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Sport & Letteratura
FUGA SENZA GLORIA. OVVERO IL SUBBUTEO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS.
Il Grande Torino 1948/1949.

L’Unione Sportiva Cagliari 1969/1970.

L’Argentina del 1986.

Roberto Di Giovannantonio ha sfruttato parte della quarantena per scrivere di Subbuteo e delle mitiche serate al circolo virtuoso Il Nome della Rosa di Giulianova.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 07 Maggio 2020 - Ore 17:15

PRIMA PARTE
Avete presente il modo di dire: “Come se ci fosse caduta una bomba”? L’immagine del Circolo, dove si disputavano i campionati di Subbuteo era quella, pari pari. Impeccabile, come al solito, ma vuoto. Le luci accese riflettevano le immagini di un abbandono frettoloso; le tazzine sporche di caffè nel lavello, bicchieri vuoti sul bancone, una birra a metà su un tavolo, un succo al mirtillo nella sala più piccola. Residui del Dottore (01), sicuramente. La TV mandava le immagini senza audio di ospedali e medici con le mascherine, infermieri frettolosi con barelle coperte, in sovraimpressione i dati della mattanza. Città vuote, spettrali, raccontate da inviati dei maggiori network quando da raccontare non c’era nulla. La desolazione del coprifuoco non ha bisogno di narrazioni, si percepisce da sé. Mezz’ora prima la figura del Premier, in diretta nazionale, aveva snocciolato i dati del dramma che la nazione viveva. Viso tirato, sorriso finto a mascherare quello che gli occhi lasciavano intuire palesemente: paura. Per la prima volta appariva con la cravatta allentata e il primo bottone della camicia immacolata a scoprire il collo, i capelli scarmigliati, le occhiaie profonde che non avevano incontrato le mani di nessun truccatore, la barba sale e pepe di almeno tre giorni. La diretta era da casa sua, anche lui contagiato, con l’ausilio di Skype. “Possiamo unicamente imporvi di stare a casa rispettando le consegne in maniera tassativa; l’esercito ha l’ordine di sparare a vista su coloro che dovessero essere per le strade dalle 20:00 alle 05:00. Nessuna eccezione. Ne usciremo fuori ma non possiamo più concedere margini di movimento”. A quelle parole, senza neanche guardarsi in faccia, il fuggi fuggi era stato irrazionale, immediato, terrorizzato. Il tempo di salutarsi frettolosamente a testa bassa, prendere i giubbotti, guadagnare l’uscita; neanche il proprietario si era sottratto a quell’impulso, c’era chi lo aspettava a casa. Aveva abbracciato il Presidente (02), chiuso la porta, andato via. Nel locale rimanevano i campi di Subbuteo posizionati come al solito, il Centrale nella sala bar, quattro nella sala club, l’ultimo nell’aula bunker, il covo del Dottore. Su alcuni panni verdi le miniature in formazione, pronte al fischio d’inizio; su altri le pezze per la lucidatura, i liquidi lubrificanti, le custodie fantasiose con gli adesivi, i gagliardetti, le immagini più disparate. Cronometri negli angoli e portieri sulle stecche, pronti a respingere un attacco, parare un tiro, compiere un miracolo. Tutto immobile come una fotografia che poteva virare seppia da un momento all’altro. Improvvisamente un movimento nella stasi. Sul campo centrale Diego Armando Maradona si girò verso Nery Pumpido, il portiere, e lo mandò a controllare cosa stesse succedendo; l’estremo difensore si sganciò dall’asta, si sgranchì le articolazioni intorpidite dalla stasi e si avviò a piccoli passi verso il bordo del campo. Si arrampicò sulla balaustra in legno, guardò a destra e a sinistra. “Mi Capitan, qua non c’è più nessuno, tutti andati via. No entiendo que pasa”. Diego era seduto con le braccia ad avvolgere le gambe muscolose ripiegate. Restò sorpreso per un attimo, poi balzò in piedi con un colpo di reni. “A la mierda pasa? Che cazzo succede?”. Si grattò i folti ricci tagliati corti. Era in una forma strepitosa e, nonostante quella compagnia scalcagnata, avrebbe vinto il Mondiale messicano del 1986. Guardò Jorge Valdano e gli chiese se avesse idea della situazione. “Diego, sono andati via tutti di corsa, ma non ne capisco il motivo”. A quel punto Maradona si rivolse verso il capitano della squadra avversaria, Caracciolo della Feralpi Salò (03). “Me rompí las bolas col Vet (04) che s’è messo in mente che siamo il Pescara! Andrea, la giochiamo da soli questa partita? Pero somos Argentina, no Pescara.” (05).

