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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
CAPITOLO I – LA JUGOSLAVIA DEL MARESCIALLO TITO E LE ORIGINI DEL BASKET JUGOSLAVO
Jozip Broz, meglio noto come il Maresciallo Tito.

Esercizi di gruppo durante il 7 Siet, a Praga nel 1920.

Zara.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane addetto stampa della Teate Basket Chieti. Puntata 1.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedμ, 07 Novembre 2019 - Ore 14:30

I: La Jugoslavia del Maresciallo Tito

Quando si parla dell’ex Jugoslavia, si vuole dire che vi convivevano sei gruppi nazionali: serbi, croati, sloveni, macedoni, montenegrini e musulmani bosniaci, oltre ad una miriade di gruppi etnici minori quali albanesi, ungheresi, italiani, bulgari, rumeni, slovacchi, cechi, ucraini, rom (zingari), turchi; che vi si usavano tre lingue ufficiali e due alfabeti – latino e cirillico – che vi si praticavano le religioni cattolica, ortodossa e musulmana. Politicamente era uno Stato federale diviso in sei repubbliche e due province autonome, retto da un regime socialista, diverso però da tutti gli altri socialismi reali. (1)

Bastano poche righe per comprendere la reale complessità del sistema socio-politico jugoslavo basato essenzialmente sulla coesione di varie entità etnico-religiose di estrazione diversa se non addirittura antitetica in una fascia territoriale circoscritta quale l’area balcanica occidentale. Fu una storia plurisecolare quella alle spalle dell’ex Jugoslavia, una storia di contatti e di scontri.

La storia della Jugoslavia si è mossa sostanzialmente sul binomio di unitarismo e separatismo e sulle opportunità che, ora in un senso ora in un altro, hanno permesso di rendere dominante uno dei due orientamenti (2). Un binomio che celò al suo interno un equilibrio assai labile e precario ma che, tuttavia, per quanto concerne la seconda metà del Novecento ha mostrato una propensione alla ricerca dell’unità attraverso elementi che potessero legare e far coesistere per l’appunto realtà diverse. E forse la massima espressione di tale proposito fu rappresentata dalla Jugoslavia socialista (1945-1991) che uscì dalla Seconda Guerra Mondiale dominata e caratterizzata dall’egemonico Partito Comunista e, in modo particolare, dal suo leader carismatico, Jozip Broz Tito.

La figura del Maresciallo emerse in occasione del conflitto bellico, in modo particolare in seguito all’invasione tedesca (6 aprile 1941). Come conseguenza la Serbia venne ridotta all’interno dei confini antecedenti alle guerre balcaniche. Ciò condannò molti serbi a far parte dello Stato indipendente croato, creato da Ante Pavelić all’interno del quale i suoi ustascia (3) portarono avanti una campagna di epurazione dall’elemento serbo. Scoppiò pertanto un’ondata di rivalsa con la resistenza serba che si divise in due gruppi: da una parte i cetnici (4) di Mihailović e dall’altra il Partito Comunista di Jugoslavia guidato dallo stesso Maresciallo Tito. La differenza era che, mentre il primo puntava su ideali totalmente serbi, il secondo riconobbe il pluralismo etnico della Jugoslavia individuando nei suoi confini diversi soggetti nazionali da coinvolgere nella rivolta secondo lo slogan “fratellanza e unità”. La dimostrazione si ebbe col Consiglio antifascista dei popoli della Jugoslavia a Jajce (Bosnia) nel novembre 1943 durante il quale gettò le basi del futuro stato federale.

La nuova Jugoslavia venne ristrutturata per l’appunto su basi federali attraverso la creazione di sei Repubbliche con un processo di delimitazione territoriale varato dai vertici del Partito. Tuttavia nel tracciare le frontiere tra le varie Repubbliche della Federazione, i comunisti jugoslavi non si rendevano conto delle suscettibilità nazionali. Essi partivano dalla convinzione di essere in procinto di costruire una società completamente nuova, nell’ambito della quale le differenze etniche sarebbero state di scarso significato, rappresentando più un retaggio del passato (5).

Di fronte ad un sostrato sociale così complesso ed eterogeneo, Tito cercò di puntare la sua propaganda su vari elementi che potessero fungere da collante e, senza ombra di dubbio, tra questi ebbe un’importanza particolare lo sport. Ritenuto dagli jugoslavi “la questione secondaria più importante del mondo”, lo sport venne elevato dal regime titino a caposaldo dell’ideologia patriottica ufficiale al fine non solo di attenuare le disparità etnico-sociali tra le varie compagini all’interno della Federazione bensì anche di dimostrare la compatibilità delle stesse dentro un contesto multietnico.

I.1: Le origini del basket jugoslavo

Come sotto ogni latitudine mondiale, nella stragrande maggioranza delle regioni dell’ex Jugoslavia, la religione unica in campo sportivo è stato ovviamente il “pallone” ovvero il calcio. Il basket come forma organizzata a livello federale inizia ad essere considerato tale solo a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, quando cominciarono a strutturarsi i club più importanti dei capoluoghi delle varie repubbliche (Belgrado, Lubiana) che diedero vita, assieme a Zara, al primo nucleo importante di realtà cestistiche attorno alle quali iniziò poi ad evolversi l’intero movimento (6). Se prima dell’avvento sulla scena politica di Tito le attività sportive venivano praticate a livello semi professionistico, solamente sotto l’egida del PCJ avvenne la svolta storica decisiva.

