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LA COGNIZIONE DEL DOLORE
Il libro ‘Il dolore, l’oncologo e il basket’ di Giampiero Porzio.

Giampiero Porzio, durante la presentazione del volume alla libreria La Cura di Roseto, il 29 novembre 2019.
[Cusano Photo]


Mario Giunco, durante la presentazione del volume alla libreria La Cura di Roseto, il 29 novembre 2019.
[Cusano Photo]


Cosa hanno in comune il basket e l’oncologia. Lo spiega Giampiero Porzio in un libro avvincente, che è un po’ autobiografia. La recensione di Mario Giunco per Eidos News.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 13 Dicembre 2019 - Ore 19:15

Metafora, che  sarà mai? E’ una parola che si usa per significare un’altra parola, dicevano i professori di retorica.

Così l’immagine di una nave, tutta lucette e lampadine, messa nella piazza di una città a ricordare il Titanic, può essere considerata metafora di  una festa - dato il periodo - ma anche di un naufragio, perché sappiamo come finì il viaggio inaugurale del famoso transatlantico.

Conviene scherzare poco con le parole. E con le metafore, che sono cose serie. Ne è convinto Giampiero Porzio, affermato oncologo, autore del  libro “Il dolore, l’oncologo e il basket” (Il Pensiero Scientifico Editore). Un testo che non è un romanzo ed è destinato  principalmente a medici e a studenti di medicina. Che pure può essere letto da tutti, con profitto.
 
Porzio non crede che la vita sia una metafora del basket, ma piuttosto che questo sport, meglio di ogni altro, rappresenti la società contemporanea. Che ne sia la perfetta sintesi, perché in una gara “vince chi sa andare oltre un piano-partita prestabilito, anticipando le scelte dell’avversario”. 

Il coach “nella solitudine della panchina, analizza dati (punteggio, tempo, percentuali di tiro, falli, ecc.) ed elabora tattiche (schemi di attacco, tipo di difesa, cambi, ecc.), pronto, dopo pochi minuti, a rimettere in discussione il tutto.

L’oncologia dei nostri giorni è figlia di questa società. È una oncologia ‘never stop innovation’, consapevole del fatto che domani renderà vecchio ciò che oggi riteniamo rivoluzionario. In quest’ottica l’oncologo e il coach si assomigliano più di quanto si possa immaginare”.

Un solo esempio, di attualità “cestistica”: “La codeina, per essere efficace, deve essere metabolizzata dal fegato in morfina-6-glucoronide e morfina-3-glucoronide. Quando si prescrive codeina, in realtà, si sta somministrando morfina. Inoltre è opportuno ricordare che solo il 5-10% della codeina viene metabolizzata in morfina. È come prendere un giocatore che dovrebbe fare 20 punti a partita – pagarlo come tale – e scoprire che non ne fa più di 2”.
 
Spesso la pratica terapeutica  si lega ai ricordi personali. Sempre sul filo dell’ironia. Ed è proprio questa parte a rendere il libro unico nel suo genere.

Giampiero Porzio, giovanissimo, conobbe il basket molto da vicino, come allenatore: “Perdere è brutto. Perdere in casa è bruttissimo. Perdere in casa un derby con il Chieti, se sei di Roseto, è un calice amarissimo da bere fino all’ultima goccia. Era fine gennaio del ’77. L’aria del corridoio degli spogliatoi della palestra D’Annunzio era pesantissima. Si avvicinò Giovanni Giunco, il Presidente. Secco, come sempre: ‘Da questo momento sei l’allenatore della prima squadra”, “Ma, Presidente, io ho vent’anni!”, “Alla tua età, ero già stato condannato a morte”. Era vero. Si alzò il bavero del loden, nel suo gesto abituale, ed andò via. Rimasi solo, incerto se tremare di paura o piangere di gioia. Per un ragazzo di Roseto giocare nella prima squadra è il sogno di una vita. Allenarla, a vent’anni, significa camminare sul confine incerto che separa i sogni dagli incubi. Furono tre anni vissuti in apnea.  Alla fine della corsa rifiutai offerte importanti e mi misi a studiare sul serio. A 23 anni ero già una vecchia gloria e non ho mai capito se sono stato una promessa mancata o un colossale bluff”.
 
Ecco il racconto di una “domenica da leoni”. “Alle 17,30, palestra D’Annunzio, Roseto-Chieti. Penultima di campionato; noi al quinto-sesto posto, loro ad un passo dalla serie A. Il Chieti era fortissimo, con il suo basket aggressivo e veloce. Noi? I soliti: Sandro, Tommaso, Ernesto, Gianni e un paio di oriundi. Tonino – il primo nero-bianco venuto a Roseto dopo Ugo Nigrisoli – e Franco da Forlì, l’unico giocatore di basket con il fisico e la pancia del camionista. Condividevo la responsabilità della squadra con Muggs  Mulligan, hippy californiano che, non essendo tesserato, non poteva sedere in panchina. In casa eravamo imbattibili. A Roseto si aspettava quella partita con l’idea della vendetta più che della rivincita. Muggs mi disse di avere in mente una mossa segreta che avrebbe completamente disorientato il Chieti. In quel momento, ebbi  l’esatta percezione della sua totale follia. Mi resi conto che quella sarebbe stata la mia ultima partita e che sarebbe stata anche l’ultima partita giocata alla D’Annunzio. Infatti, era in costruzione il palazzetto, che avrebbe ospitato gli Europei Under 18.

La gara fu un’altalena micidiale. Passai buona parte del tempo a tenere in tensione Tommaso, che Muggs, senza alcuna spiegazione logica, aveva  tenuto in panchina. A 7-8 minuti dalla fine decisi di giocare le mie carte: feci uscire uno spentissimo Franco per Tommaso. Quello che accadde negli ultimi 3-4 minuti è difficile da raccontare. Quattro contropiede tutti uguali: rimbalzo di Tonino, palla a Sandro, passaggio lungo a Tommaso, canestro. Il finale fu indimenticabile: i rosetani mossero minacciosi dal loro settore, avanzando verso i teatini. I tifosi storici, lacrime agli occhi, si abbracciavano. Io, seduto sulla panchina, pensavo che un’epoca si chiudeva. L’epoca di tutti quelli che, in quella piccola palestra, avevano segnato la storia della Città e del suo sport.

Quanto a me, come per i ragazzi di “Un mercoledì da leoni” la grande mareggiata rappresentava la fine della giovinezza, quella partita chiudeva il periodo più bello e spensierato della mia vita. Niente sarebbe stato più lo stesso. Mai più avrei provato tanta felicità e tanta malinconia insieme”.

Poi il passaggio nell’età adulta,  le prove della vita,  la “cognizione” del dolore: “Ma i tifosi storici, quelli di mille battaglie, ancora ricordano il ragazzino spavaldo ed irriverente di tanti anni fa. Fu così che una tifosa di sempre, dopo averla visitata, mi disse: “Tu sai fare solo due cose: l’oncologo e l’allenatore di basket”.

Mario Giunco
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