SECONDA PARTE
Andrea Caracciolo da Cesano Boscone, con diploma di perito elettrotecnico e genitori meridionali, guardò oltre la linea della mezzeria e adottò l’attegiamento dello studente chiamato alla lavagna o, se preferite, di Robert De Niro in Taxi Driver: “Dici a me?”, puntandosi il dito medio contro il petto. Diego, con le mani sui fianchi, lo guardò come si fa con un bambino un po’ tonto e assentì, silenziosamente. L’Airone (06) si voltò verso i suoi compagni in maglia verdeblù e disse: “Ragazzi, giochiamo un’amichevole contro l’Argentina dell’86”, come se fosse la dichiarazione più ovvia del mondo e l’equazione spazio/tempo qualcosa che non appartenesse a quella dimensione. Ed infatti non le apparteneva. Mentre Burruchaga terminava il suo riscaldamento ai flessori, senti chiamare ad alta voce dalla stanza accanto.
Gigi Riva era appoggiato alla base del palo, quello sinistro. Su quello destro, nella medesima posa di attesa, Enrico Albertosi. Rombo di Tuono (07) aveva in bocca uno stelo d’erba, la luce al neon della stanza centrale, con la sua forza, sembrava un sole a mezzodì, senza averne il calore. Il bomber aveva gli occhi chiusi e immaginava, ricordava, rifletteva. Immaginava di essere al sole dell’Amsicora (08) il 12 aprile del 1970, il giorno del primo, ed unico, scudetto del Cagliari. Il giorno più bello della sua vita? Chissà. La dicotomia tra il carattere schivo del leggiunese ed il calore naturale dell’isola era un mistero irrisolto. Aveva sentito le notizie della TV, il campo era piazzato lì vicino. Era preoccupato, ma non per lui, non per i suoi compagni di squadra. “In fin dei conti siamo miniature animate dall’estro e dalla fantasia dei nostri proprietari. Possiamo ammalarci solo nei loro sogni. Corriamo il rischio di romperci, ma il Vinavil mette tutto a posto”. E già che lui si era rotto, sul serio. A quel pensiero il polpaccio e la caviglia destra iniziarono a prudergli, come il moncherino di un amputato. Ma, per fortuna, la gamba destra era attaccata al suo posto. Ricordava, però. Il 31 ottobre del 1970, il Prater di Vienna, l’azzurro savoia della Nazionale nell’impegno europeo, mentre il Cagliari era già lanciato verso quello che sarebbe stato il secondo scudetto. Gigi quella partita con la maglia della Nazionale non avrebbe dovuto nemmeno giocarla, così come il mediano difensivo Norbert Hof della nazionale austriaca. Ma il destino incrocia e fa scherzi, a volte molto amari. Incrocia un tecnico tedesco che veicola un virus in Italia di ritorno dalla Cina. Pensate che beffa. Incrocia due giocatori con tasso di “sapere” calcistico agli antipodi, ed il più scarso frattura il perone del più forte. Il giorno più brutto della sua vita? Chissà. Riva scacciò quel pensiero con la mano, come ad allontanare un insetto in quell’ambiente asettico che non ne conteneva. Rifletteva. Rifletteva di come la sua squadra, dopo cinquant’anni e seppure su un verde ristretto, avesse finalmente trovato una guida all’altezza, un tecnico che, in “punta di dito” (09), sapeva spingere quelle miniature oltre le paure e che alimentava un sogno contenuto nei numeri, nella cabala. Era ora di chiudere un cerchio, riportare il tricolore a Cagliari, e quel mister (Il Freddo (10) lo chiamavano), che li faceva allenare come ossessi tutti i giorni, ne aveva la forza. Era capace, nonostante i cinque scudetti consecutivi in altre formazioni, di avere ancora “fame”, di sognare le casacche bianche sotto la curva non più dell’Amsicora ma della “Sardegna arena” ad abbracciare il popolo di quella che era una nazione nella nazione. Quando potremo tornare ad abbracciarci, senza paura. A risvegliarlo fu la voce di Angelo Domenghini che urlava verso la porta dell’altra stanza chiedendo cosa succedesse. “Ehi, dell’altra stanza, che c’è?”. Fu Burruchaga, come detto, a rispondere: “Qui sono scomparsi tutti, ci hanno lasciato in campo”. Domenghini di rimando: “E che cosa pensate di fare?”. Il “Burru”(11), ironicamente: “Cosa vuoi che facciamo? Giochiamo!”
