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Fischi Europei – Luigi Lamonica
AVREI VOLUTO CHE FOSSERO INFINITI: I VOSTRI MESSAGGI E LA FINALE.
La terna arbitrale e il commissario della Finale europea fra Spagna e Lituania. Da sinistra: Ilija Belosevic, Luigi Lamonica, Jan Holmin, Boris Ryzhyk.

Luigi Lamonica alza la palla contesa della Finale fra Spagna e Lituania.

Ilija Belosevic, Luigi Lamonica, Boris Ryzhyk durante la Finale fra Spagna e Lituania.

Luigi Lamonica, arbitro abruzzese agli Europei 2015, ci racconta la sua esperienza. Ultima puntata.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Lunedμ, 21 Settembre 2015 - Ore 18:30

Puntata 20 di domenica 20 settembre 2015.
 
Vorrei iniziare mandando un abbraccio e gridando: forza Alessandro, devi farcela!
 
Non conosco Alessandro Pagani, giocatore del Casalpusterlengo che ieri sera ha avuto un arresto cardiaco e ora è ricoverato in terapia intensiva in ospedale. Ma Alessandro è uno di noi, è come se fosse della mia, della nostra famiglia. E noi tutti, sono sicuro, facciamo il tifo per lui. Dai Alessandro, sei un giocatore di basket, quindi uno tosto: non mollare.
 
È inutile dire che questa giornata l'avete resa speciale voi, più che la partita. Voi e i vostri messaggi, con ricordi e testimonianze, avete reso una domenica di settembre un giorno indimenticabile.
 
E dire che Lille questa mattina si presentava con il vestito della festa, ossia una giornata di sole come non ne avevo mai visto in questi 10 giorni di permanenza. Ma le emozioni che mi avete regalato voi sono state ancor più splendenti.
 
La giornata è iniziata presto. Alle 8 ero già in strada per il jogging mattutino: aria tersa e pulita e strade vuote, nessuno in giro tranne gli amanti dell'attività fisica, che come me preferiscono il mattino presto per la loro corsetta. Ma alle 8.30 ero già a fare stretching e subito dopo ghiaccio sulle ginocchia: meglio non abusare troppo del periodo senza dolori. E poi oggi bisognava essere puntuali per l'ultimo meeting.
 
Alle 10, appuntamento per tutti in sala riunioni. Bisognava salutare degnamente un membro della nostra famiglia: Jan Holmin, commissario svedese alla sua ultima competizione ufficiale con la FIBA e questa sera commissario alla nostra partita di finale.
 
Ho già descritto in altri diari di queste brevi cerimonie. Iniziano sempre in maniera goliardica, per poi finire con mani che si coprono gli occhi, nasi che iniziano a sbuffare e cose di questo genere. E anche oggi non è stato diverso dal solito. Jan ha accusato il colpo, quando Alan Richardson ha raccontato alcuni episodi di partite arbitrate insieme e gli ha consegnato, in ricordo della sua lunga e brillante carriera di arbitro olimpico (Mosca 1980), un ricordo da parte di FIBA.
 
Noi arbitri invece abbiamo pensato di regalargli un orologio ed è toccato a me, il più anziano del gruppo (porca miseria!) qui a Lille, consegnarglielo. Conosco Jan dal 2003, era commissario nel mio primo Eurobasket in Svezia, e da quei giorni molte volte ci siamo incrociati su vari campi in giro per l'Europa. Di lui ho apprezzato sempre lo humor, il modo di comportarsi, il voler bene agli arbitri, il suo modo di difenderli, supportarli, aiutarli e di assisterli in campo e fuori. Un vero gentleman, una persona che sono felice di aver conosciuto grazie alla pallacanestro. E non è stato affatto facile trovare le parole in quel momento, anche perchè niente era stato preparato.
 
Dopo il meeting ho fatto due passi a piedi e raggiunto un giornalista di Pescara, che però vive a Trieste ed è qui come inviato del suo giornale per questi Europei: Matteo Contessa. Ci incontriamo, manco a dirlo, alla Grand Place, strapiena, dirigendoci poi verso le viuzze interne.
 
È una giornata spettacolare per queste parti, o perlomeno per quello che ho visto in questi giorni, ma credo che sia cosi per tutti qui, visto che i caffé, i bar, i ristoranti che hanno tavoli all'aperto sono pienissimi, e la gente sembra voglia godersi l'ultimo sole della bella stagione.
 
