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IL GIARDINO DI BRONZO: L’ORIGINALITÀ DEL MALE...


Recensione del primo romanzo di Gustavo Malajovich, tradotto in italiano da Pierpaolo Marchetti, che diventerà una serie Netflix.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedì, 11 Giugno 2019 - Ore 12:00

Quando nel 2006 lessi le 331 pagine di “Gomorra”, pensai che il primo libro di Roberto Saviano sarebbe stato perfetto per uno spin-off. Matteo Garrone ne ha fatto un film, Sky una serie televisiva arrivata (finora) alla quarta stagione.

Dopo aver letto le 504 pagine de “Il giardino di bronzo”, primo romanzo dell’argentino Gustavo Malajovich, pubblicato in Italia nel 2019 da SEM e tradotto da Pierpaolo Marchetti, non mi sono meravigliato del fatto che questo thriller diventerà una serie televisiva per Netflix.

Anche perché l’autore – argentino, architetto e scrittore di Buenos Aires – è pure autore di sceneggiature per reti televisive argentine e spagnole e quindi, magari, ci è partito con l’intenzione.

Malajovich, classe 1963, non è dunque al primo impegno con la scrittura lunga (come invece era successo a Saviano) e si legge chiaramente.

Già, perché il Nostro ha magistralmente creato il personaggio di Fabián Danubio: architetto che non ama lavorare al chiuso, con l’hobby della pallavolo e che si scoprirà direttore di cantiere nel corso del libro, per poi trasformarsi – a pagina 496 delle 504 – in qualcosa d’altro. Quel qualcosa che, presumibilmente, continuerà a vivere nei prossimi libri. O nelle prossime serie televisive.

Calma però, perché non siamo ancora entrati nel “Giardino di bronzo”: una storia che parte nel 1987 per terminare nel 2009. Quasi in mezzo, nel 1999, il terribile episodio che è il cuore del libro: la scomparsa di Moira, figlia di 4 anni del protagonista. Una scomparsa che fagociterà, come un buco nero, la vita di Danubio e delle persone a lui vicine, prima di tutte la moglie che soffre di una grave forma di depressione.

Insomma: un romanzo che abbraccia oltre venti anni e tre generazioni, coinvolgendo – oltre al protagonista e alla sua famiglia – il detective privato divertente e strambo che si offrirà di aiutare Danubio a ritrovare la figlia, la polizia (corrotta e non), la magistratura, i primi telefoni cellulari, il bronzo e la scultura, Buenos Aires e Paranà (capoluogo della provincia di Entre Ríos), la vecchia Europa e il Nuovo Mondo, il pensiero divergente e la visione periferica dei bravi palleggiatori di volley.

Un libro avvincente come un tango (il famoso pensiero triste che si balla), in cui quasi niente è come sembra e c’è una salutare sottolineatura di come nella vita contino i dettagli. Che detto nel 2019, quando ormai tutto o quasi è tagliato con l’accetta in circa 280 caratteri, fa riflettere. E molto.

Un thriller ritmato, che mi ha fatto pensare ad Hannah Arendt e al suo “La banalità del male”, nonostante il male non sia qui compiuto da un ordinario burocrate come Eichmann, ma da... beh, dovete leggere il libro per scoprirlo.

Un thriller in cui c’è l’originalità del male, anche se una cosa lega questo romanzo al libro (relativo a una storia vera) di Hannah Arendt: Eichmann fu catturato a Buenos Aires, la stessa città in cui vive Fabián Danubio.

Gustavo Malajovich
IL GIARDINO DI BRONZO
Traduzione di Pierpaolo Marchetti
SEM Società Editrice Milanese – 2019 – Pagine 505, Euro 19.

Luca Maggitti
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