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Roseto Basket Story
UN SECOLO DI BASKET: GLI ANNI DI COACH SORGENTONE.
Il Roseto 1987/1988, vincitore del campionato di Serie B2.

Antimo Di Biase e coach Domenico Sorgentone, nella stagione 1987/1988.

Titti Stama e Antimo Di Biase, nella preparazione precampionato 1987/1988.

Daniele Francani, curatore dei video di Roseto Basket Story, intervista l’allenatore rosetano, cominciando una lunga chiacchierata. Puntata 1: la stagione 1987/1988 con la vittoria della Serie B2.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdμ, 14 Gennaio 2022 - Ore 11:45

Nel 2021, la pallacanestro rosetana ha festeggiato il primo secolo di vita.

Sollecitato da Luca Maggitti, ho pensato a quale contributo potessi dare, per celebrare un traguardo tanto prezioso quanto sentito. Così, semplicemente, ho aperto il libro del cuore partendo dalla pagina iniziale, dalla quale è sbocciata la mia passione per i colori biancazzurri.

Per cui ho chiesto a un coach, a “quel” coach dal curriculum invidiabile, rosetano purosangue nonché condottiero di grandi e sofferte stagioni sulla panchina della squadra del nostro cuore, di aprire il cassetto della memoria e condividere ricordi ed aneddoti dei suoi anni, di quegli anni, importanti per la storia del basket a Roseto.

Perché il rischio è che vengano dimenticati, o messi in secondo piano da stagioni importanti ai piani superiori e dal tempo che, inevitabilmente, ne offusca la percezione.

Il coach è Domenico Sorgentone, che fortunatamente ha accettato di buon grado. Ho così avuto modo di scambiarci quattro piacevolissime chiacchiere, dalle quali sono saltati fuori aneddoti, racconti, nomi e storie che voglio riproporvi partendo, e non poteva essere altrimenti, dalla stagione 1987/1988, che vide la Mainterm Roseto centrare la promozione in B1. Partendo dalle difficoltà e dall’indifferenza iniziali, coach Sorgentone seppe trasformare quel Roseto in una perfetta macchina da canestri.

Questi i suoi preziosi ricordi di quella stagione.


«La società, in preda ad una profonda crisi, fu salvata dalla morte sportiva nel 1985 da Giovanni Giunco, che tornò in sella e affrontò la contingenza economica in modo drastico. Per la stagione 1985/1986, fu messa in campo una squadra giovanissima, guidata da coach Tony Trullo, che, inevitabilmente, retrocesse nella neonata B2. Nel 1986/1987, a coach Emidio Testoni fu affidata invece una squadra enormemente migliorata e comunque molto territoriale: il quintetto era composto da Di Biase, Battistoni, Stama, Palermo ed Aureli, mentre dalla panchina partivano Roberto Quercia (di ritorno dopo il campionato di A2) e Roberto Sulpizi (ripescato dalla B di Giulianova).

Io arrivai nell’estate del 1987, reduce da 3 stagioni a Vasto. Decidemmo di dare continuità a quel progetto facendo solo tre innesti: Luca Melioli, che nella mia testa avrebbe avuto il ruolo di combo, potendo giocare sia da 1 che da 2 in coppia col confermato Antimo Di Biase; Sandro Fanna, per colmare il vuoto nello spot di  5 e un giovane di Ortona, Nico Faraone, ala piccola di 195 cm che aveva potenzialità interessanti.

Ai confermati Di Biase, Aureli, Palermo, Battistoni e Stama aggiungemmo inoltre, promuovendoli dal vivaio, Dante Battista, Massimo Chiappini, Armando Cistola e Carlo D’Emilio.

Con me arrivò anche Piero Bianchi, in veste di vice allenatore. Praticamente una squadra dai costi bassissimi, avendo tanti giocatori a ‘km zero’ ed avendo inserito elementi ancora poco conosciuti o divenuti senior da poco tempo.

Iniziammo nello scetticismo generale, l’interesse era pochissimo e la squadra non brillò mai, né in precampionato né nella prima fase del torneo. Detto tra noi, ho sempre avuto l’impressione che la squadra facesse fatica a metabolizzare una gestione più professionale e pignola, meticolosa ed estremamente diversa dalla ‘partitella a pizza e birra’, ma ho sempre avuto la certezza che saremmo arrivati fino in fondo.

Ricordo che Sandro De Simone, dopo un record di 5 vinte e 5 perse, mi chiese come vedessi la situazione e se sperassi di poter recuperare fino al quarto posto (ultimo utile per la griglia play off). Gli risposi: “Arriveremo primi” e non mi sfuggì il suo sguardo quantomeno incredulo.

In estate lavorammo tantissimo e pagammo gli arrivi differenziati di alcuni giocatori. I diversi carichi di lavoro ci portarono a sconfitte devastanti come ad esempio nel torneo di Termoli, contro Vasto e Termoli stessa. Roba da meno 35 o giù di lì. Ovviamente arrivarono i soliti scienziati del basket e le loro immancabili minacce rigorosamente in dialetto: “Dìjele a kìsse… qua v’accidème a tutt!!!”.

