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Attentato in Congo
AFFINCHÉ LUCA ATTANASIO E VITTORIO IACOVACCI NON SIANO MORTI INVANO
Luca Attanasio e un particolare del fuoristrada in cui viaggiava, dopo l’attentato.

Luca Attanasio e la moglie insieme a Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018.

Luca Attanasio con alcuni bimbi di strada a Kinshasa, capitale del Congo.

La morte dell’Ambasciatore Italiano in Congo faccia luce su tutto quello che accade da 20 anni nel Nord del Kivu, fra traffici di oro, diamanti, coltan e cobalto. Una riflessione di Francesco Infante, per capire meglio l’odierna tragedia.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Lunedì, 22 Febbraio 2021 - Ore 15:25

È notizia di stamane la morte dell’Ambasciatore Italiano in Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio e di un carabiniere che faceva parte della scorta, Vittorio Iacovacci.

Attanasio era a bordo di un convoglio della MONUSCO (Missione delle Nazioni Unite in Congo) e del WFP (Programma Alimentare Mondiale) a nord della città congolese di Goma, nel Kivu del Nord, una delle zone del mondo più instabili degli ultimi 20 anni.

Attanasio, 43 anni, era già stato diplomatico in Marocco e Nigeria prima di arrivare a fine 2019 ad essere capo missione nella sede di Kinshasa. Dopo una laurea alla Bocconi, a soli 26 anni Attanasio ha vinto il concorso diplomatico della Farnesina e nel 2020 ha ricevuto il premio Nassiriya “per il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli”. Assieme alla moglie si è schierato per la salvaguardia di oltre 13.000 bambini di strada a Kinshasa.

Affinché Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci non siano morti e non abbiano vissuto invano però, non dobbiamo catalogare le loro morti come un evento incomprensibile come i tanti che accadono nel cuore dell’Africa.

Il luogo esatto dove Attanasio e Iacovacci sono stati uccisi, nel Kivu del Nord, è il fulcro del traffico di oro, diamanti, coltan, cobalto e altri minerali fondamentali per la sussistenza del mondo occidentale, non dell’Africa.

Il parco nazionale dei Virunga, che si divide fra Rwanda, Uganda e appunto RD Congo, oltre ad essere la casa degli ultimi mille gorilla di montagna, è il rifugio di gruppi militari clandestini che gestiscono il traffico di minerali e materie prime nella zona. MONUSCO, la più grande ed estesa missione di pace ONU, non a caso è dispiegata nell’est del Congo.

Smettere di etichettare questi conflitti, omicidi e violenze come etniche è il primo passo per rispettare la memoria delle milioni di vittime nell’est del Congo, fra cui l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci.

La situazione nel Nord (e Sud) Kivu riguarda direttamente ognuno di noi, perché solamente grazie alla terra di questa parte del mondo abbiamo la possibilità di avere i nostri telefoni, computer, automobili elettriche e dunque lavorare in smart-working ed essere sempre connessi con i nostri telefoni. Lo sfruttamento minorile nelle miniere, l’incendio di villaggi e la strage di interi popoli di cui spesso noi non veniamo a sapere vengono eseguiti esclusivamente per lo sfruttamento minerario di queste regioni.

Affinché Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci non siano morti invano e non abbiano vissuto invano bisogna fare luce su quello che accade nel Kivu Congolese: 10 milioni di morti in 20 anni, un genocidio negato, il più alto numero di stupri e violenze al mondo. Tutto questo esclusivamente per ragioni economiche.

L’occidente ha spesso girato la testa o etichettato queste violenze come tribali. Bene, questi non sono conflitti tribali, queste sono guerre combattute sul corpo di innocenti, poveri, ultimi per il benessere del mondo sviluppato. Le compagnie occidentali sono state e sono direttamente responsabili per l’instabilità nella regione. Le milizie che mettono a ferro e fuoco il Kivu sono finanziate dalle companies che hanno interesse nella zona.

Il lavoro di Luca Attanasio non dev’essere dimenticato e il suo impegno per la pace e la stabilità nella regione dei grandi laghi va portato avanti ogni giorno. Il primo passo è informarsi, leggere e studiare e smettere di etichettare come incomprensibili tali avvenimenti.

Vi consiglio di guardare il bellissimo documentario Netflix, Virunga, girato a Goma e che spiega l’esatto coinvolgimento delle compagnie occidentali nell’instabilità della regione.

Francesco Infante
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