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Emanuele Di Nardo
Una volta fratelli: il basket e la crisi della Jugoslavia
DALLA SPAGNA A STOCCOLMA, FINO A BELGRADO.
Predrag Mijatovic, attaccante montenegrino, nella foto in azione con il Real Madrid. Era senza dubbio la punta di diamante della formazione jugoslava esclusa dagli Europei di Svezia 1992.

Ivica Osim, Commissario Tecnico della Jugoslavia. A poche settimane dall’inizio degli Europei, si dimise come atto di solidarietà per i suoi connazionali bosniaci, quotidianamente vessati dagli orrori della guerra.

La tesi di laurea, a puntate, del giovane teatino appassionato di basket. Puntata 19.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 27 Marzo 2020 - Ore 13:15

V.3: Dalla Spagna a Stoccolma, fino a Belgrado

Il calcio jugoslavo affrontò, in contemporanea, una crisi ancor più profonda. La squadra dei plavi, infatti, conquistò la qualificazione ai Campionati europei di Svezia ’92 con un gruppo molto promettente ma falcidiato dalle defezioni, soprattutto croate e slovene. Il tecnico Osim, bosniaco di Sarajevo, si era battuto per il mantenimento di una formazione jugoslava, composta quasi interamente da serbi. Nonostante tutto, cercò di perorare la causa della sua Nazionale in vista degli Europei. Pochi mesi prima il commissario tecnico fece delle dichiarazioni che, rilette successivamente, acquistavano una sfumatura quasi profetica. Così analizzò la situazione il quotidiano La Repubblica:

Scappare adesso? No, mi sentirei un disertore, io sono jugoslavo": Ivica Osim è un omone croato, sposato con una musulmana, abita in Bosnia- Erzegovina, ha un figlio che gioca a calcio in Francia, a Saint-Dié. Osim ha portato la Jugoslavia ai Mondiali '90 (eliminata dall'Argentina ai rigori): ma allora fu facile. Ha portato adesso la Jugoslavia agli Europei '92: un'impresa, nella guerra. "Io chiamo sempre i migliori in Nazionale anche se sono undici croati. Ma loro non vengono. Boban, Prosinecki e gli altri mi dicono sempre di no: li capisco". In tre mesi ha perso 15 giocatori: "Che sarà di noi in futuro? Oggi ci sono due Paesi, domani chissà: potranno essere tre, quattro. Ma noi in Svezia ci vogliamo essere, la politica non ci può cancellare". Calcio e guerra, una Nazione, che non è più una Nazione, dà prova di grande dignità, ma che futuro può mai esserci per lo sport più amato (insieme al basket)? La Stella Rossa ha appena perso d'un soffio la Supercoppa con il Manchester ma è ancora in corsa in Coppa dei Campioni, il campionato va avanti fra il disinteresse generale ma va avanti, non c' è più la Croazia, grandi club come l'Hajduk di Spalato, la Dinamo di Zagabria ora Hask Gradjanski, il Rijeka (ha perso 15 giocatori da quest'estate) sono in costante disfacimento, gli altri tutti sull'orlo della bancarotta. Tengono solo Stella Rossa e Partizan di Belgrado (allenato da Osim) perché molto hanno venduto all'estero e ancor più venderanno a fine stagione: ma giocano anche loro in stadi desolatamente vuoti, la paura e la crisi economica stanno cancellando il calcio. Il "Maracanà", lo stadio della Stella Rossa, tiene 80.000 spettatori: ma ci vanno in mille, millecinquecento al massimo. Il Partizan ha deciso di aprire le porte: ingresso gratis per tutti, ma con lo stesso risultato, un disastro. Non c'è domani: la Stella - che deve giocare le sue partite interne europee sempre all' estero - ha già perso ultimamente Prosinecki, Stojanovic, Binic, Sabanadzovic. Terrà duro, disperatamente, sino a fine stagione. Poi cederà anche tutti gli altri: Belodedic (alla Sampdoria?), Pancev, Savicevic (alla Roma? o alla Juventus?), Mihajlovic. "Non possiamo tenerli anche se hanno il contratto: che faremo poi? Costruiremo nuovi talenti, cominceremo da capo, abbiamo già dei giovani interessanti, fra qualche anno verranno di nuovo i mercanti italiani a comprarli" spiegano con grande orgoglio i dirigenti Dzajic e Cvektovic, ex giocatore di basket. Non si contano più i giocatori dell'ex Jugoslavia fuggiti quest'anno all' estero. Centinaia, bravi e brocchi. Tutti se ne vogliono andare. E va bene anche la Turchia, o Cipro, purché ci siano dollari da mandare a casa e un futuro in campo. Forse se ne andrà anche Osim, farà come Petrovic che dopo aver portato la Stella alla prima vittoria in Coppa Campioni ha scelto la Spagna: ma Osim prima vuole esserci in Svezia. E' l'ultima volta della Jugoslavia. Poi ci sarà una Nazionale di Serbia, una di Croazia. " Ma questa squadra ha un'anima. E non è poco, credetemi, in questa situazione... Chiediamo solo il diritto di giocarci quello che ci siamo conquistati sul campo. E' molto? (1)

