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Campioni
IWAN BISSON VISTO DA COACH PIERO MILLINA
Roseto, 2016. Iwan Bisson e Piero Millina.

Anni ’70. Iwan Bisson in azione con la maglia di Varese, marcato da Chuck Jura nel Campionato Italiano.

Anni ’70. Iwan Bisson in azione con la maglia di Varese, durante una partita di Coppa Campioni contro il Real Madrid.

L’attuale allenatore del Campli ci regala una pagina di storia del basket, omaggiando un Italia Basket Hall of Fame.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 10 Dicembre 2016 - Ore 16:00

Quando ho iniziato ad interessarmi di basket, ero un bambino più o meno di otto anni che del quotidiano di suo padre leggeva solo la pagina sportiva dove cercava notizie e cronache del suo amato Bologna e, ogni tanto, poteva leggere della Virtus e della Fortitudo, quindi, di conseguenza, iniziava a conoscere le grandi squadre che lottavano con le V nere per la conquista dello scudetto: Milano, con l’Olimpia di Rubini, l’All’Onestà di Percudani e del Barone Sales, Cantù degli Allievi, di Morbelli e Taurisano, la Reyer del Paròn Zorzi, ma soprattutto Varese del Commendator Borghi e di Aleksandar “Aza” Nikolic.
 
Per me erano solo dei nomi, perché in quegli anni già avere un televisore in casa era problematico ed in RAI la pallacanestro, nonostante gli sforzi di Aldo Giordani, non era propriamente proposta con grande frequenza. C’erano forse quattro cinque partite a stagione, la finale di Coppa Campioni se una delle italiane ci fosse arrivata, qualche partita della nazionale e, poche volte, i tornei estivi di Roseto o Porto San Giorgio.
 
Ma nella vecchia e grassa Bologna, a noi bambini del primo dopoguerra quelle poche partite viste, rigorosamente in bianco e nero, bastarono per appassionarci ad uno sport estremamente affascinante, ma poco praticato in quegli anni dove bastava un pallone e qualche amico per passare ore e ore nei cortili e nelle parrocchie fino a che, sfiniti, si tornava a casa stanchi ma felici.
 
Da lì a qualche anno, fui selezionato dalla Virtus Norda per entrare a far parte della squadra giovanile del 1958, il mio anno di nascita. Con la divisa e la borsa sportiva, ci fu dato anche un abbonamento omaggio per assistere alle partite della prima squadra.
 
A quel punto, per quel che mi riguardava, i giochi erano fatti: pallacanestro era e pallacanestro sarebbe stata. Quindi una settimana sì e una no, si andava in quello stupendo impianto che è il Paladozza e si iniziava la conoscenza dei grandi e irripetibili campioni che portarono ai vertici il nostro sport: Marzorati, Meneghin, Jellini, Gorghetto, Ossola, Bariviera, De Rossi, Bertini, Lombardi, Zanatta, Brumatti, Pellanera, Buzzavo, Recalcati, Flaborea, Serafini, Gurini, Carraro, Rusconi, Albonico, Gergati, Cerioni, Giomo, Cosmelli, Bovone, Merlati, Bertolotti, Vendemini, Bergonzoni, Orlandi, Della Fiori, Farina, Bufalini e poi Raga, Morse, Jura, Kenney, Schull, Fultz, Wingo, Ubiratan e tanti altri che non ricordo, ma che sicuramente in quegli anni erano fondamentali per le loro squadre.
 
Io però tifavo per un altro di questi grandi personaggi, quello che ritenevo il più sottovalutato e insieme il più importante giocatore della squadra che in quegli anni mi rubò il cuore: l’Ignis Varese.
 
Di quella squadra tutti parlavano di Dino Meneghin come il più grande rimbalzista italiano di tutti i tempi, del gancio di Ottorino Flaborea, dell’intelligenza tattica di Aldo Ossola, del tiro mortifero e della cattiveria di Marino Zanatta, della fantasia di Dodo Rusconi, del grande atletismo di Manuel Raga, ma mai si dava il giusto credito a Iwan Bisson: il mio mito, il giocatore che ritenevo imprescindibile per i successi di Varese.
 
Ricordo che, probabilmente, la prima discussione sul basket che ebbi con gli amici fu proprio sull’importanza dell’ala grande maceratese.
 
«Ma come fai a sostenere che Bisson è il giocatore più forte dell’Ignis?».
 
«No, io non dico che è il più forte. Dico che, dando per scontato il rendimento di Meneghin e Raga, Varese non può prescindere dal rendimento di Bisson, perché è il giocatore che dà equilibrio alla squadra e non ha sostituti. È come Cantù: Marzorati e Recalcati li devi dare per scontati, ma se gioca male Ciccio Della Fiori iniziano i problemi grossi».
 
Parecchi anni dopo, parlando con il più grande di tutti i tecnici italiani, Vittorio Tracuzzi, ebbi la soddisfazione di sentirmi dire che l’analisi che avevo fatto in giovane età era assolutamente esatta.
 
Bene, voi direte… e allora?!
 
E allora mercoledì scorso, grazie a quel grande personaggio che è Luca Maggitti, alla veneranda età di 58 anni, ho incontrato alla pizzeria Hercules di Roseto degli Abruzzi il mio mito!
 
Ho incontrato Iwan Bisson e mi sono reso conto che, sotto sotto, ero emozionato di potermi confrontare con un uomo che ha veramente fatto la storia della nostra pallacanestro, su tanti argomenti come la gestione dei settori giovanili, la situazione disastrosa del settore arbitrale, la stagnazione tecnica degli allenatori, l’incompetenza di tanti dirigenti…
 
E vi dirò: spesso la pensa esattamente come me. Beh... o è saggio o è matto come il Millo!
 
Per finire, e capisco che sia una cosa stranissima, vi dico che Iwan, che oggi è un pensionato italiano che vive a Roseto come tanti altri, io non riesco a figurarmelo se non come quel grande giocatore che è stato, nella sua maglia con la scritta Ignis, con le Converse di tela bianche e i baffi neri.
 
Iwan Bisson, per me, non sarà mai un pensionato ma sarà sempre il mio campione, in modo tale che io possa rimanere sempre Peter Pan.
 
Grazie Iwan e Buon Natale a tutti!
 
Piero Millina
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