sibilò a Sinisa:

Spero che i nostri ragazzi uccidano la tua famiglia a Borovo (6).

Il 18 maggio al Maksimir di Zagabria andò in scena di nuovo un Dinamo-Stella Rossa con gli stessi presupposti dell’anno precedente. La Stella Rossa era già campione. Dopo che gli ospiti andarono in vantaggio per 2-0, l’arbitro concesse un rigore scandaloso ai padroni di casa che avrebbero finito per vincere 3-2. Il croato Prosinecki, in forza alla Stella Rossa, avrebbe confessato che furono indotti a perdere la partita per motivi politici. Il suo allenatore Ljupko Petrović confermò aggiungendo dettagli:

L’esito non era stato concordato prima. Ma fummo indotti a perdere dalle circostanze. Franjo Tudjman arrivò per assistere alla partita dal box delle autorità, non poteva permettere la vittoria di una squadra serba alla vigilia del referendum sull’indipendenza (7).

Infatti domenica 19 maggio i croati, col 94%, votarono per l’indipendenza dalla Jugoslavia. Il centrocampista croato Zvonimir Boban festeggiò l’evento in questi termini:

Quando giocavo per la Jugoslavia, davo sempre il massimo ma giocare per la Croazia è tutta un’altra storia. Provavo qualcosa che non avevo mai provato: responsabilità ed un grande amore per la Croazia. Ogni volta che sentivo l’inno croato era come se si realizzasse un mio sogno. Avrei dato la mia vita per la Croazia, la mia ragione di vita. L’ultima partita che giocai per la Jugoslavia fu il 15 maggio 1991 e terminò 7-0 contro le Isole Faroer. Quando tornammo a casa, la Croazia divenne uno stato indipendente e tutti noi volevamo giocare per il nostro paese. La storia si svolse davanti a noi e dovevamo tenere il passo (8).

NOTE
(1) J. Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, cit, pag. 202.
(2) Ivi.
(3) S. Tavčar, La Jugoslavia, il basket e un telecronista, cit, pag. 164.
(4)  “Jugoslavia. Morte di una nazione”
https://www.youtube.com/watch?v=gs6qQnqP1fo&t=2350s.
(5) Fonte: Wikipedia.
(6) G. Riva, L’ultimo rigore di Faruk, cit, pag. 143.
(7) Ivi.
(8) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.


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