Riva, che aveva sentito il colloquio, si sollevò appoggiandosi al palo, trotterellò verso il centrocampo. Di fronte vide Giampiero Boniperti, impeccabile nei suoi boccoli biondi e con l’immancabile fazzoletto a detergersi il sudore del riscaldamento. Alle spalle del futuro presidente della Juventus, la maglia bianconera extralarge del gallese Charles e i calzettoni arrotolati di Omar Sivori (12). “Avete sentito anche voi?”, chiese Riva. “Sì”, rispose preoccupato Boniperti. “Cosa ne dite di un’amichevole?”, fece il cagliaritano. Boniperti si voltò e fissò negli occhi i due compagni di squadra, senza proferire parola. El Cabezòn sollevò con una magia la palla di cuoio che aveva tra i piedi e la scaraventò nella porzione di campo occupata dal Cagliari. “Ganamos cabras”.

TERZA PARTE
Gianluca Signorini (13) e Valentino Mazzola (14) erano fermi a centrocampo e con gli occhi scrutavano quello che accadeva nell’altro campo. Dalla porta della sala bunker riuscivano a vedere, a malapena, cosa accadeva nella stanza accanto; distinguevano il testone di Sivori e le spalle da gigante, che superavano la balaustra in legno, di Charles. Videro volare in alto il pallone calciato dall’argentino.
“Pare che giochino”, disse Signorini.
“Così pare”, rispose laconico il granata.
“Credi che gli umani abbiano paura?”, replico il genoano.
“Beh, hanno bloccato i campionati, quelli veri. Pare che questo virus sia micidiale. Uccide gente come le mosche”
“Noi siamo già morti, non abbiamo nulla da temere”
Mazzola rise a quell’affermazione: “La paura è una cattiva consigliera, non ti fa riflettere. Non ho combattuto la Seconda Guerra mondiale, facevo l’operaio alla FIAT, ma i visi del terrore sotto i bombardamenti di Torino li ricordo tutti. Erano come quelle di cerbiatti di fronte alle canne del fucile dei cacciatori. Ma dopo ogni guerra, e questa lo è, c’è la ricostruzione. E gli umani hanno la possibilità di essere migliori di quanto erano ultimamente diventati”
“Quando siete precipitati a Superga (15) la paura l’hai vissuta?”
Mazzola ci pensò un attimo prima di rispondere: “Sai, non ho fatto in tempo. Pioveva a dirotto, non abbiamo neanche avuto la percezione di quello che stava succedendo. Forse ho pensato a mia moglie, alla ex, e a Sandrino. Ma è solo un trucco della mente, non lo so. E tu, hai mai avuto paura?”
“Sì, di apparire ridicolo, di essere un fenomeno da baraccone”
“E quando?!”
“Il 24 maggio del 2001 quando mi hanno portato in campo, a Marassi, con la carrozzina. Era un amichevole per raccogliere fondi a favore della ricerca sulla SLA. Al posto mio ha parlato mia figlia, io non potevo. Non avrei mai potuto, anche avendone le possibilità. Su quel campo io ho corso, ho difeso, ho sudato, ho esultato per mille vittorie, ho pianto per una retrocessione. Ma l’ho fatto sempre in piedi, non spinto a braccia da altri. Sono morto l’anno dopo, di novembre”
Mazzola abbassò gli occhi: “Capisco. Ma gli eroi non muoiono, son tutti giovani e belli”
A quel punto fu Signorini a sorridere: “Che fai, mi citi Guccini adesso?”
