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TEMPO GRANDE: BLOB, L’INFOTAINMENT E I SOCIAL MEDIA... SPIEGATI NEL 1984!
La copertina del libro.

Gian Luigi Piccioli (1932-2013).

Simone Gambacorta.

Il romanzo del compianto Gian Luigi Piccioli, ripubblicato per merito di Simone Gambacorta nel 2018 da Galaad Edizioni, è un formidabile anticipatore della realtà che viviamo. Leggere per credere.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 03 Luglio 2019 - Ore 16:00

Iniziamo dalla fine del libro, che non è la fine del romanzo, in cui viene riportato questo pensiero di Massimo Pamio: «La sua opera attende ancora un risarcimento che gli è dovuto. Piccioli è stato uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento, non si può lasciare il suo nome nel dimenticatoio».

In tal senso, un’azione concreta e degna di lode l’ha compiuta Simone Gambacorta, che nel 2018 ha curato per Galaad Edizioni la ristampa di “Tempo grande” – uscito la prima volta nel profetico 1984, pubblicato da Rusconi – e che all’inizio della sua presentazione mette in esergo Marshall McLuhan («...il turbamento psichico e sociale creato dall’immagine televisiva e non dai programmi della tv...»), per poi argomentare: «Tempo grande parla di paure, passioni, speranze, dolori, ipocrisie, tradimenti. E contempla, non a caso, il topos del triangolo amoroso: ne sono coinvolti lo scrittore Gigi Insolera, la fotografa Marianna Estensi e il conduttore televisivo Marco Apudruen, i tre personaggi principali. [...] Il villaggio globale di McLuhan, la società dello spettacolo di Debord, la tv “assassina” di Baudrillard: Tempo grande racconta la bulimia di una televisione sempre più aggressiva e “cattiva maestra” – secondo la lettura di Popper e Condry –, un gigantesco tubo digerente a ipertrofico tasso tecnologico che aggredisce e sbrana l’attualità su scala globale per trasformarla e rendere l’informazione e l’intrattenimento (la loro sintesi) merce da consumo, nell’oltranza produttiva del live e del reality (entrambi illusori)».

Il libro è eccezionalmente predittivo, anticipando fenomeni come “Blob”: trasmissione nata nel 1989, che in forma satirica propone, in fondo, ciò che nel romanzo fa la trasmissione televisiva “Sala Due” con la cronaca (Angelo Guglielmi, Enrico Ghezzi, Marco Giusti o gli altri autori avranno letto il libro e tratto ispirazione?).

In che anno, poi, è nato l’infotainment? In che anno è stata coniato il neologismo anglofono composto da information ed entertainment?

Io non so dirlo, ma Treccani nella sua enciclopedia online – Lessico del XXI Secolo (2012) – spiega: «infotainment <infëtèinmënt> s. ingl., usato in it. al masch. – Termine (derivato dalla fusione di information ed entertainment) che indica l’ibridazione tra informazione e intrattenimento. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, l’informazione inizia a far proprie tecniche derivate dall’intrattenimento, un processo visibile tanto nei giornali quanto, con maggiore evidenza, in televisione, per via di un’intensificazione delle strategie delle reti commerciali. La notizia diventa un prodotto utile nella lotta degli ascolti, e utilizza tecniche tipiche dell’intrattenimento per rendersi ancora più appetibile: si arricchisce con modalità narrative rubate alla fiction, fa uso di musiche a effetto e grafiche ad hoc, cerca forme espositive riprese dal varietà. Il giornalista non soltanto fornisce la notizia, ma deve anche saperla rappresentare, diventa quasi uno showman. Nella sua forma più palese l’informazione si ibrida con il varietà, ma in realtà la contaminazione avviene a vari livelli: in uno stesso programma possono alternarsi generi diversi (cronaca nera, spettacoli, esteri) senza soluzione di continuità; oppure l’ibridazione avviene tra forme alte e basse di giornalismo (la politica con il gossip, la cronaca nera con quella rosa, ecc.), spesso cercando il lato emotivo delle storie, portando così alla nascita di uno stile giornalistico tabloid, enfatico ed eccessivo. L’i. è ormai una modalità di tutto il giornalismo televisivo, anche se con toni e stili diversi: dai talk show ai programmi contenitore mattutini e pomeridiani fino a certi telegiornali».

Gian Luigi Piccioli, nel 1983, fa agire nel suo romanzo Marco Apudruen, pioniere dell’infotainment e inventore di “Sala Due”, in cui c’è una lotta sindacale per inserire musiche e spot e i titoli si mettono alla fine e non all’inizio, a cura dello scrittore Gigi Insolera. I due, in ordine di citazione, stanno a Bud Spencer e Terence Hill elevati a potenza, ricordando alcuni dialoghi del libro.

Apudruen può agevolmente ricordare anche il Gepy Fuxas –  interpretato da Carlo Verdone nel suo “Perdiamoci di vista” (che è del 1994) – conduttore di “Terrazza italiana”, che con il suo cinismo va a sbattere contro la carrozzina di Arianna Zorzi (interpretata da Asia Argento).

