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Serie A2 – Amatori Pescara
ENNIO LEONZIO: E PENSARE CHE DOVEVAMO VOLARE A CRACOVIA...
Ennio Leonzio, dopo lo spareggio vinto contro San Severo e concluso da MVP con 30 punti (1/5 da 2, 4/6 da 3, 16/16 in lunetta), 8 rimbalzi, 11 falli subiti, 2 assist, e 43 di valutazione in 30 minuti.

Deliziosa intervista al protagonista della promozione, con lacrima finale.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Lunedμ, 24 Giugno 2019 - Ore 00:30

Ennio Leonzio – esterno di 191 cm classe 1994, da Chieti – è stato protagonista in campo della promozione dell’Amatori Pescara in A2.

Questi i suoi bombastici numeri.
Stagione regolare: 28 partite giocate con medie di 15,5 punti (tirando da 3 col 41%), 4,8 rimbalzi e 2,9 assist in 31,8 minuti.
Playoff: 9 partite giocate con medie di 16,8 punti (tirando da 3 col 51%), 4,6 rimbalzi e 2,3 assist in 30,9 minuti.
Final Four di Montecatini: 2 partite giocate con medie di 24 punti (tirando da 3 col 67%), 6,5 rimbalzi e 2,5 assist in 31 minuti.
Nello spareggio della Final Four vinto contro San Severo, che valeva l’ultima promozione disponibile, MVP con 30 punti (1/5 da 2, 4/6 da 3, 16/16 in lunetta), 8 rimbalzi, 11 falli subiti, 2 assist, e 43 di valutazione in 30 minuti.

Tutto chiaro?

Sportivamente parlando, Ennio è “geneticamente predestinato” visto che la madre, Raffaella Di Cicco, ha giocato a basket in Serie A e il padre, Antonello Leonzio, ha giocato a calcetto in Serie A.

Ora che ci penso, Marko Milic (ex campione di basket con trascorsi anche in NBA, a Roseto nella Serie A 2002/2003) aveva simili quarti di nobiltà sportiva: mamma Marieta era stata olimpionica di lancio del disco e campionessa di Jugoslavia per molti anni; papà Vlado era stato olimpionico di lancio del peso.

Ennio è stato svezzato cestisticamente alla Stella Azzurra. E, a tal proposito, questo ci ha detto di lui coach Germano D’Arcangeli: «Ennio è uno dei nostri e faccio i complimenti per la promozione sia al Pescara e a coach Stefano Rajola sia, soprattutto, a lui che conosco benissimo. Ennio è diventato un giovane uomo che sa prendersi le responsabilità, fare le piccole cose con grande concentrazione e grande attitudine e che, finalmente, è riuscito a dimostrare appieno il suo talento, che in qualche occasione sembrava si fosse un po’ offuscato».

Non resta che sentire il diretto interessato, il “Pistolero della promozione”. Ecco l’intervista.

Ennio, magro e col baffetto potresti ricordare Fabio Rovazzi. È per questo che nello spareggio contro San Severo hai messo in scena prima “Faccio quello che voglio” e poi “Andiamo a comandare”?
«Per fortuna o purtroppo non sono un amante di Rovazzi, ma lo conosco. Comunque questo dimostra che non è detto che un ragazzo non dotato di grande fisico non possa dire la sua in uno spareggio di Final Four (risatona, n.d.a.). Direi che è una cosa molto simpatica da raccontare».

Tua madre, Raffaella Di Cicco, è una ex giocatrice di pallacanestro di Serie A. Quali valori – umani, morali, tecnici – ti ha trasmesso?
«Mia madre mi ha supportato e soprattutto sopportato, negli alti e bassi della mia giovane carriera. Mi ha sempre spronato a fare meglio, anche quando le cose andavano bene, e gran parte dei miei risultati li devo a lei e ai grandi valori che mi ha trasmesso, primo fra tutti lo spirito di sacrificio».

La prossima stagione, nel derby Roseto-Pescara, incrocerai Khadeem Lattin, anch’egli figlio di una mamma campionessa. Sarà il derby dei figlioli di campionesse a riaccendere una rivalità tutta abruzzese?
«Purtroppo, al momento non ti so dire o dare news sul mio futuro da guardia a Pescara  o in un’altra squadra, ma sono molto contento di esser riuscito a portare una squadra abruzzese su un palcoscenico che merita: quello della A».

Hai fatto le giovanili alla Stella Azzurra. Cosa ti ricordi e quanto ti è servito lo svezzamento capitolino?
«Beh, la parentesi della Stella Azzurra è stata qualcosa che ha segnato la mia crescita di giocatore, ma soprattutto di uomo. Lì ho iniziato a capire cosa volesse dire sudare, lavorare, lottare per un obiettivo, sbucciarsi le ginocchia per un compagno. Sono tanti piccoli valori che ti fanno maturare più velocemente del previsto, quindi è un’esperienza che consiglierei a chi volesse intraprendere la carriera di giocatore».