“No”, disse Mazzola restando serio. “Tu, io, i miei compagni di squadra, non siamo morti. Resuscitiamo, in una sorta di miracolo laico, ogni qualvolta c’è chi pensa a noi, quando ci evocano, ci mettono in campo su queste buffe basi, ci fanno volteggiare, dribblare, segnare. E c’è sempre uno striscione, anche se ai miei tempi non si usavano, un coro, un abbraccio per festeggiare. Viviamo grazie al loro amore, alla loro fantasia. E noi facciamo vivere loro in una dimensione di sogno, anche fosse solo per due ore a settimana. E la fantasia dei poeti che diventa realtà. Non credi?”
“Mah”, disse scettico il genoano. “Non saprei che dirti”
“Qual è il tuo ricordo più bello?”
Signorini rifletté, poi il ricordo gli illuminò il viso: “Era il 18 marzo del 1992, siamo stati la prima squadra italiana a vincere a Liverpool. Facemmo un’impresa che a Genova ancora rammentano, e non solo a Genova. Nella curva opposta alla KOP (16) c’era uno spicchio dei nostri tifosi. Non smisero mai di cantare ed incitarci. Ho ancora nelle orecchie il loro canto”
Improvvisamente nell’aria, prima a basso volume e poi sempre più forte, come un tuono, le note e le parole di “Yuo’ll Never Walk Alone” (17), l’inno dei Reds (18).
“Girati e guarda”, disse Mazzola
Signorini ruotò sul busto e restò paralizzato. E stavolta la SLA non c’entrava nulla. A sinistra un muro di sciarpe rosse, compatto come un’onda di burrasca, alto come le scale per il Paradiso. Il coro era assordante, ipnotico, incuteva, allo stesso tempo, timore, soggezione, ammirazione. Più piccola, in basso a destra, una caravella rossoblù, uno striscione che portava scritto “Fossa dei Grifoni – We are Genoa”. Da lì veniva un sussurro, rispetto al boato della KOP, un canto lieve come quello delle sirene. A Signorini venne la pelle d’oca ma non ebbe neanche il tempo di piangere; sentì, dalla parte opposta e alle spalle di Valentino Mazzola prima una voce che elencava, attraverso un altoparlante gracchiante: “Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola e, subito dopo il suono di una tromba.
Vide una tribuna differente da quella precedente, una gradinata in legno e cemento. I visi magri, smunti, i capelli con la riga di lato, uomini in giacca e cravatta, eleganti. Tifosi accalcati gli uni sugli altri ma educati, composti. Solo dopo qualche secondo notò l’assurdità: l’immagine era in bianco e nero!
“Ma cos’è?”, riuscì infine a chiedere in un sussurro.
“È la gradinata dello stadio Filadelfia (19) nel 1946; quelli che vedi sono i visi di un popolo che è appena uscito da una guerra e li vedi in bianco e nero perché noi così li immaginiamo. Bello, vero?”
“Fantastico! Quella diffusa era la vostra formazione, vero? Ma la tromba?!”
“Sì, quella era la formazione e la tromba la suonava un certo Oreste Bolmida, di professione ferroviere, quando scoccava il Quarto d’ora granata.”
“E cos’era?!”
“Eravamo i più forti, e lo sapevamo. Giocavamo al piccolo trotto o, a volte, andavamo sotto nel risultato; lo facevamo apposta, per far divertire il pubblico. Poi, ad un certo punto, iniziavamo a fare sul serio ed era la tromba a richiamarci all’ordine. Ed io davo il segnale in campo”
“E qual era il segnale?”
Mazzola lo guardò negli occhi, sorrise, si rimboccò le maniche di lana della vecchia divisa granata. Era quello il segnale, rimboccarsi le maniche. Si girò verso i compagni di squadra:
“Ragazzi, si gioca!”.

EPILOGO
Se Gino Paoli avesse assistito a quelle scene avrebbe trovato una nuova collocazione di senso per “Il cielo in una stanza” anche se, in verità, le stanze erano tre. Il cielo era davvero un soffitto, almeno quella porzione che non era coperta di fumogeni e urla; si obietterà che si muore soffocati se si accendono fumogeni in una stanza (anche se sono tre) ma dovete seguire il consiglio di Valentino Mazzola, aprite il cuore ed affidatevi al sogno!
