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Il Critico Condotto
QUANDO COMINCIA QUALCOSA CHE DURERÀ
Il libro ‘Vita immaginaria’ di Natalia Ginzburg.

Simone Gambacorta recensisce il libro ‘Vita immaginaria’ di Natalia Ginzburg.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 12 Giugno 2022 - Ore 17:45

Ho sempre pensato che leggere Natalia Ginzburg sia come camminare in spiaggia con le scarpe: per quanto si faccia, a un certo punto la sabbia riuscirà a entrare; e così, proprio mentre stai cercando di capire quanta ce ne sia nell’una, allora ti accorgi che in entrambe le scarpe c’è sabbia.
 
Con la Ginzburg è la stessa cosa: per quanto tu possa leggerla con la mente distratta o turbata da altri pensieri di preoccupazione, per quanto possa essere assorbito da quelle faccende che, qualsiasi cosa stia facendo, ogni cinque minuti ti staccano dal mondo per fartene allontanare e chiamarti a loro, se stai leggendo la Ginzburg alla fine ti accorgi che le sue parole ti hanno invaso come la sabbia le scarpe, e che tanto di quello che lei ha scritto, o anche tante piccole parti di una sua pagina, le hai in mente assieme alla sensazione che si prova quando comincia qualcosa che durerà.
 
Penso questo leggendo “Vita immaginaria”, tornato in libreria per Einaudi. «Uscito per la prima volta da Mondadori nel 1974, è la terza raccolta di scritti non narrativi di Natalia Ginzburg, dopo “Le piccole virtù” (1962) e “Mai devi domandarmi” (1970)», spiega il curatore Domenico Scarpa, che osserva anche che il libro, non essendo «stato mai più riproposto come opera singola», ora che è stato rimesso in circolazione assume «il valore di una novità editoriale».
 
Nel libro rientrano dei pezzi della Ginzburg “giornalista”, ossia una selezione di quelli usciti sui quotidiani “Corriere della Sera” e “La Stampa” tra il 1969 e il 1974 (così nella nota d’apertura, dove anche si ricorda come l’eponimo “Vita immaginaria” sia invece inedito).
 
Il primo degli articoli raccolti nel libro è dedicato a Biagio Marin ed è uno scritto bellissimo, non meno di quelli dedicati a Delfini o a Moravia o alla Morante eccetera. Lo scritto su Marin inizia parlando delle poesie di “La vita xè fiama”. Siccome la sabbia ti entra nelle scarpe, sono andato a risfogliare quel libro di versi che faticosamente cercai a suo tempo di capire e che in effetti, esattamente come dice la Ginzburg, è pieno di poesie «stupende».
 
Allora mi sono accorto di una cosa che mi ha spiegato come mai leggere la Ginzburg sia come camminare in spiaggia con le scarpe. Un verso di Marin dice «e ma la sento ne le fibre ignote». Credo significhi «me la sento nelle fibre ignote» (l’edizione Einaudi che ho io ha la versione in lingua, ma con solo la traduzione, a piè pagina, di alcune parole).
 
Prendiamo in ogni caso per buono che la mia lettura sia giusta. Allora isolo quelle tre parole: «Nelle fibre ignote». Questo fa la Ginzburg, quando scrive: tocca le fibre ignote: quello che non si vede, quello che non ci si domanda, quello che sfugge. Vale a dire, quello che le parole riescono a far toccare a chi senza quelle parole non si accorgerebbe di qualcosa.
 
Non fa nulla che la cosa di cui ci si può accorgere faccia parte di un discorso distante da chi legge, anzi è proprio quella distanza a essere revocata dalla “piccola virtù” che ha la scrittura (della Ginzburg) di realizzare un avvicinamento tra spazi diversi.
 
Perciò mentre si parla dei film di Bergman o di Tonino Guerra, o di Roma o di Torino, spunta fuori una qualche “fibra ignota” che è semplicemente un nome o un modo attraverso cui la vita fa la vita. Quello che serve per accorgersene è qualcuno che sappia dirtelo. Le scarpe piene di sabbia, così come «le scarpe rotte» de “Le piccole virtù”, tutto questo aiutano a capirlo e tutto questo sanno dirtelo.

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Simone Gambacorta
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