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Carlo Delle Piane
UN PICCOLO GRANDE ATTORE, DI CASA A ROSETO...
Carlo Delle Piane, sul set.

Carlo Delle Piane, a Roseto degli Abruzzi negli Anni ’50, al mare con amici.
[Archivio Alessia Martegiani]


Carlo Delle Piane, a Roseto degli Abruzzi negli Anni ’60, spettatore del Trofeo Lido delle Rose.
[Pro Loco Roseto]


Con semplicità e leggerezza, l’attore di origine abruzzese ha fatto sorridere e commuovere generazioni di spettatori. Il ricordo di Mario Giunco, pubblicato su Eidos.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 03 Ottobre 2019 - Ore 19:15

“Chi salverà le rose?”,  l’ultimo film interpretato da Carlo Delle Piane, con la regia di Cesare Furesi, è uscito a marzo 2018. L’attore, scomparso il 23 agosto a ottantatre anni, riprendeva uno dei personaggi più famosi, l’avvocato Antonio Santelia, il giocatore  di  “Regalo di Natale”  (1986) e della “Rivincita di Natale” (2004), costretto a tornare al poker per curare un amico ammalato (Lando Buzzanca).

“Carletto”  - come era affettuosamente chiamato - ha avuto all’attivo centoquattro film, nel corso di una carriera di settant’anni, iniziata nel 1948 con “Cuore” di Duilio Coletti. Allora mostrava già il naso storto da una pallonata malandrina e ammetteva che era  meglio una giornata sul set che a scuola.

Ha impersonato  tantissimi ruoli, in gran parte da caratterista, poi sempre più da protagonista: il discolo impunito,  “Cicalone”, l’amico di Alberto Sordi in “Un americano a Roma” (1954) di Steno, l’amministratore di un palazzo, nominato dagli inquilini per farne una vittima sacrificale, in “Condominio” di Felice Farina (1991), il pensionato solitario, in vena di buone azioni, in  “Nessun messaggio in segreteria” (2005) di Paolo Genovese e Luca Miniero, con Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea.

Fino  alle indimenticabili figurine che gli cucì addosso Pupi Avati: il timido insegnante innamorato della collega, che lo tradisce con un alunno in “Una gita scolastica” (1983), il fornaio di paese incaricato dell’allestimento di un ricevimento disastroso in “Festa di laurea” (1985), l’implacabile professionista in “Regalo di Natale”,  che gli valse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile al Festival cinematografico di Venezia nel 1987.

È riuscito a dare un briciolo di dolente umanità anche a Vittorio  Emanuele III, rifugiato a Pescara, in “Io e il re” (1995) di Lucio Gaudino.

Diretto da registi di valore internazionale, come Roger Vadim in “Un colpo da due miliardi” (1957) e Roman Polanski nel bizzarro “Che?” (1972), aveva lavorato, tra gli altri, con Totò, Eduardo De Filippo, Nino Manfredi, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Valentina Cervi, Laura Lattuada e, a teatro, con Anna Bonaiuto.

Negli anni Sessanta l’attore trascorreva le vacanze a Roseto. Faceva parte di un’allegra brigata di giovani, che si divideva fra la spiaggia,  il tressette pomeridiano al Bar dei Pini e le serate danzanti al Lido Mirella.

Ricordava gli amici per i loro soprannomi pittoreschi, tipo “Carrarmate” e “Riscicate”. Da Roma portava le novità nell’abbigliamento,  i jeans  “originali”, acquistati nei mercati di Porta Portese o di via Sannio e le magliette traforate da tennista.  Le sue presenze si sono in seguito diradate.

Lavorava molto, più di trenta film solo nel decennio 1960-70. Nel 1973 ebbe un grave incidente stradale, restò in coma per oltre un mese. Ricominciò a recitare, ma si trovava sempre più a disagio in ruoli stereotipati. Il suo idolo era Buster Keaton, che non rideva mai.

Passava il tempo nei cinema di terza visione, i “pidocchietti” di periferia.  In uno di quei locali lo scovò Antonio Avati, fratello di Pupi, che lo propose al regista.

Il primo film del nuovo corso è stato “Tutti defunti… tranne i morti” (1977), in cui l’attore era un investigatore privato.

Nel 1988 tornò a Roseto per  una retrospettiva, organizzata dal Comune dopo il successo di Venezia.  Alloggiava nell’hotel Palmarosa, dove ancora ricordano la sua riservatezza, la timidezza caratteriale che nascondeva dietro occhialetti scuri e la premura per la propria salute, al limite dell’ipocondria. Non permetteva di dargli la mano.

Era rattristato per la perdita di un giovane promettente interprete, Nik Novecento, altra icona di Pupi Avati. Le proiezioni si svolgevano nel parco della Villa Comunale ed erano curate dal “mitico” Leo Cioschi, con impianto smontato dal cinema Odeon.

Di nuovo a Roseto nel 1990, questa volta a teatro, con “Ti amo, Maria!”, una malinconica storia d’amore, portata da lui anche sullo schermo - prima e unica opera  - nel 1997, girata quasi completamente ad Atri. 

Due anni fa, nel carcere Dozza di Bologna , gli avevano consegnato un premio alla carriera, consistente in una farfalla di ferro che si posa sulle sbarre di una prigione. Fisicamente provato,  aveva scherzato  con i reclusi, dicendo che era contento di trovarsi in quel luogo e, ancor più, di poterne uscire quando voleva.

Mario Giunco
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