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ARRIVEDERCI, PACAYA!
Roseto degli Abruzzi, estate 2009. Marco Pasquini al timone del Pacaya.

Dopo 18 anni, raso al suolo il chiosco in cui mangiare arrosticini sotto le stelle. Una riflessione, a ciglio bagnato, sperando che possa riaprire nel 2021.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedμ, 12 Maggio 2020 - Ore 22:00

“Là dove c’era l’erba ora c’è una città...”

Non siamo a Milano, ma a Roseto degli Abruzzi. Non c’è la via Gluck e purtroppo non ci sono più neppure “le baracche”: tre chioschi a un attraversamento dalle onde del mare che sono stati rasi al suolo qualche giorno fa. Al loro posto, arriveranno un hotel e appartamenti fronte mare.

Le baracche erano tre: “+3,2%”, “Pacaya” e “Barraca”, in ordine di apparizione dal mare alla ferrovia. Declinate in ambito enogastronomico, significavano: bere, mangiare arrosticini, mangiare non arrosticini.

Il mio personalissimo ragazzo della via Gluck è Marco Pasquini, che da qualche anno teneva in vita “le baracche” soltanto con il suo Pacaya, gestito insieme alla compagna Gabriela Florea.

Per me, rosetano della Corea, quasi misantropo, il Pacaya è stato – soprattutto nelle ultime 10 estati (trattavasi di attività stagionale) – il mio salotto all’aperto. Un posto in cui fare le 3 di notte a luci spente, quando l’afa di agosto non dava tregua, riscoprendo ad esempio l’amicizia con il coetaneo Daniele e ricordandoci di quel giorno in cui, alle scuole elementari di via Piemonte, portammo una tavola che fissammo coi chiodi fra due pini, facendola diventare la traversa di una porta dell’improvvisato campo da calcio.

Daniele e io sedevamo di norma al “tavolo sociale”, quello che ti accoglieva, appena arrivato, all’ombra della palma washingtonia filifera (che il primo anno fu recintata per evitare che i bambini calpestassero quel germoglio e ora, dopo 19 anni, è alta come una casa a più piani). Il tavolo riservato agli amici, che di norma arrivavano alla spicciolata e da soli, sicuri di trovare compagnia. Era un tavolo strano, pronto ad accogliere giornalisti, chef, musicisti, carabinieri, giocatori, allenatori e altra varia umanità. I fedelissimi eravamo Marino, Daniele, Morgan e io.

Pacaya, fondato nell’ormai lontano 2001, era un chiosco all’aperto dove mangiare arrosticini guardando il mare. Niente odissea nello spazio di kubrickiana memoria quindi, bensì un’odissea di rostelli da gustare facendo tutti insieme una sorta di ballo di gruppo, che consisteva, stando seduti, nel tirare di lato il braccio buono piegato a bella posta, tenendo fra i denti lo spiedino di legno gravido di carne di pecora che così veniva sfilettato.

Perché Pacaya? Perché il nome di un vulcano attivo che sta in Guatemala? Non saprei e neanche l’ho chiesto, in tutti questi anni, a Marco. Per me, negli anni, era diventato sinonimo di barrio, quello cantato da Vinicio Capossela...

«Il mio Barrio: così lo chiamerò il posto dove mi sentirò uno di voi e le vostre voci lontane saranno musica per il mio cuore. Dove, amici miei, potrete bussare all’ora che volete: ci apriranno i bar quando sono già chiusi e non saremo come numeri sui citofoni dimenticati, come cani di passaggio e senza nome… Se fossi nel mio Barrio avrei spalle su cui appoggiare le mani e orecchie a cui confessarmi, e casa, e luna e stelle che dall’alto, sull’angolo del tetto dei miei vecchi, mi direbbero: “Fermati qua, fermati qua!”».

Ecco cos’è stato per me, per 10 anni, il Pacaya. Il mio barrio. Per questo adesso piango le lacrime dell’assenza.

Al Pacaya servivano in tavola poche cose: bruschette (di una bontà mistica quelle al pomodoro), salumi e formaggi, olive ascolane (fatte a mano), arrosticini, alcuni dolci fatti in casa. Una proposta sempre uguale che ha vinto la sfida del tempo, perché poteva contare sulla qualità del cibo e sulla sapienza della cottura degli arrosticini. Gabriela – negli ultimi anni in cucina c’era lei –  stava davanti al macchinario costruito personalmente da Marco come Keith Jarret davanti al pianoforte (il carattere è simile), componendo capolavori di sapore.

