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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
LE TIGRI DI ARKAN
Zeljko Raznatovic detto ‘Arkan’ raffigurato con le sue ‘Tigri’, la sua milizia volontaria serba con la quale salirà alla ribalta politica e sportiva negli anni Novanta.

Zvonimir Boban, ex calciatore jugoslavo (poi croato) con una lunga carriera costellata di successi. Al momento è un dirigente dell’A.C. Milan, società con la quale giunse in Italia confermandosi calciatore dal talento cristallino.

Robert Prosinecki, miglior calciatore in occasione dei Mondiali Juniores 1987 in Cile, nei quali la Jugoslavia vinse la Medaglia d’Oro. Attualmente è il Commissario Tecnico della Bosnia.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane addetto stampa della Teate Basket Chieti. Puntata 6.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 12 Dicembre 2019 - Ore 17:00

II.4: Le tigri di “Arkan”

Leggere la biografia di Arkan ci permette di delineare un quadro psicologico chiaro ed interessante: dimostra come la propensione al crimine e al sovvertimento dell’ordine sociale sia stata insita nella sua natura sin dalla tenera età. Ma soprattutto testimonia quanto le curve, a dispetto degli atleti, siano state strumentalizzate dalla politica nazionalista delle varie Repubbliche, soprattutto serba e croata.

Classe 1952, figlio di Veljko, un colonnello dell’esercito jugoslavo, Željko Ražnatović è costretto sin da piccolo a cambiare spesso città, a causa del lavoro del padre. Infatti nasce a Brezice, in Slovenia, ma passa alcuni anni a Zagabria, prima di trasferirsi a Belgrado. Le testimonianze di chi lo conosce fin da ragazzo parlano di un adolescente piuttosto inquieto e dal carattere vulcanico. La fama ha inizio all’età di 12-13 anni, quando il ragazzo cominciò a “farsi le ossa” con una serie di furti di piccola caratura ai danni dei passanti per poi affinare le proprie capacità cimentandosi in più complesse e pericolose rapine negli esercizi commerciali della Capitale (1). Una serie interminabile di arresti e di conseguenti evasioni dalle più grandi case circondariali della Federazione jugoslava permisero di accrescere la sua fama di malavitoso.

Negli anni Ottanta la carriera criminale di Željko Ražnatović è già ben avviata. Arkan era infatti il più bravo, più capace, il più spietato, il più richiesto. Era un gangster temuto e rispettato, politicamente ben protetto: gli veniva perfino affidato il compito di portare a termine i cosiddetti “lavori sporchi” dell’UDBA, l’agenzia dei servizi segreti del suo Paese che per decenni aveva gestito l’ordine interno per Tito prima e per Milošević poi. Ma fu l’ambiente sportivo a garantirgli fama imperitura perché, proprio dal Marakana di Belgrado, emerse l’ultranazionalismo di Ražnatović. Unificò le diverse fazioni in cui erano divisi gli ultrà belgradesi in nome della politica panserba di Slobodan Milošević e formò una milizia volontaria di 3000 unità con il nome di Guardia Volontaria Serba, poi modificato in Tigri, che a partire dal 1991 operò come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata. La curva calcistica diventò così un trampolino di lancio per apprendisti genocidi, pronti a massacrare il nemico e ad arricchirsi in fretta con ingenti bottini di guerra. Sarà proprio attraverso il calcio che pian piano, come una pestilenza incipiente, si sarebbero propagate in Jugoslavia i primi focolai di guerra. L’odio etnico dilagò proprio attraverso l’azione delle avverse tifoserie: poi, poco alla volta, la palla passerà ai rispettivi eserciti (2).