Quando hai deciso che volevi fare il giocatore di basket?
«Da ragazzino ero molto combattuto tra la voglia di giocare a basket della mamma e quella di giocare a calcio di mio padre, che ai tempi erano due grandissimi agonisti. A 4 anni decisi di provare questa scalata nel basket, perché pensavo che fosse uno sport molto difficile e a me le sfide piacevano un sacco».

Il tuo idolo, fra quelli bravissimi a giocare a pallacanestro?
«Uno dei giocatori che ho sempre ammirato, sia in televisione che su YouTube, è Allen Iverson, per la sua facilità nel fare giocate nello sport più bello del mondo. Tuttora provo ad imitarlo, per provare a crescere come giocatore e a impressionare e scaldare il pubblico, ricevendo quella carica in più per vincere le partite».

Ti ricordi dov’eri e cosa stavi facendo, quando hai saputo del vostro ripescaggio da parte della FIP, dopo l’esclusione di Reggio Calabria?
«Purtroppo me lo ricordo benissimo (risatona, n.d.r.). Eravamo in 4 o 5 compagni di squadra, sul divano, a cercare di prenotare biglietti aerei per un fine settimana a Cracovia e iniziare le vacanze col piede giusto».

Cosa vi ha detto coach Stefano Rajola, quando vi siete ritrovati in palestra, dopo il ripescaggio?
«Le prime parole sono state quelle di una persona incredula, anche perché una cosa del genere non era mai successa, per lo meno nel basket. Poi che dovevamo sfruttare questa occasione “caduta dal cielo”».

Quando hai seriamente pensato di poter fare come la Danimarca di calcio del 1992: ripescata e poi diventata squadra campionessa d’Europa?
«Ti dico la verità, non ho mai pensato che potessimo arrivare a fare come la Danimarca, anche perché, per la legge dei grandi numeri, non tutte le ripescate posso arrivare fino in fondo. Invece noi siamo riusciti in questo miracolo sportivo».

La leggerezza della resurrezione sportiva poteva spazzarvi via... come avete fatto invece a farla diventare un ricostituente?
«Beh, queste occasioni non capitano in tutte le stagioni sportive, quindi la dovevamo sfruttare al massimo. Siamo stati bravi a rimanere sul pezzo e a continuare a lavorare, costruendo e fortificando questo legame ed equilibrio che si era formato da agosto».

Cosa ti frullava in testa nello spareggio, durante la trance agonistica contro San Severo?
«Giuro che non ne ho idea. A fine partita e nei due giorni consecutivi non sono riuscito a realizzare quello che avevo fatto. Solo in questi giorni, capendo, dico che forse sono riuscito a entrare in uno stato di trance agonistica: avevo una fiducia incedibile nelle mie capacità, cosa che non mi era capitata quasi mai durante l’anno».

A chi dedichi la promozione, che reca indelebile il tuo timbro a fuoco?
«La routine dei ringraziamenti penso sia scontata ma mai banale, anche perché queste persone sono coloro che mi hanno sempre tirato su di morale, spronato e hanno sempre creduto in me prima che lo facessi io. Quindi la dedico ai miei familiari, agli amici, alla Amatori ma, soprattutto, a Stefano Rajola, perché senza la nostra fiducia reciproca, l’uno nell’altro, non saremmo mai arrivati così avanti».

A che livello speri – e ragionevolmente pensi – di poter arrivare, giocando a pallacanestro?
«Ovviamente, il primo passo sarà quello di provare a consolidare i miglioramenti cestistici avvenuti durante il corso dell’anno, in una A2 o in un’altra B pronta a puntare alla promozione».

Consigli per i bambini che ti hanno applaudito: le prime tre cose importanti, per riuscire nel basket?
«Spero di aver regalato grandissime emozioni ai giovani tifosi e spero che abbiano capito che nella vita è importante prefissarsi degli obiettivi e cercare sempre di raggiungerli sudando, lavorando, facendo sacrifici e, soprattutto, credendo sempre in se stessi e nei propri mezzi. Perché nella vita tutto è possibile e questo risultato, o miracolo, ne è il perfetto esempio».

L’ultima. Perché su Facebook sei “Ennio Rio Leonzio”? Perché ti chiamano Rio?
«Non sono io. “Rio” era il soprannome di Mario Delle Cave, morto investito nel 2011 a Roma. Alla Stella Azzurra eravamo compagni di squadra e in camera insieme ed era come se fossimo fratelli. “Rio” è in suo onore».

Luca Maggitti
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