Io e Matteo ci diciamo che non ne abbiamo bisogno. Siamo fortunati: io a Roseto e lui a Trieste, possiamo goderci una giornata di sole anche in pieno inverno e così decidiamo di sistemarci in una sala all'interno. Parliamo di pallacanestro principalmente, dei giovani giocatori e della fatica che fanno a trovare squadre che li facciano giocare, del progetto di Trieste che lui conosce benissimo e del fatto che continui a far crescer talenti come Ruzzier e Tonut, destinati a calcare parquet importanti quest'anno. Poi parliamo di Pescara e della crisi dello sport pescarese. Matteo è andato via per motivi di lavoro, dopo aver seguito le imprese della Facar Pescara ma soprattutto della Sysley di pallanuoto, squadra che ha vinto tutto quello che si poteva vincere in Italia e in Europa. Oggi, invece, oltre al calcio in Serie B, a Pescara c’è davvero poca roba.
 
Ci salutiamo intorno alle 13. Ho appuntamento con Ilijae Boris per il pranzo. Matteo, subito dopo la partita, si trasferisce in autobus a Charleroi per prendere il volo domattina presto che lo porterà a Bergamo e da lì in macchina fino a Trieste. Un'altra conoscenza in questo lungo viaggio, un altro amico su cui contare se un giorno dovessi avere bisogno a Trieste.
 
A pranzo decidiamo di posporre il consueto colloquio pre-gara. In spogliatoio avremo molto tempo tra il nostro arrivo e la partita, e così Ilijasuggerisce di lasciar perdere durante il pranzo. Io, che sono molto democratico in queste cose, accetto di buon grado e mi ritiro in stanza con la speranza di poter riposare un po’, ma commetto l'errore di iniziare a leggere i vostri messaggi.
 
Sono decine e decine e le emozioni si susseguono.
 
La tecnologia progredisce sempre di più e così, mentre una volta arrivavano solo messaggi di testo, adesso anche video. Come quello di Paolo, che ha ripreso come Ninì Ardito ha comunicato ai giovani arbitri campani la mia designazione per l'ultima partita di questo Eurobasket. E da qui si sono rotte le acque! Tutta quella piovuta in questi giorni a Lille è confluita in camera mia.
 
E dopo il video di Paolo, ho letto la e-mail  di Stefania: un brivido lungo la schiena. Poi quella di Denis e avevo gli occhi che si inumidivano. Poi il messaggio di Tiziano e quelli di Carmelo, Marco, Cesare, Miguel, Biggio... e ormai i miei occhi non ce la facevano più a trattenere la pioggia. E ancora quelli del gruppo di Zagabria, Saverio, Abibi dal Kuwait, Juan Carlos dalle Canarie, Davide da Santo Domingo, Bernard da Malta, il professor Mazzaufo, coach Ettore...
 
Finiti i messaggi provo a dormire, ma come al solito non riesco farlo: l’emozione è troppa e non riesco a contenerla.
 
Così mi alzo e inizio la solita preparazione: barba, controllo della borsa una prima volta, poi dopo un po’ secondo controllo. Nel frattempo, i messaggi continuano ad arrivare.
 
Sono in netto anticipo, ma capisco che devo andare avanti. Non posso e non devo leggerli tutti: rischierei di arrivare allo stadio con gli occhi fuori dalle orbite.
 
Quindi mi siedo sul letto, con la borsa pronta e chiusa, e aspetto.
 
Aspetto il momento per scendere nella hall dell’albergo e nel frattempo penso. Penso a come sono fortunato ad aver vissuto tante volte momenti come questo, dove l'emozione domina e la freddezza che si deve tenere in campo lascia il posto alla fragilità della persona.
 
Penso a Stoccolma, al mio primo Europeo e a quella passeggiata dopo la Finale arbitrata, da solo verso la parte vecchia della città, verso il palazzo reale. Fu lì che giurai a me stesso che ce l'avrei messa tutta, per poter riassaporare almeno una volta ancora le stesse vibrazioni, le stesse emozioni che avevo provato in quella giornata, in quella che per me era la prima finale importante. Perchè tutti i sacrifici, fatti per arrivare a quella partita, erano stati ripagati ampiamente dalle sensazioni indescrivibili di quel giorno.
 
Poi, sul bus che ci portava allo stadio, ho ripensato a tutti i viaggi simili prima delle partite finali: a Kaunas scortati dalla polizia, a Istanbul imbottigliati nel traffico e salvati anche qui dai motociclisti, a Lubiana. Sempre con un denominatore comune: il silenzio alla ricerca della concentrazione.
 
