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DOMENICO ALCINI: IL RICORDO DI MICHELE MARTINELLI.
Roseto degli Abruzzi, Hercules, 9 maggio 2004. Il Roseto brinda alla vittoria esterna del Derby a Teramo e al titolo di ‘Regina dell’Abruzzo’. Da sinistra: Claudio Bonaccorsi, Luke Recker, Michele Martinelli, Domenico Di Marco, Domenico Alcini.
[Luca Maggitti]


Roseto degli Abruzzi, PalaMaggetti, 2006. Domenico Alcini premia Michele Martinelli durante Fortitudo Bologna-Maccabi Tel Aviv, gara valida per l’assegnazione del Trofeo Lido delle Rose di quell’anno.
[Nicola Celli]


Roseto degli Abruzzi, PalaMaggetti, Serie A 2003/2004. Domenico Alcini e Michele Martinelli, nel tunnel che porta agli spogliatoi.
[Nicola Celli]


Il pensiero del principale compagno d’avventura sportiva.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 05 Febbraio 2015 - Ore 17:15

Uno di famiglia.
 
Per me Domenico era uno di famiglia ed io mi sentivo, immodestamente, parte della sua.
 
“Mio fratello”, dissi una volta. E quella cosa la prese subito e la fece sua, diventando, nei fatti, il fratello maggiore che non avevo mai avuto. E che non ho più.

Ma che conserverò per sempre nel cuore e negli atteggiamenti, alcuni almeno.
 
Sono un osservatore attento e da Domenico ho rubato tante cose. Guardare fisso negli occhi il tuo interlocutore per esempio, fino all'indelicatezza. Perché i rapporti più veri sono quelli che si vivono senza schermi né vie di fuga.
 
Domenico è una delle pochissime persone dalle quali ho accettato consigli ed anche rimproveri, una di quelle che parlano poco, ma le cui parole pesano come pietre e come pietre restano a segnare il territorio.

Era un commerciante, anzi faceva il commerciante, poi anche il costruttore, ma la sua natura non era quella. Non mi ha mai parlato con entusiasmo di una cucina, di un arredamento e neanche di un immobile, anche se faceva tutto con grande competenza e senso pratico.
 
Domenico invece amava la terra, era un contadino, un coltivatore, un agronomo.
Mi ha parlato con entusiasmo vero delle sue zucchine, dei suoi pomodori, del suo nuovo trattore: quelle erano le cose che gli riempivano il cuore, che lo facevano felice.
 
Credo che pochi lo conoscessero veramente come lo conoscevo io. Con me non aveva necessità di misurarsi, sapeva che poteva dirmi e fare qualunque cosa ed io l'avrei accettata se la condividevo, avrei ribattuto se non ero d'accordo, ma sempre con infinito affetto perché nessuno ha più bisogno di affetto di chi si impone di fingere di non averne.
 
Era un uomo vero, profondamente umano, consapevole del bene comune che perseguiva quasi di nascosto, quasi vergognandosene.
 
Era un contadino con tutto quello di bello e di buono che il consapevole ed affettuoso rapporto con la terra può dare.
 
Ricordo la soddisfazione, ancora recente, con la quale mi faceva dare da Ninnella alcuni pomodori della sua “produzione speciale”, quando lo andavo a trovare in ospedale a L’Aquila. E quando li mangiavo sorridevo e pensavo a lui.

Fu un pomeriggio, a L’Aquila appunto, che ci trovammo per una mezz’oretta da soli e lui mi parlò come non so se abbia fatto con gli altri. Non mi chiese nulla, parló.
 
“Micchè, l’ sacce, ‘shti voccapìrt non mi dicono nulla, ma lo so che è triste la situazione. Io combatto, se ce la faccio ce la faccio... io ce la voglio fare, ma se Cristo ha deciso diversamente...”.
 
Non risposi, capivo che era una provocazione, ma bugie non gliene ho mai dette e non gliene dissi neanche allora. Parlammo da uomini e mi dette l’atroce onore di sentirmi io, per una volta, il fratello maggiore. Non avrei mai voluto farlo, ma per rispetto suo e del nostro rapporto, lo feci.
 
Non credo potrò mai più essere lo stesso senza convincermi che lui non c'è, ma quel che abbiamo condiviso è stato così tanto e così forte che lui per me sempre ci sarà.
 
Non ricordo di averlo fatto negli ultimi dieci anni almeno ma, mentre scrivo, mi scendono le lacrime.
 
Scusa Domè, so che questo non lo condivideresti.
 
Michele Martinelli
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