In realtà, così come per le Olimpiadi di Barcellona, anche per gli Europei di Svezia si paventava l’esclusione della Jugoslavia. In modo particolare l’UEFA (il massimo organismo amministrativo, organizzativo e di controllo europeo) avrebbe dovuto decretare l’ammissione o l’esclusione anche per l’URSS. Nel gennaio 1992 ci fu il primo colpo di scena con l’ufficializzazione della presenza dell’ex Unione Sovietica con la denominazione di CSI mentre per l’ex Jugoslavia si mantenne ancora un atteggiamento neutrale (2).
Nel frattempo aumentarono le preoccupazioni degli addetti ai lavori per la vita di Osim perché la guerra stava per devastare la Bosnia-Erzegovina ed il suo ruolo di C.T. avrebbe potuto rappresentare un problema per la sua famiglia. Dopo che Vujadin Boskov, allenatore visto anche in Italia alla Sampdoria e alla Roma, si propose come tecnico pro tempore per traghettare la Jugoslavia agli Europei, il 24 maggio Osim rassegnò le dimissioni per solidarietà verso la sua città natale (Sarajevo) e verso la sua famiglia. A distanza di anni, avrebbe commentato così la sua decisione:

Dopo quello che successe in Bosnia, come tanti altri cercai di trovare rifugio in qualche modo. La gente scappava, scappava da se stessa. È così triste. È ancora peggio se sei riuscito ad ottenere qualcosa, i tuoi trionfi vengono cancellati, i tuoi sogni brutalmente interrotti. Tanta gente non sa come affrontare questa situazione. Forse quelli che sono morti sono stati fortunati, so che è una cosa brutale da dire perché le loro famiglie piangono ancora le loro morti ma tanta gente ha perso l’anima, vive ancora ma è come se fosse morta (3).

Quattro giorni dopo la Svezia, temendo atti terroristici da parte dei croati, dichiarò che tutti gli atleti jugoslavi, indistintamente, erano indesiderati agli Europei. L’UEFA colse la palla al balzo e sfruttò la situazione per prendere la decisione definitiva: la Jugoslavia venne esclusa dal torneo e, al suo posto, venne ammessa la Danimarca. La squadra danese, chiamata a presentarsi alla manifestazione, riuscì nell’impresa di vincere addirittura l’Europeo, scrivendo una pagina storica dello sport moderno. I calciatori jugoslavi furono costretti a lasciare il ritiro in Svezia ma la situazione era ormai paradossale: tutti i voli per Belgrado erano stati bloccati.

Il giorno del nostro arrivo in Svezia per Euro ’92 fu il giorno più importante della mia vita – dichiarò il calciatore montenegrino Predrag Mijatović - Non credevo alle voci che parlavano di una squalifica. Cosa c’entravano le sanzioni dell’ONU con lo sport? Un fax e tutti i nostri sogni e i nostri progetti andarono in fumo. Non potevamo far niente, non potevamo protestare. Ci diedero ventiquattro ore di tempo per lasciare la Svezia. Quando lo guardai in tv, non riuscii a credere di non essere lì. Soprattutto quando la Danimarca, seconda nel nostro girone, vinse. Era un disastro! (4)

NOTE
(1) La Repubblica, 27 novembre 1991, Uomini tra guerra e calcio: “ridatemi la Jugoslavia”.
(2) D. Mariottini, Dio, calcio e milizia. cit, pag. 102.
(3) L’ultima nazionale jugoslava (https://www.youtube.com/watch?v=pjvJmo1-sH8&t=1423s), ESPN 1999.
(4) Ivi.


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