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Roma Amor [Riflessioni dalla Capitale, di Mario Martorelli.]
SOGNO O SON DESTO? GALEOTTO FU IL BURRACO...


Mario Martorelli, che d’inverno vive nella Capitale e d’estate nel Lido delle Rose, ci regala i suoi pensieri. Fra metafore e allegorie, il senso della vita. E dopo la pausa estiva, torna con un altro sogno raccontato.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 09 Ottobre 2021 - Ore 18:15

Perla era ancora abbastanza giovane! Ma come, ancora abbastanza? Non aveva neanche superato i quarant’anni. Vabbè, era un modo di dire! Un poco più alta della media, mani curate, capelli lisci, coscia lunga e gamba affusolata che ricordava una bottiglia di champagne al contrario.  Il suo incedere leggero mostrava i segni di una leggiadria frutto del duro allenamento, quando da giovinetta frequentava la scuola di danza classica. Tutti la consideravano una bella donna, anche le conoscenti; il che era un tutto dire.

Il titolare di una società informatica, elemento davvero illuminato, l’aveva convita ad assumere la carica di direttore generale nella sede principale che si trovava nella Tiburtina Valley a Roma, peraltro sua città natale.

La sua laurea in matematica ed informatica ed il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa l’avevano portata a girare per un po’. Prima ad Amsterdam in una società che progettava dighe, poi a Londra in una fabbrica di autoveicoli ed infine in California con una multinazionale che gestiva immensi vigneti.

L’esperienza matrimoniale con un olandese era risultata subito un fallimento: divorzio in tempi più che rapidi. Ritornata dalla California, conviveva ormai da qualche anno con Noah, un ingegnere irlandese conosciuto a Londra. Lui l’aveva seguita volentieri a Roma ed aveva trovato immediata occupazione in una grossa impresa di costruzioni. Noah le lasciava “la briglia sciolta” e forse questo era il vero motivo per cui lei sentiva di amarlo così tanto.

Perla aveva una grande passione: il gioco delle carte. Non era la malattia dalla quale Aleksej Ivanovic nel Giocatore di Dostoevskij era afflitto, ma non c’era un weekend in cui lei, dovunque si trovasse, non cercava  un circolo oppure un Casinò in cui passare una serata.  

Qualunque gioco di carte l’attraeva. Chemin de fer, Blackjack , la Belote, lo Skat, il Texas Hold’em. Una sua vecchia compagna di liceo, Chiarella,  l’aveva da poco convertita al Burraco. Come per tutti i giochi di carte, razionalmente capiva che la fortuna era un supporto necessario, ma sebbene fosse una fredda matematica, si ostinava a voler pensare di poter essere lei a governare le carte.  

Era pomeriggio inoltrato di un Sabato e si stava preparando per recarsi a partecipare ad un torneo in un quartiere chic. Il suo compagno, Noah, affermava di voler rimanere a casa a leggere un buon libro, ma lei era convinta che  lo facesse per fornirle la massima libertà, ove fosse ulteriormente necessario. Di questo, lei gliene era grata.

La scelta dell’abbigliamento e del trucco le prendevano normalmente  non molto tempo, ma quel sabato fu ancora più accurata. Profumo a lei caro, una scollatura audace, una gonna comoda che riusciva, però, a mostrare le sue belle gambe,  e sotto di essa uno slip osé che copriva soltanto l’indispensabile. Non riusciva a spiegarsi il perché di quell’intimo capo di abbigliamento, ma si sentiva “in forma” ed aveva voglia di indossarlo.

Faceva abbastanza freddo. Il tempo per arrivare al circolo passò velocemente grazie alla musica che teneva sempre accesa in macchina, una Volvo V60 aziendale. La musica, quando era sola, le dava compagnia e l’aiutava a pensare.

Il circolo, ma tutti lo chiamavano club, era di quelli pretenziosi. Elegante al punto giusto. Alcune fotografie  alle pareti ricordavano i fondatori ed i personaggi importanti che lo avevano frequentato. Quando entrò, riconobbe un famoso politico circondato da un codazzo di personaggi adulanti. La sala era abbastanza ampia e riuscì a contare circa venti tavoli da gioco.