Fuori dallo stadio, già tanti tifosi in attesa dell'apertura dei cancelli e la nostra tensione che continua a salire. Nella “pancia” dello stadio tantissima polizia: ci dicono che il Re di Spagna e il Primo Ministro della Lituania stanno per arrivare.
 
Veniamo depositati nel nostro spogliatoio e torno ad aspettare, come in camera. E penso.
 
Penso a quello che mi aspetterà da lì a un’ora, a quando busseranno per avvertirci che mancano 25 minuti all'inizio della Finale, a quel lungo tragitto che ci separa dal campo di gioco passando per i corridoi dello stadio, l'ufficio a vista del Comitato Organizzatore, le scale che ci conducono al piano di gioco e tutte le stanze dove si preparano i vari gruppi che intrattengono il pubblico durante i timeout e gli intervalli di gioco.
 
Decido allora di rompere gli indugi e chiedo ad Ilija di iniziare il nostro colloquio pre-gara. Iniziamo ma, credetemi, abbiamo pochissimo da dirci: basta guardarci negli occhi per capirlo. Sappiamo già molto delle squadre, dei giocatori, degli allenatori, delle loro tattiche. Insomma: ognuno per se stesso ha già studiato la propria parte. Tra di noi cosa aggiungere: ci conosciamo, ci fidiamo, siamo pronti ad aiutarci a vicenda, sappiamo di poter contare l'uno sull'altro e siamo tranquilli come non mai. È stato forse uno dei più brevi colloqui pre-gara che mi sia capitato di fare: poche parole, chiare, concetti semplici e poi ognuno a prepararsi come meglio crede. Eravamo tranquilli e sereni e sapevamo che ci saremmo divertiti, che avremmo assaporato ogni singolo secondo da lì in poi.
 
Ecco il bussare alla porta. L'ultima sistemata alla divisa, l'ultimo abbraccio tra di noi e via camminando decisi verso l’arena, respirando a pieni polmoni quell’aria che tra un po’, quando entreremo nel campo, diventerà pesante e ci rimarrà a metà strada tra la gola e i polmoni e non riusciremo proprio a mandarla giù. Le gambe diventano molli, la bocca si secca.
 
Entriamo e mi sento chiamare. È Giulio Ciamillo, premiato fotografo, che braccia al cielo mi saluta dalla tribuna stampa ed è felice. Come lo sono io a vederlo lì, come se mi aspettasse.
 
Lo stadio è immenso, ma non vedo le persone per il gioco delle luci che le nascondono agli occhi. Ma si sentono, eccome se si sentono. E mentre i giocatori iniziano il loro riscaldamento, noi ci avviciniamo al tavolo degli ufficiali di campo, li salutiamo, controlliamo con l'operatore l'istant replay e siamo pronti ad iniziare.
 
I 20 minuti più lunghi del torneo.
 
Guardo i volti dei giocatori: sono concentrati, tesi, sudati. Poi vedo i volti di Ilija e Boris: sono sereni, calmi, hanno la tranquillità dei forti e in quel momento capisco che non devo temere nulla: tutto andrà benissimo.
 
Corro su e giù per il campo e mi piace la sensazione di tranquillità, di reattività, di controllo. Più passa il tempo e più mi sento a mio agio. La routine è sempre la stessa: un po’ di corsa, un po’ di scatti, un po’ di attivazione per le caviglie, un po’ di stretching e... siamo già arrivati a dover mandare le squadre in panchina per le presentazione e gli inni, perché mancano 9 minuti.
 
La tribuna VIP dietro il tavolo è completamente gremita e, sulle note degli inni, vi immagino davanti alla televisione che cercate una nostra inquadratura, per vedere se siamo pronti, se la tensione ci giocherà brutti scherzi.
 
Vi vedo tutti, pendere dalla descrizione dell'atmosfera di Flavio Tranquillo e Davide Pessina, mentre noi siamo al tavolo pronti per l'inizio a 90 secondi. Poi, in un battito di ciglia, è ora di iniziare: prendo in consegna il pallone di gara e aspetto che i giocatori si posizionino ai loro posti.
 
Una volta pronti, li avverto che sta per iniziare. Saluto dentro di me i miei tifosi speciali e vado: lancio la palla a due e si inizia!
 
È stata una partita semplice, sapevamo cosa fare e come farlo, ci guardavamo, ci capivamo a volo con i colleghi, ci parlavamo durante i timeout, scherzavamo tra di noi, eravamo a nostro agio. Credo che i giocatori l’abbiano percepito, perché hanno giocato in modo duro fisicamente, ma senza essere mai sporchi.
 