Nella prima stanza la Feralpi Salò era sotto di sei reti nei confronti dell’Argentina 1986, anche se i tifosi della “Vecchia Guardia” dei Leoni del Garda (20) davano l’idea, col loro entusiasmo, che i propri beniamini fossero, addirittura, in vantaggio. Occhi estasiati di giovani che, a cavallo tra il giugno ed il luglio del 1986, ancora non erano nati; il campo non era più quello in legno del classico Subbuteo ma il catino dell’Azteca di Città del Messico. E negli altri spazi il sogno navigava su un tappeto magico che alternava l’Amsicora di Cagliari al Comunale di Torino, il Filadelfia della città sabauda al Marassi di Genova. Filo comune la gioia e l’armonia, il miracolo di tifoserie divise dalla passione e dal tempo che fraternizzavano e godevano del calcio, “Ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” (21) e generavano l’essenza ancestrale del Subbuteo: il gioco come socialità.
Nessuna noia e le azioni spettacolari di Mazzola, Sivori, Riva e Maradona si alternavano alle prodezze difensive di Martiradonna, Brown e Signorini. Albertosi e Bacigalupo volavano da un palo all’altro e l’unico assente in ognuno dei tre campi era l’arbitro. Perfettamente inutile.
Quando Caracciolo vide Liverani rilanciare la palla dalla propria area di rigore decise che, in quel sogno, lui il segno voleva lasciarlo. Scarsella portò avanti il cuoio con il centrocampo albiceleste (22), sazio di contrasti e gol, che non si oppose più di tanto. L’Airone, al limite dell’area di rigore e di spalle alla porta, la chiamò a sé e fece cenno al compagno di reparto Bertoli di salire. Nonostante i 194 centimetri di stazza stoppò elegantemente il passaggio del compagno, allargò d’esterno, girandosi al contempo, ed entrando in area. Il difensore Ruggeri, che lo marcava stretto, non capì al volo la mossa e se lo lasciò sfuggire. Brown, in scivolata, provò a fermare Bartoli, ma arrivò sulla palla con una frazione di secondo in ritardo. Il centrocampista bresciano fece in tempo, di piatto, a tagliare l’area e a chiudere il triangolo col compagno di squadra. Andrea Caracciolo da Cesano Boscone, con diploma di perito elettrotecnico e genitori meridionali, vide sfilare davanti agli occhi ventidue anni di carriera ed oltre 200 reti. E quegli occhi li chiuse. Impattò la palla alla perfezione con l’interno destro, la sfera arcuò la parabola superando le mani di Pumpido proteso in tuffo e s’insaccò dove i ragni fanno la tela. Sotto l’incrocio dei pali.
Per un attimo ebbe la meglio l’incredulità, poi l’urlo della tifoseria bresciana ruppe il silenzio. L’Airone, nella consueta esultanza, spiccò il volo verso la sua curva, dalla parte opposta del campo, scartò i compagni che volevano abbracciarlo (in epoca di coronavirus non si può!), dribblò la porta, scavalcò i cartelloni pubblicitari a bordo campo e...puff! Sì, puff, perché il centravanti esagerò e si ritrovò a scavalcare non cartelloni pubblicitari ma il bordo in legno del campo da Subbuteo e finì sul pavimento in mattonelle (dure) del Circolo! Compagni di squadra e nazionali argentini si sporsero tutti dal bordo a guardare giù, ad una distanza che, ai loro occhi di miniature, apparve subito siderale e impossibile da colmare. Diego fu il primo a chiedere cosa si fosse fatto; Caracciolo si portò le mani alla schiena e provò a rialzarsi con una smorfia, ma non ci riusciva.