Eravamo una squadra “undersized” e questo ci fece optare per un’idea di gioco votata alla difesa aggressiva ed ai ritmi altissimi. Nel solo quintetto base avevamo ben 4 giocatori capaci di condurre il contropiede: Di Biase o Melioli, Battistoni, Stama e anche Marco Aureli. Quest’ultimo era in grado di partire in palleggio dal rimbalzo difensivo e chiudere con un lay-up o con un assist per un compagno. E se in quattro potevano condurre un contropiede, ben 5 potevano chiuderlo, perché lo stesso Maurizio Palermo era uno capace di correre per ricevere.

Questo punto di forza faceva il paio con la debolezza inversa. Faticavamo infatti molto con squadre grosse, perché erano in grado di metterci più pressione a rimbalzo, rallentando di conseguenza il nostro ritmo. Tra queste, spiccavano Cagliari e Campi Bisenzio (che fu nostra avversaria in semifinale playoff).

In campionato cominciammo in modo anonimo, 5 vinte appunto nelle prime 10. Di certo non fummo subito capaci di conquistare l’affetto del pubblico, ma questo periodo fu utilissimo, sia tecnicamente che psicologicamente, per forgiare quelle basi che ci resero quasi imbattibili nei restanti due terzi di campionato.

Se rifletto oggi su quali possano essere state le partite della svolta, mi vengono in mente quella interna contro la Vis Nova Roma (una delle prime di campionato) e quella in trasferta a Latina. Contro la Vis Nova, avevamo Fanna ed Aureli fuori per infortunio, con praticamente solo Palermo da finto lungo. Demmo il quintetto e il massimo della fiducia a Dante Battista, che ripagò con 40 minuti di intensità e 11 punti. Evitammo così l’inizio di una crisi, in un momento con poche certezze. Latina invece era una squadra rognosissima, dura, esperta, piena di giocatori solidi come Mastrantoni (poi arbitro di A), Ensoli, Ceretta e Berton. Fu una battaglia anche avendo l’inerzia della gara sempre in mano, perfino quando i minuti finali si trasformarono in una sorta di caccia all’uomo, ben oltre i limiti del legale.

In quegli anni il fattore campo esisteva, si percepiva mentalmente e fisicamente.

Dall’11^ giornata in poi fu un’autentica cavalcata, che ci condusse da metà classifica al primo posto in solitaria, e da pochi aficionados al palazzetto strapieno.

Questo periodo felicissimo fu inframmezzato da una partita vinta in modo rocambolesco in casa contro Cagliari e da due brutte sconfitte: a Scauri e a Cagliari al ritorno.

Cagliari era un po’ la nostra bestia nera. Squadra grossa, avendo nello spot di 3 Tore Serra, in quello di 4 Samoggia, ma anche piccoli rapidi ed atletici. Si pensi che Serra (un passato anche in A) era decisamente più alto e più grosso del nostro 5. In casa andammo sotto di 16 punti, ma un black-out di energia, oscurò il campo. Alla ripresa, portammo una rimonta incredibile: nel supplementare, che affrontammo con grossi problemi di falli dei nostri lunghi, fu decisivo un ottimo Massimo Chiappini… epilogo clamoroso con canestro della vittoria di Antimo Di Biase.

A Scauri invece, perdemmo essenzialmente perché sazi mentalmente dopo una striscia di 7 vittorie consecutive; mentre nel ritorno a Cagliari, la gara fu sostanzialmente la prosecuzione di quella dell’andata. La loro fisicità era devastante per noi e, se possibile, li trovammo ancor più agguerriti per l’enorme rabbia accumulata nella partita di andata. Pensa che la brochure della società Sarda presentava la partita col titolo: “Quei gran pezzi di l(e)ader”.

Lontano da Roseto, più precisamente in Toscana, un’altra squadra tecnicamente per noi indigesta si posizionava al 4° posto, Campi Bisenzio. Era grossa e robusta quanto Cagliari, atletica ed esperta: il loro 2, Marchetti, era alto e piazzato quanto Palermo, con trascorsi ad alto livello. La loro punta di diamante era Marco Tirel, un 4 di 203 cm, con dimensione interna ed esterna e piedi velocissimi. La serie fu terribile, 3 partite dure fino alla morte ma che finirono col rispettare totalmente il fattore campo: 2 a 1 per noi.

E poi… “la” finale contro Palestrina.

È stato già scritto molto e vorrei darvi solo qualche spunto in più. Loro erano più avanti negli anni, soprattutto con le due macchine da canestro Tomassi e Barraco (giocatori di altissimo profilo anche in A2), ma anche col centro ex Lazio Roma (in A2) Gigione Santoro, ed eravamo alla 34^ e 35^ partita in 9 mesi.

La preparazione della serie partì da questa considerazione e in base ad essa definimmo i criteri generali: avremmo aggredito a tutto campo e provato a correre, tenendo il ritmo alto per 80 minuti!

In gara 1 la strategia pagò, anche perché sul finire di gara cominciammo a notare una nostra maggiore freschezza. Andammo via di slancio sul finale dopo una partita molto combattuta, ed eravamo davvero sulla strada giusta.

