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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
LA GUERRA INIZIÒ AL 'MASSIMO DELLA PACE'
Zeljko Raznatovic detto Arkan raffigurato con le sue Tigri, la milizia volontaria serba con la quale salirà alla ribalta politica e sportiva a partire proprio dal Maksimir.

Zvonimir Boban, ex calciatore jugoslavo (poi croato) con una lunga carriera costellata di successi. Nella foto viene ritratto mentre si ribella alla repressione della polizia jugoslava durante la gara tra la Stella Rossa e la Dinamo Zagabria del 13 maggio 1990.

Ivica Osim, Commissario Tecnico della nazionale jugoslava nel 1990, costretto a vedere l'esclusione di Boban dalla sua squadra successivamente ai fatti del Maksimir. Osim rappresentava l'emblema della mescolanza interetnica: bosniaco di Sarajevo, sposato con una musulmana.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane addetto stampa della Teate Basket Chieti. Puntata 8.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 09 Gennaio 2020 - Ore 09:45

III.2: La guerra iniziò al “Maksimir” (13 maggio 1990)

“Il 13 maggio 1990 il calcio jugoslavo morì”. Con questa riflessione lapidaria, amara e disincantata, gli slavi del sud avrebbero portato avanti per anni, sino ad oggi, la convinzione che l’inizio della guerra fratricida degli anni Novanta avesse avuto origine in quella precisa circostanza: allo stadio “Maksimir” di Zagabria che, tradotto letteralmente, significa “il massimo della pace” ma che, per ironia della sorte, si sarebbe rivelato il primo teatro della guerra. Domenica 13 maggio l’impianto della capitale croata ospitò il “classico” derby jugoslavo tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa. Si trattava di una partita assolutamente ininfluente per la classifica del campionato in quanto i belgradesi avevano già la matematica certezza del primo posto, davanti proprio alla Dinamo.

    A far notizia in Jugoslavia in questo periodo, purtroppo, non erano le prestazioni sublimi della Stella Rossa bensì i sempre più maggiori disordini che gli ultras provocano negli stadi del Paese. I Deljie della Crvena Zvezda si muovevano compatti al seguito della loro squadra. I loro striscioni ed i loro cori iniziarono ben presto ad esaltare il nazionalismo serbo. Tristemente noto fu uno striscione apparso durante un derby con il Partizan che recitava “non la Jugoslavia ma solo la Serbia unita salverà i serbi”. Ben presto Arkan avrebbe iniziato ad arruolare tra le sue fila anche gli ultras del Partizan Belgrado e Grobari e Deljie “firmarono” una sorta di santa alleanza in nome del nazionalismo serbo e della politica propugnata da Milošević (1)

    Una partita, quindi, che non avrebbe avuto alcuna importanza a livello sportivo ma che, al contrario, sarebbe potuta diventare il manifesto della lotta armata tra serbi e croati. Fu un ghiotto pretesto, da entrambe le parti, per le prove generali del conflitto. Così descrive gli attimi concitati prima e durante la partita Gigi Riva nel suo saggio “L’ultimo rigore di Faruk”:

Alla stazione ferroviaria di Zagabria nessuna forza pubblica era stata disposta ad accogliere i Deljie: il contesto è quello di una nazione in dissoluzione, un simulacro del principio di autorità. Arkan ha studiato una strategia fin dalla notte precedente quando ha mandato un manipolo dei suoi con finte targhe di Belgrado, sembra addirittura quattromila, da apporre sopra le targhe di Zagabria nei dintorni di Maksimir: la prevedibile reazione degli avversari porterà alla distruzione delle vetture dei loro connazionali. È una bella giornata di sole, gli “Eroi” fanno a piedi il percorso fino allo stadio, hanno sassi, pietre, spranghe di ferro, razzi, l’acido per sciogliere le barriere di sicurezza: l’armamentario della guerriglia da stadio. Non hanno ancora le pistole e i fucili. Si sistemano nella curva sud. Dall’altra parte, curva nord, ci sono i Bad Blue Boys (BBB), gli ultras della Dinamo a cui Tudjman cambierà il nome perché suonava troppo socialista (salvo essere ripristinato dopo la morte). Anche loro si sono portati appresso il kit del perfetto hooligan. Ma è chiaro che non sono due tifoserie, che sono due piccoli eserciti in formazione e le stesse facce si ritroveranno davanti a Vukovar quando avranno imparato a maneggiare, in certi casi, perfino l’artiglieria pesante. Gli slogan alludono ad altri ambiti, non quelli sportivi. “Zagabria è Serbia, uccideremo Tudjman”, minacciano i serbi. “Secessione”, “Croazia”, rispondono gli altri. […] Confesserà Arkan in seguito: “Quel giorno ho previsto lo scoppio della guerra”. Come se non fosse tra quelli che l’avevano preparata. Verso le 18 scendono in campo le squadre. Da entrambe le parti ci sono atleti che di lì a nemmeno un mese vestiranno la stessa maglia blu della Jugoslavia ai Mondiali di calcio italiani. […] Iniziano il riscaldamento ma è evidente che non ci sarà partita. Il capitano della Stella Rossa, Dragan Stojković: “Ho visto della gente che calava in campo dalla curva nord e ho detto ai miei compagni che era meglio che ci rifugiassimo negli spogliatoi, troppo pericoloso”. Lo seguono. Così alcuni avversari. I tifosi croati sono sul terreno per rispondere alle provocazioni degli uomini di Arkan, almeno questa è la loro versione, perché quelli divellono i seggiolini e li gettano a uno a uno sui calciatori della Dinamo. La situazione degenera quando lo speaker comincia a leggere le formazioni. I serbi scavalcano le tribune. I croati ritengono un oltraggio le violenze a casa loro e cercano di raggiungerli perché il confronto a distanza diventi una rissa. La polizia usa manganelli e gas lacrimogeni scagliandosi soprattutto contro quelli della Dinamo, che pure stanno soccombendo. Invano intervengono i reparti antisommossa con autoblindati e cannoni ad acqua. Non c’è più spazio per i calciatori. Zvonimir Boban è rimasto sul terreno assieme a pochi altri quando vede i poliziotti picchiare i suoi fans. Si avventa correndo verso un agente e gli urla “Vergognatevi, state massacrando i bambini”. Quello, di rimando: “Brutto figlio di puttana, sei come tutti gli altri”. Boban con una ginocchiata gli frattura la mascella: l’immagine ripresa dalle televisioni e trasmessa in tutto il mondo, diventerà l’emblema del conflitto imminente. Il poliziotto non è nemmeno un serbo ma un musulmano di Bosnia, si chiama Refik Ahmetovic, molto tempo dopo perdonerà il calciatore “perché quelli erano giorni in cui le persone sembravano cieche”. […] Poliziotto contro calciatore è una metafora bellica talmente chiara che gli esagitati sugli spalti raddoppiano gli sforzi per mostrare il loro lato più cattivo. I tremila “Deljie” sono limitati nel loro perimetro e del resto hanno raggiunto il loro scopo. Persino Arkan scompare dal palcoscenico. […] I disordini proseguono per le strade del capoluogo e dureranno ore, fino a notte fonda. (2)

    Uno scontro, pertanto, che nulla aveva a che vedere con lo sport e con i principi sani veicolati dal calcio. Uno scontro che produsse 59 tifosi e 79 agenti feriti, 7 tram e centinaia di automobili distrutte e 132 arresti. Ma la cosa che destò più scalpore fu la (non) reazione della stampa delle Repubbliche che, mentre in passato enfatizzò disordini più contenuti, questa volta minimizzò riducendo la battaglia ad una classica resa dei conti tra i tifosi. Il protagonista del “Maksimir”, Zvonimir Boban, intervistato dall’ESPN (3) per il documentario “L’ultima nazionale jugoslava” nel 1999, avrebbe rivissuto quei momenti sfoggiando un granitico orgoglio patriottico:

Il 13 maggio è stato uno dei giorni più importanti della mia vita. Quel giorno forse entrai nella storia sportiva e politica. Tutto cominciò quando degli hoolingans da Belgrado cominciarono a vandalizzare il nostro stadio. La polizia di Zagabria, che era favorevole al regime, li lasciò fare come se fosse tutto normale. Per i nostri tifosi, non era normale. E poi la polizia prese le loro difese, cominciarono a picchiare i nostri tifosi. Insultai uno della polizia e uno di loro mi colpì. Io reagii, lo colpii per due volte e lui cadde a terra. Qualche giorno più tardi avrei compiuto 20 anni e, all’epoca, sotto quel regime il mio gesto era un suicidio. Temevo che mi succedesse qualcosa di brutto. Ma reagii da uomo. Dal punto di vista cristiano fu un errore ma lui aveva colpito per primo. Gesù dice di porgere l’altra guancia se qualcuno ti colpisce ma non ha detto cosa fare se qualcuno ti colpisce entrambe le guance (4).

Come se la sua reazione non fosse stata già eloquente, rimarcò la convinzione di quello che fece:

Ero un volto pubblico, ma ero preparato a rischiare vita, carriera e tutto quello che la fama mi avrebbe potuto portare per una causa ideale, la causa croata. Posso solo aggiungere che ho reagito ad una grande ingiustizia, non si poteva rimanere indifferenti. Ci furono sicuramente anche da parte mia delle provocazioni prima dello scontro col poliziotto.

Sarà costretto, nei giorni immediatamente successivi, a cambiare rifugio ogni notte per evitare i rastrellamenti della polizia:

Durante l’udienza tentarono l’ultimo sporco imbroglio presentando una cassetta dell’incidente contraffatta. Era stata montata in modo che sembrassi io l’aggressore. Recuperai la cassetta originale da una tv tedesca e riuscii a cavarmela smascherando l’imbroglio (5).

Ormai il “vaso di Pandora” era stato scoperchiato e tutti i “mali” contenuti al suo interno si stavano per abbattere sul mondo jugoslavo e, di conseguenza, sullo sport. Fino a quel momento mai erano emerse disparità di carattere etnico all’interno delle rappresentative nazionali e mai la diversità aveva rappresentato un limite nel contesto sportivo, anzi ne fu la principale promotrice nei successi a livello internazionale. Ma i tempi erano ormai maturi per assistere all’esplosione di un conflitto che, fino a quel momento, aveva offerto solo un assaggio della sua brutalità.

Il C.T. della nazionale di calcio jugoslava, il bosniaco Ivan “Ivica” Osim, avrebbe dichiarato come “nonostante la vita continuasse, ogni situazione veniva usata per attizzare il nazionalismo. La gente avrebbe dovuto pensare al detto “ognuno ha il leader che si merita”. Secondo me fu tutto manipolato, l’unico ad essere punito fu Boban che non potè partecipare ai Mondiali in Italia. Non successe mai nulla a quelli che avevano organizzato tutto. Ognuno ebbe il proprio stato e purtroppo nessuno pensò a quante persone sarebbero morte” (6).

All’ingresso del “Maksimir” gli ultras della Dinamo Zagabria, di concerto con la classe dirigente croata, anni dopo avrebbero posizionato un monumento ad hoc recante questa dicitura:“Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990”. Per lo scoppio definitivo della guerra, ormai era questione di tempo ed il “Maksimir” sarebbe salito alla ribalta pochi giorni più tardi per un altro incidente sugli spalti, questa volta senza feriti ma con una vittima: la nazionale della Jugoslavia.

NOTE
(1) D. Crepaldi, Footballslavia, cit, pag. 155-156.
(2) G. Riva, L’ultimo rigore di Faruk, cit, pag. 46-49.
(3) Entertainment & Sports Programming Network, è un’emittente televisiva statunitense che trasmette programmi dedicati unicamente allo sport h24.
(4) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.
(5) G. Riva, L’ultimo rigore di Faruk. cit, pag. 48-49.
(6) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.


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