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Campioni
GIGI RIVA: IN MORTE DI ROMBO DI TUONO.
Gigi Riva.

È stato un campione metafisico, piovuto da chissà quale pianeta per vivere nella terra degli avi. Il tratto caratterizzante? Una coerenza ‘dantesca’ d’altri tempi. L’articolo in morte del campione, di William Di Marco, pubblicato su Koinè.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 18 Febbraio 2024 - Ore 09:30

LA PUNIZIONE SARDA
I ragazzini che sono vissuti nel suo mito non lo reputavano di questa Terra. Si narrava di lui che avesse realizzato di testa, oltretutto in tuffo, un gol dal limite dell'area di rigore (ed era vero) e che avesse spezzato un braccio a un bambino che stava dietro la porta, colpendolo con un "rombo di tuono" partito dal suo sinistro (altra storia di verità). Insomma, una specie di entità metaempirica che si faceva uomo, un giocatore la cui storia leggendaria lo sovrastava e lo anticipava. Sul campo era fuori dal comune, con quel volto da dio nuragico scolpito nel basalto magmatico formatosi così distante dal continente. Uomo di poche parole, aveva accettato la destinazione della Sardegna come una punizione, un confino da dover sopportare, solo per giocare a calcio, l'unica sua passione. Siamo nel 1963 e il nostro campione non ha ancora diciotto anni. Si trasferisce dal Legnano in serie C al Cagliari in serie B. Con la sorella arriverà in traghetto e gli sembrò di essere sbarcato in un altro continente. L'Africa non era così distante e l'immaginario collettivo fece tutto il resto. In quella terra persa in mezzo al Tirreno ci si andava o per punizione, soprattutto per i giovani militari che vedevano sulla cartolina precetto tale destinazione. Il confino o peggio ancora il carcere di massima sicurezza di Pianosa alimentava il luogo comune del castigo. Era da venire l'esplosione turistica legata all'Aga Khan IV e alla Costa Smeralda: le bellezze paesaggistiche ancora non appartenevano al turismo di massa. Il ragazzotto avrebbe voluto subito fuggire, ma si mise al lavoro, perché sapeva che il calcio era una grande opportunità di vita, era il riscatto sociale per lui che aveva perso in tenerissima età il padre e poi la madre. Giocare a pallone era sempre meglio che rimanere in un ambiente, quello di Leggiuno, che gli aveva saputo offrire soltanto il collegio e il lavoro in una fabbrica di ascensori.

LÌ LA GENTE ERA COME LUI
Il gioco è fatto così, qualsiasi sia lo sport. Ti prende, ti appassiona e quando vedi, come nel caso del calcio, rotolare la palla con l'unica idea di spedirla in porta, allora gli spiriti infuocati si calmano e il mondo circostante diventa più vivibile. All'inizio fu una specie di adattamento alla disavventura che era capitata. L'idea era sempre quella di tornare nella sua Lombardia, sognando la Milano del boom che faceva impazzire un po' tutti, segnatamente gli addetti al football. Ma in quella stagione arriva la promozione dalla serie B alla massima, quella "A" che non è solo la prima lettera dell'alfabeto, ma è anche un punto di partenza. Riva cambia atteggiamento, sente il calore della gente e rovescia la prospettiva. Quella terra è molto simile al suo carattere. I tifosi seguono la squadra, impazziscono per il risultato raggiunto, ma il giorno dopo ritornano a essere nuragici, cioè se non proprio chiusi, sicuramente molto riservati. Il nostro campione ha lo stesso carattere: sferra tiri di una potenza unica, ubriaca gli avversari con il dribbling, si alza più degli altri per colpire di testa, s'inebria quando le reti si gonfiano con la forza inflitta ai palloni, ma finito il gioco, spente le luci della ribalta, anche Gigi Riva torna a essere quello di sempre. Dal carattere introverso, non amava il proscenio e faceva della malinconia non una zavorra da dover dismettere per piacere agli altri, ma una sorta di cuscino protettivo, una bolla egocentrica in cui rifugiarsi per rimanere con se stesso o i pochissimi che lo circondano. Il suo è un carattere che non dista da quello dei sardi, che lo apprezzano proprio per questo. Inizia a segnare gol a ripetizione, addirittura arriva lo scudetto nella stagione 1969-70. È consacrato dal suo popolo, ma anche l'Italia lo ama, perché, grazie alle sue reti, l'anno prima la Nazionale aveva vinto il Campionato Europeo e nel 1970 sarà protagonista delle mitiche partite, finite direttamente nei volumi dell'epica sportiva (Italia-Germania 4 a 3 e la finale della Coppa del Mondo-Coppa Rimet).

UNA COERENZA SENZA TEMPO
Tra le tante qualità sportive e caratteriali, sarà la coerenza a distinguerlo dagli altri. Anzi, questa forza di dire no alle più grandi squadre di calcio del mondo, tra cui Juventus e Inter, lo renderà ancora più un abitante dell'antica Sandaliotis, quando i Greci commerciavano proprio su quelle sponde con i Fenici. I compagni lo supplicarono di accettare di trasferirsi nei blasonati club per vincere i prestigiosi trofei internazionali, ma lui evitò il soave canto delle sirene. La terra che lo aveva ospitato ormai era diventata il suo rifugio. Gli aveva offerto soldi (quel tanto che basta), notorietà e sopratutto una tranquillità interiore, aspetti che da bambino sognava. Perché rovinare il bel sogno, voltando le spalle a chi lo aveva apprezzato quando ancora non era nessuno? Avrà ragionato così quel Luigi Riva da Leggiuno, detto Gigi, che per la sua coerenza è diventato un simbolo dell'isola, del calcio e di una vita fatta di riconoscenza a chi ti sta intorno. È proprio la coerenza d'altri tempi che richiama il sommo poeta, il quale pur di non svendere la sua dignità, non fece ritorno mai più nella sua Firenze. Dante e poi Gigi, un'accoppiata che nutre il senso della vita e alimenta l'autenticità dello spirito umano.

William Di Marco
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