Glisso su incidenti tra tifosi e le minacce di vendetta, e vado direttamente a gara 2. Il piano generale rimase coerente, avremmo provato ad aggredire e correre se possibile ancora di più, apportando solo alcuni piccoli accorgimenti atti a mettere maggior pressione sui loro 3 senatori, attaccandoli uno contro uno. Ci accorgemmo subito che avevamo molto più spunto, noi correvamo e loro camminavano. Arrivammo ad un vantaggio di circa 20 punti e solo un loro minimo ritorno di orgoglio e la nostra consapevolezza di averla in mano, li condusse a rendere più contenuta la sconfitta. Sul +12, lasciammo loro l’ultimo canestro senza difendere, poi una veloce rimessa e via di corsa negli spogliatoi (3 metri per 3), nel tentativo di evitare l’aggressione di massa.

Per me quella vittoria è senza dubbio una delle più belle della mia carriera, essendo stata conquistata con la squadra della mia città.

Ripensandoci oggi, è davvero “un urlo strozzato in gola”, per diversi motivi. Lo fu perché, in quella contingenza e situazione logistica, abbiamo potuto esprimere la nostra gioia solo con abbondanti lacrime, stando però attenti a non essere colpiti da qualche pezzo di vetro nel caso di potenziali lanci di oggetti sulla finestra di quello sgabuzzino.

Lo fu perché nessuno era presente e nessun video della partita ci fu fornito. Di conseguenza, la narrazione “epica” non prese avvio e quella vittoria è un po’ finita nel dimenticatoio. Si sa che l’umana debolezza del “io c’ero” funziona come efficientissima cassa di risonanza, mentre il “peccato che non ci fossi” piace poco… e forse, inconsciamente, viene vista come un’ammissione di vigliaccheria anche se, nella fattispecie, fu giusto ed intelligente non esserci.

Non possiamo non parlare di quella squadra: Antimo Di Biase era il vero play, capace di verticalizzare e saggio gestore dei ritmi, si alternava con Melioli, ma ci giocava anche assieme. Roseto è famosa per una rosetanità inversamente proporzionale e quindi veniva spesso bersagliato ingiustamente. Dopo la partita con Cagliari, vinta con un suo tiro, un tifoso che lo ingiuriava continuamente, venne poi in spogliatoio a chiedergli scusa.

Luca Melioli era rapidissimo con la palla in mano, tiratore da 3 molto efficace e dotato di gambe esplosive e piedi rapidissimi. Diventò un idolo e rimase anche nei campionati di B1, peccato che un infortunio al ginocchio gli tarpò le ali quando era pronto per il salto di categoria.

Antonio ‘Willy’ Battistoni, guardia in attacco con capacità enormi di lettura del gioco e ala in difesa. Alto solo 186 cm, ma dotato di braccia lunghissime, arrivava dove non ti saresti mai aspettato e rubava palloni su palloni. La sua andatura dinoccolata lo rendeva imprevedibile in penetrazione (il suo Eurostep era in auge prima che lo inventassero in NBA), ma era pure dotato di un ottimo tiro da 3.

Giuseppe ‘Titti’ Stama: una macchina da canestri in attacco dove giocava 3 e tosto in difesa (spesso sul 2). Un tronco d’albero indistruttibile, capace di giocare con caviglie gonfie come meloni. Le “carrettate” di punti erano anche il frutto di ore ed ore di allenamenti solitari all’Arena 4 Palme, nelle ore prossime a mezzogiorno, con 35 gradi che picchiavano sulla testa.

Maurizio Palermo: in realtà non più di 194 cm, forte fisicamente e dotato di ottime capacità di salto. Mai visto un suo passo indietro, anche quando 2 anni dopo giocò con un crociato rotto. Giocatore per cui la massima “attaccamento alla maglia” perdeva ogni accezione negativa.

Marco Aureli: ala-pivot di 197 cm, uno dei giocatori più furbi che io abbia mai allenato. Sporco il giusto, sgusciante nei suoi avvicinamenti al canestro e dotato di un gran senso di posizione a rimbalzo, che completava con il gomito giusto e la “culata tempestiva”. In campo aperto si vedeva tutta la sua scuola pesarese: conduceva come un play e dal palleggio innescava i compagni.

Alessandro Fanna era il classico giocatore di poco talento, ma capace di profondere agonismo e gioco fisico fino allo stremo; non espertissimo, ma riuscì a rendersi complementare agli altri 2 mezzi lunghi. Capace di bottini importanti a rimbalzo e di tenere e rendere carrettate di sportellate in area.

Dante Battista e Massimo Chiappini non giocarono molti minuti, ma quando lo fecero furono determinanti, come ho raccontato.

Nico Faraone si trovò catapultato in una realtà troppo diversa da quella cui era abituato; diede comunque il suo contributo e nell’ultima partita di Palestrina, abbiamo avuto il nostro da fare per contenerne l’irruenza nel rispondere ad aggressioni fisiche e verbali».


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Daniele Francani
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