Il rumore delle chiavi nella serratura bloccò il respiro a tutti, su ognuno dei tre campi. Cessarono le tifoserie, il fumo svanì come disperso da un vento inesistente, i giocatori si fermarono tornando al loro immobilismo consueto. “Ultimo assalto” (23) entrò col cellulare all’orecchio:
“Sì Robbe’, hai lasciato tutte le luci accese. Che faccio, spengo? Bene, tranquillo, ci penso io poi chiudo. Un abbraccio, ci vediamo presto”
Circumnavigò il vecchio bancone in muratura che caratterizzava l’ingresso del Circolo, retaggio storico dell’ex ufficio di collocamento ospitato in quei locali negli anni ‘70. Passò oltre il campo dove si stava giocando, fino a qualche istante prima, Feralpi – Argentina e non notò le miniature ammassate a bordo campo che si portavano le mani nei capelli. Non notò, soprattutto, Caracciolo a terra, che non fece in tempo a sottrarsi, e l’ultima immagine che vide, prima di rompersi (non sappiamo se irrimediabilmente o meno), fu la para numero 44 dell’anfibio dell’uomo.
“Mannaggia”, imprecò raccogliendo la miniatura “ferita” e poggiandola sul campo. “Vabbè, si aggiusterà” pensò tornando indietro. Andò al quadro delle luci, le spense, si chiuse la porta alle spalle dopo un’ultima occhiata e la serrò con quattro mandate.
Scese il buio su quella porzione di sogno, come nel mondo circostante. Nell’attesa di un tempo vicino e possibile dove tornare, insieme, a riaccendere le luci di una passione.

NOTE
01.Il Dottore, Antonio Chieppa, membro del Subbuteo club
02.Il Presidente, Salvatore Guida, membro del Subbuteo club
03.Nel campionato si possono utilizzare squadre anche appartenenti a campionati minori (la Feralpi fa la C)
04.Il Vet, Germano Di Corinto, membro del Subbuteo club
05.Di Corinto utilizza l’Argentina del 1986 facendola passare come Pescara, avendo la casacca uguale nei colori, nella disputa del campionato
06.Soprannome di Caracciolo dovuto alla sua particolare esultanza in occasione delle reti segnate
07.Soprannome di Gigi Riva affibbiatogli da Gianni Brera
08.Vecchio stadio del Cagliari, prima del Sant’Elia e dell’attuale “Sardegna Arena”
09.Subbuteo, ovvero il calcio in punta di dito
10.Il Freddo, Massimo Di Giandomenico, membro del Subbuteo club
11.Soprannome del centrocampista argentino Burruchaga
12.Il “Trio magico” della Juventus 1957/1961
13.Gianluca Signorini, giocatore del Genoa morto di SLA nel 2002
14.Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino dal 1942 al 1949
15.La tragedia di Superga fu un incidente aereo avvenuto il 4 maggio 1949. Alle ore 17:03, il Fiat G.212 della compagnia aerea ALI, con a bordo l'intera squadra del Grande Torino, si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, che sorge sulla collina torinese; le vittime furono 31.
16.Dal 1906 una delle curve dello stadio Anfield Road è chiamata Spion Kop, dal nome di una collina nella regione sudafricana del Natal, luogo dell'omonima battaglia della seconda guerra Anglo-Boera. Tale battaglia vide una grave sconfitta con perdite da parte delle forze britanniche: molti dei caduti erano soldati provenienti da Liverpool e inquadrati nel reggimento di fanteria del Lancashire.
17.You'll Never Walk Alone (titolo spesso abbreviato in YNWA) è una canzone di scena, scritta dalla coppia statunitense Rodgers/Hammerstein per il musical del 1945 Carousel. Massiccia la diffusione anche in ambito popolare, fino a divenire di fatto l'inno ufficiale della squadra di calcio inglese del Liverpool.
18.Soprannome del Liverpool dovuto alle divise rosse.
19.Chiamato anche il Fila dai tifosi del Torino, o Fossa dei Leoni, fu terreno interno del club dal 1926 al 1943, dal 1945 al 1958 e dal 1959 al 1963, legando la sua fama principalmente all'epopea del Grande Torino nel corso degli anni Quaranta.
20.Soprannome dei giocatori della Feralpi Salò
21.Pier Paolo Pasolini
22.Soprannome della nazionale argentina
23.Paolo Di Cristofaro, socio fondatore del Circolo e cognato del proprietario

Roberto Di Giovannantonio
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