Il presidente del club le venne incontro, le indicò il tavolo al quale avrebbe dovuto sedersi e là c’era già Chiarella, la sua compagna di gioco. Accanto al loro tavolo c’erano due uomini, uno dei quali, un bell’uomo in verità,  la iniziò a guardare con insistenza. All’inizio lei pensò di averlo conosciuto in precedenza, ma poi si convinse di non averlo mai visto prima.

Era abituata al fatto che gli uomini la guardassero, ma lo sguardo insistente del vicino di tavolo la metteva un po’ in imbarazzo. Aveva la sensazione che lui, attraverso gli sguardi, le stesse parlando. Ma non era così. Lui non apriva bocca se non per farle un sorriso, che lei si sentì subito di ricambiare. Questo suo atteggiamento nei riguardi di un estraneo era per lei nuovo.

Il gioco non stava prendendo la giusta piega. Lei voleva vincere il torneo, ma qualcosa stava andando storto. Chiarella, che aveva notato gli sguardi dell’uomo, cominciò a dirle: “Sfortunata al gioco, fortunata in amore”.

“Ma che sfortunata, sei tu che non sai giocare!”, ribatté Perla.

Cominciarono le solite ciarlate fra giocatori che si concludevano con qualche parolaccia. C’era però da dire  che si sarebbero felicemente incontrate al prossimo torneo, dimentiche degli sproloqui della volta scorsa.

La serata fu un vero disastro e le amiche furono eliminate come due principianti. Perla salutò tutti e volse lo sguardo per cercare il suo vicino di tavolo, ma non lo vide. All’uscita dal circolo si rese conto che aveva iniziato a piovere e lei era priva di ombrello per ripararsi.

“Lui” era all’ingresso. Le si accostò e le disse: “Se mi offri una sigaretta, ti accompagno alla macchina; ho l’ombrello”.

Era così attratta da quella figura che gli offrì subito una sigaretta, senza però dire nulla. Lui aprì l’ombrello e le passò il braccio attorno alla vita avvicinandola a sé e, nel fare ciò, le toccò delicatamente, ma insistentemente il seno destro. Lei lo guardò un po’ meravigliata, non poteva nascondersi che non le dispiaceva affatto e lo lasciò fare, spingendo contro il braccio che continuava a toccarla.   

Lui si fermò, le prese delicatamente il viso tra le mani ed accosto gentilmente le labbra alle sue. Fu un bacio che lei ricambiò con altrettanta dolcezza. Un bacio sotto la pioggia con uno sconosciuto!
   
Arrivati alla sua Volvo, lui si fece dare le chiavi, le aprì lo sportello passeggeri ed entrò al posto di guida. La pioggia continuava a scendere inesorabile e i vetri si appannarono subito a causa dell’aria fredda e  del  loro stesso respiro. Cosa accadde poi fu così improvviso che a lei sembrò impossibile.
 
Nessuno dei due parlava. Lui inclinò il sedile di lei, le mise la mano sotto la gonna e, a quel punto, fu proprio lei che lo aiutò a spostare quel  debole tessuto, posto a protezione di un qualcosa che, al momento, lei stessa voleva fosse violato. L’amplesso fu completo. Il bacio voluttuoso che si scambiarono e i gemiti di piacere furono i soli suoni che testimoniarono quanto stava accadendo.
 
Perla non riusciva a capire cosa le fosse capitato. Era avvenuto davvero e lei non si sentiva  affatto in difetto. Era ancora frastornata, quando “lui” le prese la mano, gliela baciò con dolcezza ed uscì dalla macchina. Nell’orecchio le erano rimaste queste sue uniche parole: “Ti lascio l’ombrello, così potrai ricordarti di me”.

Ma chi era quell’uomo? Lei non sapeva neanche il nome, non aveva nemmeno un suo recapito telefonico. Aveva fatto all’amore con un illustre sconosciuto! Per lei era una “roba da pazzi”.

Passò del tempo prima che mettesse in moto e si dirigesse a casa. Si ripeteva: “Ma sono impazzita? E se arrivata a casa Noah mi chiede: com’è andata? Gli posso mai rispondere: al solito? No, per onestà del nostro rapporto gli debbo dire cosa è accaduto”.
 
-Ma ti vuoi svegliare: è mezz’ora che ti chiedo quale cravatta devo mettermi per la cena di stasera...
 
-Scusami caro, mi ero appisolata. Metti quella blu!

 
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Mario Martorelli
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