Così come Gigi Insolera può ricordare, nella sua parte più triste e nichilista, lo sceneggiatore famelico in trasferta in Argentina, nel film del 1964 “Il gaucho” di Dino Risi. Uno che quando parla a una donna la appella con il vezzeggiativo di “farabutta”... uguale uguale a come farà poi – nel 2013 – Jep Gambardella nel film  premio Oscar “La grande bellezza” (suppongo che Sorrentino abbia voluto citare Risi).

Insomma: pubblicato nel 1984, questo libro andava riproposto (ancora “bravo!”, a Simone Gambacorta) per la sua eccezionale capacità predittiva.     

Fra le cose più laterali, la descrizione delle pietanze consumate nella Roma che aspetta il trionfo degli Azzurri al Mundial del 1982 (quello è il periodo in cui è ambientato il romanzo), mi ha ricordato, per la piacevolezza, quella fatta dal cantautore Sergio Caputo nel suo romanzo d’esordio pubblicato nel 2008 e intitolato “Disperatamente (e in ritardo cane)”.

Da penultimo, l’amarissima – e pure questa visionaria – constatazione di quanto possa fare, in termini di amplificazione, la televisione (“il medium è il messaggio”, ci ricorda McLuhan) per spingere le vendite del libro di Apudruen rispetto a quello di Insolera.

Vi risparmio il grosso del romanzo: il dipanarsi del triangolo amoroso e le scorribande, compresa l’ultima terribile in Africa, perché davvero vale la pena lavarsi il viso con pagine di tale freschezza.

Chiudo invece con l’ennesimo vaticinio di Gian Luigi Piccioli, stavolta rispetto ai social media e, in particolare, a “La Bestia”, l’algoritmo ideato a fine 2014 dallo spin doctor Luca Morisi che ha fatto la fortuna politica – tutta costruita sui Facebook – di Matteo Salvini, facendolo diventare il “sono come tu mi vuoi” degli italiani.

Come abbia fatto Piccioli, nel 1983, a scrivere così bene di qualcosa accaduto dopo oltre 30 anni, io non lo so. Mi limito a riportare un estratto dalle pagine 330 e 331, in cui si parla di Marco Apudruen e della sua evoluzione di anchor man. Giudicate voi...

Allo stesso modo scoprì la lingua inespressiva, e faticosamente imparò a parlarla. Sfiorò le frontiere del silenzio. Quanto più si avvicinava al silenzio, osservò, tanto più grande era il numero di quelli che capivano, e quanto più inconsistente diventò l’immagine-lingua del suo personaggio, tanto maggiore fu lo spessore del suo ruolo, che per qualche momento lui stesso aveva messo in discussione. Gli venivano i brividi al solo ricordo di certe osservazioni taglienti, di cui si era compiaciuto tante volte con i suoi collaboratori e anche con Tiberi... Adesso riceveva lettere a sacchi, come se migliaia di persone – che da anni avevano perduto ormai l’abitudine di scriversi, tra parenti, amici ed amanti – avessero d’un tratto riscoperto la lettera, e così, a suo modo, fu parente, amico ed amante di migliaia di sconosciuti. Anche i giornali si occupavano sempre di lui. Soprattutto i settimanali. Fu notevole lo sforzo che fece per apparire sempre come gli altri volevano che fosse. Con umiltà imparò ad usare in trasmissione – e dopo, gradualmente, in ogni momento – solo le parole che più di frequente ricorrevano nelle lettere e negli articoli. Tre segretarie lavoravano a pieno tempo per rintracciare questa lingua diffusa tra gli scritti che lo riguardavano, e per ricomporgliela sulle labbra in parole vuote e insonore. Fagocitate come erano dalle immagini, più che le ultime di una lingua estenuata, sembravano le prima di una giovane lingua universale e come delegata al silenzio, tanto il successo che aveva. Che in sé non lo interessò mai, sebbene sapesse perfettamente che solo esso dava senso al vuoto di cui si era fatto carico, perché solo il consenso delle masse, al di là delle stravaganze dei singoli, era il suggello della verità. Era esso la cifra del vero proposto e posseduto, e, quanto più alta era questa cifra, pensò proprio così, tanto più gli tornavano i conti. Nessuno poteva dire che era un chiacchierone o un persuasore  occulto. Nei suoi servizi la parola non era separabile dall’immagine, e la sua faccia era sempre lì, pronta a pagare di persona. Ma era la faccia di tutti, e non la perse mai perché nessuno volle mai perdere la propria faccia.

Era un mago, l’autore? No, era uno scrittore. Perché uno scrittore, come ricorda Simone Gambacorta al termine della sua presentazione: «...non è uno stregone né un indovino e tanto meno un mago, ma una forza critica che agisce dentro un’epoca». Ecco, Gian Luigi Piccioli è stata una forza critica così forte, da agire nella sua epoca sapendo pure immaginare il futuro.
   
Gian Luigi Piccioli
TEMPO GRANDE
a cura di Simone Gambacorta
Galaad Edizioni – 2018 – Pagine 346, Euro 18.

Luca Maggitti
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