Una proposta talmente spartana ma buona, da aver fatto innamorare generazioni di turisti. Più volte ho assistito a famiglie che, appena tornati e con ancora i bagagli nel portapacchi, parcheggiavano di fronte al Pacaya per sfondarsi di arrosticini. E persino chi negli anni aveva messo le corna a Roseto degli Abruzzi, magari preferendo il Salento, comunque la tappa di discesa e risalita al Pacaya la faceva.

Gabriela, Marco e i loro collaboratori hanno visto crescere almeno due generazioni di turisti e cittadini. Hanno visto ragazzi venir su ad arrosticini, sposarsi e figliare. Qualcuno, in 19 anni, ce l’ha fatta pure a diventare papà e nonno precoce!

L’arrosticino è molte cose insieme: rompighiaccio per sconosciuti seduti allo stesso tavolo e misuratore di vigoria digestiva. Si narrano leggende di formidabili incassatori di arrosticini che manco Bud Spencer con i cazzotti finti ricevuti in un film con Terence Hill. Ho in mente una leggenda basket-metropolitana che gira da almeno 17 anni: quella volta in cui Norman Nolan, giocatore statunitense moro di pallacanestro di 204 cm (e un quintale e mezzo di peso, quando non era in forma), se ne mangiò 120 (centoventi) in quel di Campli, dove l’amico e compagno di squadra Donato Avenia (ex farnese) lo aveva condotto in gastronomica esplorazione.

Ma l’arrosticino è anche preziosa antenna, misuratrice di caratteri e personalità. Anche qui il basket mi aiuta e ripenso ad Antonio Watson, meteora statunitense di professione centro, visto nel Roseto 2001/2002, che da Spizzico cominciò a mangiare gli arrosticini “dritto per dritto”, infilandosi lo stecco in bocca a mo’ di ghiacciolo. Nel mio inglese stentato, al suo secondo morso, gli dissi che era prossimo al suicidio e che bastava guardare la modalità laterale di sfilamento dei pezzetti di carne, portata avanti dagli altri commensali, per assumere il corretto stile di battaglia. Così fu. E il due metri e 4 centimetri evitò una delle morti più ridicole della storia.

Ci sono poi gli schizzinosi. E ancora basket. Perché è il turno di Sean Colson, visto a Roseto sempre nella stagione “sliding doors” 2001/2002, che invece – sempre da Spizzico – tentava di smembrare con la bocca i pezzi di magro separandoli da quelli di grasso, ottenendo una sorta di opera astratta composta dallo stecco, i residui grassi e alcuni magri. Uno schifo. E, d’altronde, era quello che voleva allenarsi in jeans e con il Rolex al polso.

Ma il più chiaro elemento di giudizio sulla persona che li sta mangiando è lo stecco nudo, dopo che l’arrosticino è stato assaporato. Il modo di gestirli dice molto, quasi tutto, di noi. Lungo tavolate di oltre una dozzina di persone, ho visto infamoni professionisti prendere una manciata di stecchi propri e confonderli in mezzo a quelli del compagno di tavolata seduto a fianco, che ignaro dava le spalle conversando con altri. Di solito sono i più contrari al conto “alla romana”, predicando il verbo del: “Ognuno si paghi gli arrosticini che ha mangiato”. Ho visto perfidi e indigesti profeti della tavola a fianco (per fortuna) spezzare e gettare lontano gli stecchi, invitando l’oste a ricontare quelli addebitati, sicuri di un errore sul conto, per risparmiare 5 euro. Anzi, per vantarsi di aver fregato il ristoratore.

Il più bell’esempio di utilità degli stecchi – in rapporto a come siamo fatti dentro – lo abbiamo a fine pasto, quando possiamo ammirare la loro disposizione sui piatti o sul tavolo. Martiri del gusto, gli stecchi possono riposare in vari modi. Nell’estate del 2012, ebbi la fortuna di cenare proprio al Pacaya con due fratelli molto legati, eppure diversissimi. Uno arbitro di basket, l’altro ex giocatore dello stesso sport e oggi guida motociclistica in viaggi lunghi e complessi, oltre che viaggiatore solitario da oltre un milione di chilometri percorsi in giro per il mondo. Ebbene, i loro piatti dissero chi erano senza bisogno del profilo biografico. Certo, li conoscevo, ma se non li avessi avuti per amici avrei comunque tratto preziose indicazione dai loro stecchi. L’arbitro – Luigi Lamonica – li aveva sistemati con certosina precisione a lato del piatto, in fila, attento a pareggiarli nella lunghezza. E in quella diga compatta vedevo la sua precisione, lo scrupolo, l’attenzione nel rispetto delle regole che si porta nel fischietto da una vita. Il viaggiatore solitario – Giovanni Lamonica –  invece non si era curato di loro e il risultato era simile al gioco dello shangai. E nel loro disordine, bello e armonioso, vedevo lui che andava incontro al tramonto in sella alla sua moto, percorrendo terre di cui nulla sapeva e tutto voleva scoprire.

Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco vissuto nel 1800, affermò: “Noi siamo quello che mangiamo”. Se avesse conosciuto gli arrosticini, magari avrebbe chiosato: “E come mettiamo gli stecchi degli arrosticini dopo averli mangiati”.

Quanta gente straniera svezzata al Pacaya. Quanti giocatori di basket, prossimi al precampionato con il Roseto, hanno conosciuto il sapore salato della pecora, prima di quello del sudore degli allenamenti.

Il Pacaya è stato per anni quartier generale delle varie Nazionali giovanili italiane di basket. Coach Pino Sacripanti – di padre abruzzese – era l’highlander, ben supportato dal barbuto Corbani, ma pure il simpatico Becchio – addetto di materiali – superò i 40 la prima sera senza battere ciglio. Ed era un ex mezzofondista, filiforme per giunta!

E poi, parlando di basket, tre strepitosi interpreti della doppia cifra reiterata: l’arbitro Maurizio Biggi e i coach Alberto Martelossi e Stefano Vanoncini, al quale Marco aprì il Pacaya praticamente di pomeriggio, perché “Vanometro” tornava da un corso in Puglia in cui era stato docente e non voleva assolutamente “passarci sopra” senza fermarsi. Per sdebitarsi, il generoso Stefano regalò una bottiglia di Braulio.

E poi ancora Abdul Fox, che tornato dopo 17 anni a Roseto scoprì il Pacaya mangiando arrosticini come se non ci fosse un domani, alternandoli al suo contagioso sorriso. E poi Brandon Sherrod (il disco Italian Journey è stato festeggiato lì), Nicola Akele, Mario Boni, Claudio Bonaccorsi, Stefano Mancinelli (con Andrea Pomenti a prenderlo in giro in dialetto) e tanti, tanti altri amici saziati a dovere sotto le stelle.

Al Pacaya abbiamo parlato della prima volta in cui Canale 5 riuscì a battere il Festival di Sanremo con Zelig. A raccontarcelo il protagonista: Claudio Batta, con la sua “nimmistica”, che tornava dalla Puglia insieme alla sua famiglia. Con me, al tavolo, il prode Roberto Clementoni.

Al Pacaya – grazie a Morgan Fascioli – ho amabilmente conversato con un paroliere che ha scritto alcune canzoni per Mina. E che impazzì letteralmente per gli arrosticini e la bontà dei pomodori che Marco reperiva da un contadino di Montepagano. Il bravo autore si ritenne soddisfatto soltanto quando “Er Sor Pasquini” gli promise una cassetta dei magici “cuori di bue” per il giorno in cui sarebbe ripartito alla volta di Torino.

Al Pacaya, con Roberto Di Giovannantonio e Luca Luciani, per almeno un lustro abbiamo pianificato le attività comuni del circolo virtuoso Il Nome della Rosa di Giulianova.

Al Pacaya abbiamo addirittura parlato di storia, con il qualitativo Marco Patricelli, creando “l’arrostoria”: un luogo magico in cui il libraio Fabio Di Marco vendeva libri, Marco parlava del secondo dopoguerra e ad applaudirlo c’erano – fra i buongustai – dirigenti scolastici e addirittura il Magnifico Rettore dell’Università di Teramo, Dino Mastrocola.

Quante volte il Pacaya mi ha salvato la cena? Centinaia di sicuro, anzi migliaia (parliamo di 10 anni di assidua frequentazione).

Come le ultime due volte con Giorgio Pomponi, in cui pagammo più di genziana che di arrosticini (e noi mangiamo!) per poi – l’ultimissima – finire a passeggiare sul lungomare fino a notte fonda fungendo da archi rampanti reciproci (evitando così lo spanciamento).

Quanta fame chimica non sarebbe stata domata a dovere senza quel luogo magico, che mai ha negato la carità di un’altra rumba fatta arrosticino.

Quante “giacchette” non sarebbero state appese con la medesima cura, senza la vigoria degli arrosticini di Marco e Gaby, dopati dal fragrante “sajettino” (peperoncino piccante), che è poi il viagra naturale dell’Abruzzo!

Per tutto questo e per il molto altro che non ho la forza di scrivere, ringrazio Gaby, Marco e tutti i loro collaboratori che mi hanno saziato pancia, cuore e testa negli ultimi 10 anni.

Per tutto questo, spero che – saltata l’estate 2020 che ci ricorderemo soprattutto per il Coronavirus Covid-19 – il Pacaya possa riaprire, poco più in là, oltre il ponte, nell’estate del 2021.

Se servirà una mano, io ci sarò. Per non parlare della pancia...

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Luca Maggitti
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