Io mi sono divertito tanto: un canestro di Gasol, un tiro da tre di Kalnietis, una penetrazione di Maciulis, un blocco di Jankunas, Rudy e i suoi tiri impossibili.
 
Più passava il tempo e più mi sembrava di stare arbitrando una partita tra amici, con noi che ci limitavamo a controllare, fischiando poco e solo quando necessario.
 
Il tempo è volato e quando alla fine il cronometro segnava 3 minuti e poco più alla sirena finale mi sono detto: “No! È già finita...”.
 
Sì, era già finita e io avrei voluto invece che non finisse mai, che il tempo si fermasse per poter vederli giocare ancora un po’. Un'oretta, forse due, forse un altro giorno intero. Per poterli continuare ad arbitrare, perchè è quella la cosa che mi piace fare.
 
Roberto, tu, nel tuo messaggio della notte prima della Finale, mi hai scritto che sono nato per arbitrare con il sorriso una partita di pallacanestro non sapendo che, scrivendolo, mi avresti fatto piangere per una partita di pallacanestro. E mi hai ricordato che è passata una vita intera su quei campi di pallacanestro. E mi hai chiesto di “volare” su quel campo. E anche se le mie ginocchia non me lo permettono più, la sensazione è stata proprio quella: una leggerezza dentro, dettata dalla consapevolezza di aver fatto tutto per bene per una vita intera e di non poter sbagliare proprio adesso.
 
Biggio, tu hai centrato il punto: la testa alta e lo sguardo fiero. E le tue parole sono arrivate dritte dritte al bersaglio. Le condivido pienamente.
 
Stefania io non so che “tipo di basket lascerò” tra un anno, ma mi piacerebbe che fosse quello che tu mi hai scritto. Una cosa invece so per certo: che determinate persone le ho incontrate  solo grazie al  basket. Certo anche diametralmente opposte, ma quelle ho imparato a lasciarle nuotare nel fiume del cinese. Alle altre invece, e tra queste ci sei anche tu, ho imparato a stendere la mano e ad aggrapparmici, perchè hanno dei valori umani che ti cambiano dentro, che trasformano una giornata di pioggia a Lille in una splendida giornata di sole con il cielo azzurro.
 
Matteo, che dirti! Mille chilometri non basterebbero per ringraziarti di questi 4 giorni di ricordi, di pensieri, di paure, ma anche di tanta gioia. Grazie di essermi stato vicino quando ne avevo davvero bisogno, grazie di non avermi fatto pensare troppo qui a Lille.
 
Siete in tanti per cui dovrei spendere una parola per tutti, ma con i Grandi, il Gruppo CIA Anni 90, Carmelo, Enrico, Michele e altri presto avrò la possibilità di parlare di persona. Così potrò raccontarvi di questo splendido viaggio e magari festeggiare con una birretta.
 
Come mi ha scritto Denis, da domani si volta pagina. E quella nuova sarà completamente bianca. Ma non ho paura di quello che mi aspetta: ho imparato, grazie a voi, che con la forza del sorriso si può arrivare ovunque, anche a realizzare i sogni di un bambino.
 
L'ultimo pensiero, come al solito, è per Luca e per il suo “sorriso”, nascosto il più delle volte, ma che si illumina ogni qualvolta gli dai la possibilità di lavorare e di fare quello per cui è nato: il giornalista! Luca, secondo Roberto sei uguale a me, ognuno nel rispettivo campo.
 
Grazie Luca, ancora una volta hai avuto ragione tu.
 
Anzi tu e Gaby, che la sera prima della partenza per l’Eurobasket, quando eravamo tutti insieme per il brindisi al Pacaya, con la sua solita grinta mi ha detto che non potevo non scrivere il diario. È vero: non scriverlo sarebbe stata una sciocchezza.
 
Vi lascio con un sorriso, che penso mi accompagnerà per tutta la notte.
 
Ancora grazie a tutti.
 
Au revoir da Lille.
 
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EUROLEGA 2012
TURCHIA, Istanbul.
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OLIMPIADI 2012
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EUROLEGA 2013
REGNO UNITO, Londra.
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CAMPIONATO EUROPEO 2013
SLOVENIA, Lubiana.
Luigi Lamonica arbitra la Finale del Campionato Europeo fra Francia e Lituania.
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CAMPIONATO MONDIALE 2014
SPAGNA, Madrid.
Luigi Lamonica arbitra il Quarto di Finale del Campionato Mondiale fra Francia e Spagna.
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Luca Maggitti
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