Sebbene le curve fossero la trasposizione più immediata del delicato clima interno alla Federazione, nella realtà lo sport dimostrò ancora una volta come le differenze e le criticità non avessero ancora intaccato l’animo degli atleti. In modo particolare nel 1987 in Cile si disputarono i Campionati del Mondo juniores, ovvero la massima competizione per le squadre nazionali Under 20. Un successo che premiava una vera e propria “generazione dorata” per il calcio jugoslavo, una squadra dalla quale sarebbero emersi dei veri e propri talenti calcistici in grado di affermarsi nei migliori club europei. A maggior ragione la conquista del mondiale, proprio perché ritenuta insperata da molti, diede la consapevolezze agli addetti ai lavori che la Jugoslavia fosse davvero la squadra da battere, il “Brasile d’Europa”. Zvonimir Boban, ex calciatore croato con un passato glorioso al Milan, di cui da pochi mesi è stato nominato dirigente, e, come vedremo, avrebbe rivestito il ruolo di portavoce ufficiale delle istanze secessioniste della Croazia, venne nominato secondo miglior giocatore del torneo, dietro il suo compagno di squadra, il connazionale croato Robert Prosinečki, attuale Commissario Tecnico della Bosnia.

Come per rimarcare una supremazia netta del modello sportivo jugoslavo a livello internazionale, contemporaneamente ai mondiali juniores in Cile, anche la pallacanestro stava realizzando un’impresa che l’avrebbe portata alla ribalta della cronaca. Infatti nell’estate del 1987, a Bormio, fu organizzato il 3° Campionato mondiale maschile di basket under 19: un palinsesto che ospitava le migliori dodici rappresentative nazionali del mondo. Gli Stati Uniti d’America avevano il favore incontrastato dei pronostici potendo disporre di atleti di un livello assai più avanzato rispetto ai pari età delle altre squadre ma in Jugoslavia, così come per il calcio, era nata una generazione di fenomeni i quali, uniti seppur nelle loro differenze, avrebbero scritto in futuro pagine memorabili di questa disciplina. Infatti, dopo aver dominato il proprio girone di qualificazione, i “plavi” archiviarono con estrema facilità la Germania in semifinale (89-64) e, con una prestazione di assoluto livello, riuscirono a battere gli statunitensi (76-86) conquistando la medaglia d’oro. Ancora una volta fu uno jugoslavo (e croato) ad ottenere il riconoscimento come miglior giocatore del torneo, Toni Kukoč, atleta di Spalato che, con la Jugoplastika (la squadra della città dalmata), vinse per quattro anni consecutivi il campionato nazionale croato e tre volte la Coppa dei Campioni (1989, 1990, 1991).

Ma la storia continuò il suo corso ed il terreno per lo scoppio delle prime istanze belliche sembrò assai fertile: all’inizio del 1989, il capo della sicurezza di Stato di Milošević, Jovan "Jovica" Stanišić, era un membro del consiglio della Stella Rossa. Stanišić, che nel 2003 sarà processato presso il Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, arruolò personalmente Arkan nominandolo capo degli ultras della Stella Rossa Belgrado dietro espresso incarico del presidente serbo. L’incarico rappresentava in modo chiaro un vantaggio per tutti: Milošević avrebbe potuto contare su un braccio armato in più, difficilmente controllabile dal governo centrale, e Arkan avrebbe potuto espandere ulteriormente il suo già vasto impero criminale (3). Sta di fatto che Arkan si mise a lavoro e organizzò i Delije (gli “Eroi”), tutti gli ultras biancorossi, come se fossero una vera milizia, imponendo un ordine militare: capelli tagliati, barba rasa, abolizione degli alcolici, perché era sempre necessaria la massima lucidità. E naturalmente il culto del leader. Poi arrivò il battesimo del fuoco, l’occasione giusta. Un’occasione che Arkan aspettava, che costruì con inflessibile perseveranza (4) e che si concretizzò il 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir di Zagabria.

NOTE
(1) D. Mariottini, Dio, calcio e milizia. cit, pag. 27-28.
(2) Ivi.
(3) D. Crepaldi, Footballslavia, cit, pag. 150.
(4) D. Mariottini, Dio, calcio e milizia. cit, pag. 49.


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Emanuele Di Nardo
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