Per quanto concerne la pallacanestro, essa fu per lungo tempo, almeno fino all’inizio degli anni Sessanta, praticata dalle elite intellettuali cioè per massima parte dagli studenti universitari mentre il calcio, come di fatto nel resto del globo, si configurava come lo sport popolare, fruibile anche dalle classi sociali meno abbienti. Questo primo aspetto permette di capire meglio per quale motivo delle sei Repubbliche, il basket veniva praticato solamente in due e mezzo di esse: storicamente infatti la Slovenia rappresentava la terra della “palla a spicchi arancione” (espressione del gergo sportivo per indicare il colore e le venature che caratterizzano un pallone da gioco della pallacanestro) facendo confluire nella sola Olimpija Ljubljana i migliori prospetti nazionali. Allo stesso modo Belgrado ha rappresentato a lungo, fino ai giorni nostri, le eccellenze cestistiche serbe a livello federale ed internazionale.

Invece la Croazia e, in modo particolare la città di Zadar, meriterebbero un discorso più approfondito: enclave italiana integrata con tutte le difficoltà del caso, nel sistema italiano, la città della Dalmazia a livello cestistico si rivelò molto più avanti rispetto al resto del paese. Il gioco infatti fu importato dai fascisti italiani alla fine degli anni Venti nelle province occupate dall’Italia lungo la costa adriatica. Il primo torneo del campionato provinciale si svolse nel 1931 in quella che è oggi, per l’appunto, la città croata di Zadar (ex Zara italiana): in quell’occasione a prevalere fu la “Società ginnastica” in prevalenza etnica italiana mentre il secondo piazzamento venne raggiunto dalla croata Colonia agricola. Durante l’occupazione italiana del litorale adriatico nella Seconda Guerra Mondiale, le autorità fasciste organizzarono delle sistematiche prove di basket e tornei nella provincia ed inviarono alcune squadre provinciali ai tornei nazionali che si tenevano a Roma. Il movimento, svolto sotto l’egida delle organizzazioni giovanili fasciste come la GIL (Gioventù Italiana del Littorio) ed il GUF (Gruppo Universitario Fascista), doveva aiutare ad integrare la provincia della Dalmazia e la sua popolazione croata maggioritaria nel sistema italiano. Alla luce di questa prematura scoperta della pallacanestro, è diffusa tutt’oggi tra i zaratini una credenza riassunta in questa irriverente frase: “Dio ha creato l’uomo, Zara il basket!”.

È degno di nota il fatto che il regime jugoslavo, soprattutto dopo la dittatura imposta da re Alessandro nel 1929 e l’inaugurazione dello “jugoslavismo integrale”, usasse anche lo sport come strumento di nazionalismo portato avanti sotto l’egida del associazione ginnica dal carattere patriottico e slavofilo Sokol (7). In questo senso nello sport i gruppi nazionali potevano infatti trovare un pacifico palcoscenico di espressione identitaria e di identificazione facilmente collegabile alla nozione di “comunità immaginata” proposto da Benedict Anderson. “Le comunità immaginate di milioni” ha affermato Eric Hobsbawm esaminando il caso del calcio “sembrano più reali in una squadra di undici persone. L’individuo, anche quello che fa solamente il tifo, diventa un simbolo della nazione stessa” (8).

L’acume strategico di Tito si palesò nell’intuizione per la quale lo sport avrebbe avuto un impatto emotivo e pratico non indifferente sulla coscienza comune. E, alla luce dei successi sportivi nelle diverse discipline maturate nel corso del XX secolo, emerge in modo fin troppo evidente il fatto che soltanto la collaborazione e la coesistenza di vari gruppi etnico-sociali all’interno di una medesima formazione nazionale abbiano premiato la bontà della propaganda titina. Infatti è stata la Federazione socialista delle sei Repubbliche ad alimentare la pallacanestro jugoslava durante il suo sviluppo in uno sport competitivo a livello globale. Le sei principali nazioni etniche jugoslave – croati, serbi, sloveni, musulmani bosniaci, montenegrini e macedoni – hanno contribuito in modo significativo alla formazione della scuola cestistica jugoslava, tutt’oggi in grado di produrre giovani talenti che si affermano nei vari campionati del mondo. Invece, aspetto interessante e da non sottovalutare, gli albanesi, il cui nazionalismo separatista preoccupava i leader del Paese, non hanno mai generato una squadra di pallacanestro, un allenatore o un atleta di livello (9).

NOTE
(1) Jože Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Torino, Einaudi, 2001, pag. 4.
(2) Francesco Privitera, Jugoslavia, Milano, Edizione Unicopli, 2007, pag. 9.
(3) Appartenenti al movimento nazionalista e fascista croato di estrema destra, alleato dei nazisti tedeschi e fascisti italiani nella seconda guerra mondiale che si opponeva al Regno di Jugoslavia dominato dall'etnia serba (1929).
(4) Cetnico: nome che deriva dal termine četa ("compagnia e/o truppa"), indica il movimento politico e militare serbo fedele a Pietro II, re di Jugoslavia in esilio durante la seconda guerra mondiale e guidato dal colonnello dell’ex esercito regio Draža Mihailović.
(5) Pirjevec, Le guerre jugoslave, cit., pag.20.
(6) Sergio Tavčar, La Jugoslavia, il basket e un telecronista, Youcanprint, 2010, pag. 1-2.
(7) Sokol: Associazione ginnastica cecoslovacca e in generale slava, con scopi patriottici, educativi e culturali. Il nome deriva dal ceco sokol ovvero “falco”, animale che veniva considerato nel mondo slavo simbolo di coraggio e di libertà.
(8) 7° Convegno Nazionale Annuale U.N.A.S.C.I. – Sport ed Identità Nazionale (150 anni di sport nell’Italia Unita).
(9) Vjekoslav Perica, United they stood, divided they fell: Nationalism and the Yugoslav school of basketball, 1968-2000, “Nationalities Papers”, Vol. 29, 2001.


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